I furbetti dell’editoria che limitano la libertà di espressione

di Frank Iodice

(Uscito su L’Antidiplomatico)

“E così vuoi fare lo scrittore…” diceva Jack London un secolo fa. Leggete quel libro se volete farvi un’idea di quello che vi aspetta. Forse è fuori catalogo, bisogna scavare in fondo a bidoni di letame, oppure dovrete ordinarlo. Nel frattempo, leggete questo, potrebbe tornarvi utile un giorno. 

Da ragazzi è tutto molto più puro, c’è tanto entusiasmo, c’è un manoscritto, una buca delle lettere, un’attesa, qualche risposta prestampata, persino qualcuna interessata, ma non troppo. Poi la competizione aumenta, siamo in troppi, tutti convinti di diventare Stephen King, ma nessuno con un nome così, tutt’al più qualche conte, qualche barone, nessun re. La competizione è talmente spietata che appena pubblichi un contenuto originale, lo ritrovi da qualche altra parte, corredato di firme prestigiose e premiato dai guru di una certa editoria d’élite, un’élite a cui tu non puoi accedere perché sei solo il creatore, non il fruitore. Copiano tutto: gli articoli pubblicati nei blog, gli estratti allegati ai comunicati stampa, persino i comunicati, cambiano giusto il titolo e l’autore, e per errore mettono anche te tra i destinatari. 

credits foto: Getty Images

Una volta, quando vivevo in Florida, ho fatto un’intervista a un regista italoamericano e l’ho proposta alla redazione di un giornale di inchiesta. Loro hanno scritto a me anzicché a qualche collega al quale ponevano la seguente domanda, che da sola vale tutto l’articolo:  

“Ma chi sono questi due? chi ce li ha mandati?” (Io non sono nessuno, il regista era il braccio destro di Spike Lee). Un’altra volta, da un giornale internazionale che leggevo (e che leggo ancora) mi hanno offerto un euro per ogni pezzo. Ma qui ci allontaniamo dall’argomento “onestà-disonestà” e ci addentriamo in quello ancora più torbido dello sfruttamento dei lavori intellettuali. 

Cominciamo coi finti agenti pubblicitari, che promettono una “diffusione capillare della tua opera” e finiscono per proporla ai soliti quattro magazine oberrati di proposte. Alcune di queste finte agenzie (che si autodefiniscono “uffici stampa”) sono state smascherate per fortuna. A Bologna in via delle Fragole hanno trovato un deposito pieno zeppo di libri, mai spediti ai giornali. Ma molte altre continuano indisturbate, foraggiate dall’ego smisurato di esordienti e falliti. In linea di massima, la regola è sempre la stessa: se paghi, e soprattutto se paghi in anticipo, è un imbroglio. In altri paesi forse no. Negli Stati Uniti, chi paga finisce sul New York Times. Per noialtri non è così. Da noi la strada per una vera autopromozione è ancora lunga.  

C’è uno a Roma che si spaccia per agente letterario e offre uno strano contratto di rappresentanza, diviso in due parti. La prima parte si firma quando si paga la metà della somma concordata, e la seconda solo una volta che inizierà la vera e propria rappresentanza. Poi però il tizio sparisce e ti restituisce i soldi solo se lo minacci di parlarne sui social network, che ormai fanno più paura della santa inquisizione. Se volete farvi rispettare, investite qualche migliaio di euro per comprare un bel pacchetto di follower e diventerete scrittori di successo. 

Poi ci sono gli autori spocchiosi, quelli in giacca di fustagno tutti dritti alla tv. Gli spocchiosi sanno di essere lì per molte ragioni che quasi mai hanno a che vedere con la loro penna, ma non rispondono se mandi loro i tuoi scritti per avere un’opinione, un consiglio, uno strillo da mettere in quarta. Alcuni a dire il vero rispondono, ma si fanno pagare dai mille euro in su. Altri, dopo qualche tempo, quando ormai hai dimenticato di averli contattati, escono con un nuovo libro dal titolo molto, molto simile al tuo. Un ragazzo pugliese ha fatto causa a uno di questi, uno dei più grossi in circolazione, che aveva copiato quasi per intero il suo libro. Il poveretto è stato deriso pubblicamente, silenziato dai media e probabilmente liquidato con una somma ragionevole e un accordo di segretezza, perché di lui non si è più saputo nulla. 

Andiamo avanti. Copiano davvero tutto, copiano le idee originali perché loro non ne hanno, forse non ne hanno mai avute. Ormai si copia persino la quarta di copertina, o quel poco che è disponibile nelle anteprime degli store online. Leggete le descrizioni nei cataloghi, fateci caso, molte si somigliano davvero tanto. Non si degnano neanche di comprare una copia e riciclano sempre gli stessi testi. Lo fanno anche i curatori di quel concorso che mette l’Io al centro di tutto, come i colleghi americani, e si spaccia per il più democratico del paese. Se leggete gli articoli postati nel sito ufficiale, vi accorgerete che sono un’accozzaglia di copia e incolla dai blog degli autori che hanno partecipato. 

Il problema è che la verità non importa più a chi produce libri del genere. Prima si scriveva un altro tipo di libri. Libri che Roberto Calasso, uno degli ultimi baluardi della vera editoria, chiamava “unici”, e che “avevano molto rischiato di non diventare mai libri”. Si sentiva che c’era del vissuto dietro. Era quella vita trasformata in uno scritto a renderlo unico. Poi con la dittatura gentilmente imposta dal politically correct siamo arrivati a stigmatizzare quella letteratura alta, a etichettarla. E se il resto degli scaffali è pieno di copia e incolla da post di Facebook, non importa, purché racconti altre verità, quella delle minoranze per esempio, o quella delle istituzioni. 

Ora vi racconto un altro aneddoto personale. L’anno scorso dovevo rilasciare un’intervista a un quotidiano molto importante, l’avevo già passata alla giornalista che mi aveva contattato. L’ultima domanda riguardava il Covid. Avevo parlato della mia bambina e del fatto che da quando aveva iniziato la scuola, a due anni, non aveva ancora visto il volto della sua maîtresse. E lo trovavo disumano. Un sacrificio troppo grande da chiedere a un bambino piccolo rispetto ai rischi concreti di contrarre e diffondere il virus (che difatto si sono poi rivelati pari a zero). In altre parole, non dicevo quello che da due anni dicono i maggiori giornali a reti unificate. E quell’intervista non è stata più pubblicata. Anzi, con una scusa banale riguardo al formato della foto è stata dirottata su una piccola rivista cartacea, distribuita nel salernitano, e per screditarmi sono state inserite diverse frasi che non avevo mai detto. Per cui la mia amica Beatrice è diventata mia moglie e madre di mia figlia, il fotografo Mimmo Jodice, mio zio, e non ricordo cos’altro. Avrei potuto chiedere un risarcimento, avevo l’email con l’allegato in cui le mie parole erano ben altre. Ma ho lasciato perdere perché ho capito che certa gente vuole sentire solo una certa canzone. Non sono interlocutori per chi dice la verità. Ed è per colpa loro che la libertà di espressione è finita in fondo alla scala delle priorità. 

Potrei raccontarvene tante dopo più di vent’anni di cattive frequentazioni. Le traduzioni letterarie, per esempio. Far tradurre un romanzo a chi a sua volta pubblica romanzi può essere molto pericoloso. Avete capito dove voglio andare a parare. Per attutire, le chiamano contaminazioni. Alla soglia dei quarant’anni io ho realizzato che ognuno dovrebbe fare il suo mestiere, farlo con passione e concentrazione. Un traduttore può essere anche scrittore, certamente (io stesso traduco testi altrui) ma la forma mentis è un po’ diversa e la tentazione di metterci parole tue e rubacchiare quelle degli altri è molto forte. Poi ci sono i finti grafici, scrittori che si spacciano per esperti di editoria solo per guadagnarsi i favori delle case editrici con cui collaborano. Di conseguenza, i loro libri sono impeccabili, mentre quelli degli altri presentano sempre delle imperfezioni che ne pregiudicheranno il successo di mercato. Ci sono riviste culturali che si fanno pagare per mettere la tua foto in copertina, e poi scopri che non esiste alcuna copia stampata né tantomeno distribuita, anzi, non esiste alcuna rivista, il che è ancora peggio. Ci sono gli editor delle grosse case commerciali che ti adescano sui social e poi passano il tuo materiale agli autori con cui stanno collaborando, ingannando sia te sia l’editore. Oppure fanno pubblicare te, ma solo se hai dai ventimila follower in su. Facciamo un esempio. Se io adesso mi mettessi a insultare la Newton Compton eleggendola a simbolo della deriva culturale di cui stiamo parlando, e a questi miei insulti si unissero ventimila follower e mi riempissero di cuoricini, probabilmente la Newton Compton mi contatterebbe, e non per denunciarmi, ma per pubblicarmi. Perché non importa qual è il motivo per cui ho ottenuto questi benedetti follower. Conta solo il profitto che rappresenta ognuno di loro, moltiplicato sette volte per sette. 

C’è di tutto in questo ambiente, idealisti e bugiardi, geni e cialtroni, raccomandati, egocentrici patologici, ruffiani, le persone più nobili e profonde, e la feccia più oscena. E non sto neanche a parlare delle centinaia di agenzie letterarie a titolare unico che campano con le schede di valutazione redatte in dieci minuti, né di tutta quella categoria di editoria a pagamento, che alla fine è una sorta di autotruffa perché chi ci va ne è consapevole. Lo fa per vanità. La vanità ha vinto su tutto. La prova? Il maggiore editore italiano a pagamento è anche tra i più potenti e ha una tribuna d’onore al Salone del Libro. Gli altri editori si dividono sostanzialmente in appassionati suicidi e cinici opportunisti. 

Alla fine, tornando ai furbetti, il vero problema è che le parole sono una merce difficilmente quantificabile. Il loro valore non è oggettivo, cambia di continuo, e non lo decide neanche chi legge (che a me sembrerebbe la cosa più logica) ma varia a seconda di chi scrive, o copia. Quando lo scopri, non è facile dimostrare un plagio. A volte lo sai solo tu e chi ti ha plagiato. Oppure no, a pensarci bene, ad accorgersene prima o poi saranno i lettori, gli unici giudici imparziali. Alcuni autori li trattano come vecchi amici, intimi confidenti. Altri, come stupidi clienti. Se vuoi fare questo lavoro, devi solo scegliere da che parte stare.

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