Inspirazione espirazione: Il flusso della vita

di Subhaga Gaetano Failla

Il 29 marzo 2020, al tramonto, ho cominciato a scrivere queste righe, seduto al tavolo di casa, in Toscana. Di fronte a me vedo la costa tirrenica, il golfo e un piccolo molo, e il mare un po’ increspato, di un azzurro metallico. Qualche gabbiano in cielo. La vicina strada e la spiaggia sono deserte. Silenzio e vuoto vissuti nelle trascorse settimane in una sorta di quiete poetica, di incantamento metafisico; adesso, in questo momento, vuoto e silenzio mi suscitano un po’ d’inquietudine.

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Ho immaginato un evento accaduto a Fonte Avellana un anno fa, durante la precedente kermesse del luglio 2019. Un evento vissuto insieme a molte delle stesse persone presenti anche quest’anno. Consideratela una pura immaginazione o un piacevole, spero, gioco letterario. Non sono uno scienziato, non posso quindi intraprendere avventure nella speculazione scientifica. Semplicemente, dunque, immaginiamo. Dice Carl Gustav Jung nel suo libretto La sincronicità:

A differenza della causalità, la sincronicità si dimostra un fenomeno connesso principalmente con processi che si svolgono nell’inconscio. Alla psiche inconscia spazio e tempo sembrano relativi, ossia la conoscenza si trova in un continuum spaziotemporale in cui lo spazio non è più spazio e il tempo non è più tempo. Se quindi l’inconscio sviluppa e mantiene un certo potenziale alla coscienza, nasce la possibilità di percepire e “conoscere” eventi paralleli.

Immaginiamo che dei pipistrelli, scacciati dai loro luoghi abituali di vita a causa della continua deforestazione, per poter respirare ancora, cioè vivere, si spostino in luoghi a essi estranei – una megalopoli cinese, ad esempio. Immaginiamo ancora che un virus con una particolare struttura a corona, localizzatosi nell’organismo di questi pipistrelli, cominci a sviluppare durante l’estate del 2019 una potenzialità, quella cioè di essere in grado di compiere il salto di specie, dall’animale all’uomo, un’azione avvenuta poi a metà ottobre. Un “salto” – o forse, invece, una occultata dispersione partita da un laboratorio  –  che genererà  una infezione mondiale. Un virus che ha come bersaglio finale, in caso di patologia grave, gli organi del respiro.

Immaginiamo, infine, per puro gioco letterario, che questo gruppo di persone di Fonte Avellana abbia vissuto un episodio di sincronicità, perché qui, nel luglio del 2019, ha scelto proprio il tema Respiro come argomento della kermesse estiva del 2020.

La specie umana, da oltre due secoli, ha causato per sé stessa un collettivo indebolimento della capacità respiratoria. Dal “fumo di Londra” della prima rivoluzione industriale, con il carbone delle fabbriche che soffocava i cieli inglesi, per continuare poi con l’emissione delle cosiddette polveri sottili infestanti l’aria di tante metropoli, e con la contemporanea e impetuosa deforestazione globale e la nefasta distruzione di molta parte dell’Amazzonia – i nostri “polmoni verdi” –, la respirazione umana ha subito una profonda corruzione tuttora inarrestabile.

Ma la nostra limitatezza respiratoria ha cause più radicali.

Wilhelm Reich, medico, psichiatra e psicanalista, allievo di Freud, nacque in Austria nel 1897. Per sfuggire al nazismo andò in America. Morì nel 1957 in un carcere statunitense, dove fu rinchiuso in seguito a un processo iniquo riguardante i suoi studi scientifici. La sua morte in carcere solleva tuttora dubbi irrisolti.

Nel suo famoso libro La rivoluzione sessuale, Reich così definisce la cosiddetta “corazza caratteriale”:

La somma di atteggiamenti caratteriali tipici che l’individuo sviluppa per bloccare le eccitazioni emozionali, e che si risolvono in rigidità fisica, mancanza di controllo emozionale, “indifferenza”. Funzionalmente identica alla corazza muscolare che è la somma di atteggiamenti muscolari (spasmi muscolari cronici) che l’individuo sviluppa per bloccare la penetrazione delle emozioni e delle sensazioni organiche, e particolarmente l’angoscia, l’ira e l’eccitazione sessuale.

La respirazione è strettamente connessa alle emozioni, alle esperienze primarie e a quelle più significative. Modificarne il ritmo naturale è un meccanismo di difesa automatico e per lo più inconscio che avviene a partire dai primi anni di vita. Infatti, se in questo momento io faccio espressamente riferimento alla comune inconsapevolezza del nostro respiro, al nostro quotidiano “dimenticare” di stare respirando, allora, proprio in questo momento, ci accorgiamo di respirare. Concedendoci adesso una pausa di attenzione, possiamo verificarne lo stato. Com’è ora il nostro respiro? È bloccato? È accorciato? Fluisce profondamente o superficialmente? Qual è il ritmo tra inspirazione ed espirazione? Prestando attenzione, qualcosa cambia nel nostro respiro? Proviamo a osservarlo.

David Boadella, in un suo breve saggio dal titolo Stili di respirazione, riferendosi agli studi di Reich pubblicati nei volumi Analisi del carattere e La funzione dell’orgasmo, afferma:

Il tipo di respirazione che Reich ha per primo descritto, era quello caratterizzato dall’indurimento dei muscoli del petto e dalla tensione della gabbia toracica, con la corrispondente riduzione della libera mobilità del diaframma.

Reich, afferma ancora Boadella, nel curare alcuni suoi clienti notò che la loro respirazione era inibita a causa di una sorta di antico terrore di venire al mondo, di nascere:

Il problema (…) non era, come nella corazza nevrotica, di dissolvere l’armatura del petto: qui sembrava non esserci nessuna armatura. Il problema era come far entrare e quindi espellere l’aria attraverso la sua laringe.

È un processo, riassume Boadella, “debole, impercettibile (…) (una) respirazione uterina. La respirazione cioè di qualcuno riluttante o inabile a nascere”.

All’opposto delle cosiddette persone “non nate”, ci sono invece coloro che hanno la necessità urgente di ricevere la prova, attraverso lo sguardo degli altri, di essere fuori dal grembo materno, nati, con una propria respirazione autonoma. Tuttavia, la ricerca affannosa del  riconoscimento del proprio essere in vita attraverso l’attenzione altrui, provoca una forte ansia, la paura di non essere visti e dunque di non essere in vita, il terrore della morte.

Scrive Reich:

Immaginiamo che uno sia spaventato o preveda un grande pericolo. Istintivamente tirerà dentro un respiro e rimarrà in questa posizione. Poiché non si può continuare a far ciò, egli dovrà ben presto espirare. Tuttavia l’espirazione sarà incompleta e superficiale; il soggetto non espirerà completamente in un solo respiro, ma frazionalmente, a piccoli tratti.

La nostra educazione, nei modelli dominanti dell’educazione famigliare e scolastica, ci spinge a inibire le emozioni, e di conseguenza il respiro. Tale repressione, com’è noto, agisce anche in base all’educazione di genere: alle bambine non verrà permessa la rabbia, altrimenti sarà “un maschiaccio”, ai bambini sarà inibito il pianto, altrimenti diverrà “una femminuccia”. Per tale motivo queste emozioni represse, nei maschi e nelle femmine, rimangono vergini, inespresse. E quando un maschio adulto finalmente piange esprimerà una dolcezza indicibile; allo stesso modo, quando finalmente una donna riesce a esprimere la rabbia, essa si manifesterà con una potenza esplosiva.

Reich elabora per l’umanità ammalata, colpita nel nucleo dell’essere in vita, nel respiro, una semplicissima tecnica terapeutica. La persona si stende supina, rilassata, con le ginocchia leggermente sollevate e aperte, e la bocca aperta con la mascella rilassata e cadente, e respirerà profondamente, con ritmo naturale. Una tecnica semplicissima ed efficacissima. Finalmente possiamo permettere al “soffio vitale”, al “prana”, al nostro nutrimento primario, di fluire liberamente dentro di noi.

Della sua prima esperienza fondamentale con questa tecnica ne parla Alexander Lowen nel suo libro dal titolo Bioenergetica. Prima di narrare questa esperienza, bisogna dire qualcosa su Lowen e sulla disciplina terapeutica da lui elaborata, a cui diede il nome appunto di bioenergetica.

Alexander Lowen, nato nel 1910 e morto nel 2008, psicoterapeuta e psichiatra, allievo di Wilhelm Reich, è sempre vissuto, a eccezione del periodo formativo di studi a Ginevra, tra New York e il Connecticut, dove ha esercitato la professione di psicoterapeuta fino a 97 anni, fino cioè a un anno prima della morte. A partire dagli insegnamenti di Reich, Lowen elabora la terapia bioenergetica, così da lui definita:

Una tecnica terapeutica che si propone di aiutare l’individuo a tornare a essere con il proprio corpo e a goderne la vita con quanta più pienezza possibile. Questo risalto dato al corpo comprende la sessualità, che ne è una delle funzioni fondamentali. Ma comprende anche funzioni ancor più basilari come quelle di respirare, muoversi, sentire ed esprimere sé stessi. Una persona che non respira a fondo riduce la vita del corpo. Se non si muove liberamente, limita la vita del corpo. Se non sente pienamente, restringe la vita del corpo. E se reprime la propria autoespressione, limita la vita del corpo.

Lowen pone la respirazione come elemento fondamentale delle sue analisi, delle sue concezioni e pratiche terapeutiche. Nel libro La spiritualità del corpo scrive:

Il diritto di essere persona nasce con il primo respiro. L’intensità con cui avvertiamo questo diritto si riflette nel nostro modo di respirare. Se respirassimo tutti come fanno con naturalezza gli animali, il nostro livello energetico sarebbe alto e soffriremmo raramente di stanchezza e depressione cronica. Ma nella nostra cultura il respiro è per lo più poco profondo e si ha la tendenza a trattenerlo. Peggio ancora, non ci si accorge neppure di avere problemi di respirazione. Ci si butta invece a capofitto nella vita, fermandosi di quando in quando solo per dire agli altri che “si ha appena il tempo per respirare”.

Buona parte del mondo negli ultimi mesi si è fermata. Chissà se scaturirà in alcuni o in molti, pur senza guida e aiuto, la consapevolezza della trascorsa inconsapevolezza, la coscienza di essere stati in passato dentro una esistenza limitata sin nelle radici, repressa perfino nel respiro, la scoperta drammatica, con la potenzialità di una rinascita, di aver vissuto una quasi-vita, una lunga e sorda agonia, una esistenza senza fuoco, senza fiamma vitale, priva dell’essenziale soffio generativo.

Lowen sperimentò un evento, per dirla con terminologia psicoanalitica, durante la prima seduta terapeutica con Reich. Questo è quel che Lowen racconta nel suo libro Bioenergetica:

La mia prima seduta terapeutica con Reich fu una esperienza indimenticabile. Vi andai dando ingenuamente per scontato che in me non ci fosse niente che non andava. Sarebbe stata solo un’analisi didattica. Mi sdraiai sul letto con indosso un paio di pantaloncini da bagno. Reich non usava il lettino, perché la sua era una terapia orientata sul corpo. Mi disse di flettere le ginocchia, rilassarmi e respirare con la bocca aperta e la mandibola rilassata. Seguii le istruzioni e rimasi ad aspettare quello che sarebbe successo. Dopo un po’, Reich disse: “Lowen, lei non sta respirando”. “Ma certo che sto respirando”, risposi, “se no sarei morto”. “Il petto non si muove”, disse. “Senta il mio.” Gli misi la mano sul petto e notai che saliva e scendeva a ogni respiro. Era evidente che il mio non faceva altrettanto.

Mi adagiai di nuovo all’indietro e ripresi a respirare, questa volta mandando il petto in fuori quando inspiravo e tirandolo in dentro quando espiravo. Non accadde niente. Il respiro continuava, facile e profondo. Dopo un po’ Reich disse: “Lowen, lasci cadere la testa all’indietro e spalanchi gli occhi”. Feci come mi diceva e… dalla gola mi esplose un grido.

Era uno splendido giorno di primavera e le finestre erano aperte sulla strada. Per evitare problemi con i vicini, Reich mi disse di raddrizzare il capo: il grido cessò. Ripresi a respirare profondamente. Stranamente, il grido non mi aveva disturbato. Non vi ero legato emotivamente. Non avevo affatto paura. Dopo un po’ che respiravo, Reich mi invitò a ripetere la procedura: mandare il capo all’indietro e spalancare gli occhi. Di nuovo uscì il grido. Esito a dire che gridai perché non mi pareva di farlo. Era una cosa che mi succedeva. Anche questa volta me ne sentivo distaccato. Ma lasciai la seduta con la sensazione di non essere a posto come pensavo. Nella mia personalità c’erano delle “cose” (immagini, emozioni) che erano nascoste alla coscienza: sapevo che dovevano venir fuori.

Personalmente, ho sperimentato diverse tecniche psicoterapeutiche e di meditazione, in grandi o piccoli gruppi e individualmente, basate sulla respirazione. Tali esperienze sono state vissute prevalentemente all’interno del mondo di Osho, il mistico indiano mio Maestro dal 1985. Molte di queste tecniche sono elaborazioni originali che attingono alla radice reichiana e alle successive pratiche terapeutiche di Lowen. La “meditazione dinamica”, ad esempio, una creazione originale di Osho da me sperimentata numerose volte, è una tecnica molto potente della durata di un’ora e divisa in più fasi, una delle quali incentrata sulla respirazione. La tecnica della respirazione reichiana, inoltre, è il fulcro di una terapia individuale, oppure di gruppo, intensiva, residenziale e della durata di più giorni, denominata Rebirthing. Il termine inglese significa rinascita, nel senso di una profonda rigenerazione psichica. Ho partecipato tanti anni fa a un workshop di gruppo di Rebirthing, con esiti di notevole efficacia. Successivamente, ho praticato più volte la tecnica base anche individualmente.

Nei miei molti anni da insegnante nelle scuole pubbliche di varie zone italiane, ho cercato sempre di seguire una indicazione ricevuta in un counseling tenuto da uno dei terapisti del mondo di Osho. L’insegnamento coinvolge molto le emozioni, quelle degli insegnanti e quelle degli allievi. Un insegnante può inconsapevolmente proiettare le proprie emozioni, da una posizione di autorità, verso i propri allievi, rischiando di divenire distruttivo. Un pericolo che generalmente si considera poco, così rivolti gli insegnanti a inseguire una didattica da realizzare come una sorta di atto formale, nella frenesia del programma disciplinare da portare a termine. L’indicazione ricevuta durante quel counseling, all’inizio della mia professione di insegnante, fu per me preziosa. Il consiglio fu semplicemente quello di prestare attenzione al respiro.  

Infine, una delle tecniche di meditazione alla quale mi sento più vicino, tra le tante suggerite da Osho, è quella della Vipassana, la stessa tecnica praticata da Buddha duemilacinquecento anni fa.

Nei discorsi di Osho raccolti nel volume Il libro arancione, questo è quel che lui dice a proposito della meditazione Vipassana:

Siedi in silenzio e comincia a osservare il tuo respiro. Il punto di osservazione più semplice è all’entrata del naso. Quando il respiro entra, avvertine il contatto all’inizio del condotto nasale: osservalo da quel punto. Il contatto sarà più facile da osservare, il respiro sarebbe troppo sottile: all’inizio limitati a osservare il contatto. Il respiro entra e tu lo senti entrare: osservalo. E poi accompagnalo, seguilo. Scoprirai che a un certo punto si arresta. Si ferma da qualche parte vicino all’ombelico; per un attimo, per un pal, si arresta. Quindi, risale verso l’esterno: di nuovo arriverai a un punto in cui per un attimo brevissimo il respiro si arresta. E il ciclo riprende un’altra volta.

Inspirazione, pausa, espirazione, pausa, inspirazione, pausa. Dentro di te quella pausa è il fenomeno più misterioso. Quando il respiro è entrato in te e si è fermato, non c’è nessun movimento: quello è l’attimo in cui si può incontrare Dio. Oppure quando il respiro esce e poi si arresta, e non esiste alcun movimento.

Ricorda, non lo devi arrestare tu: si ferma da solo. Se lo interrompi volontariamente, quell’istante ti sfuggirà, perché colui che agisce interferirà e scomparirà il testimone. Tu non devi interferire. Non devi alterare il ritmo della respirazione.

Concludo questo scritto al tramonto del 4 aprile 2020, seduto di nuovo al mio tavolino in cucina, di fronte al Tirreno toscano. Il mare è calmo e azzurro, illuminato dagli ultimi raggi di sole. La spiaggia è deserta, deserto è il lungomare. Rari gabbiani in cielo. Sul tavolo una piantina fiorita respira insieme a me.

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