Il valore della verità e della realtà: L’ultima lettera di Pasolini a Eduardo

Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità,
della mutria cretina, della serietà ignorante.
Sii allegro.
T’insegneranno a non splendere.
E tu splendi, invece.
(Lettere luterane)

Aperta, onesta e lucidissima è stata la testimonianza di Pasolini, con il suo impegno di uomo e di intellettuale in difesa e affermazione della sua radicale diversità, spesso anche in dibattimenti pubblici e giudiziari. Sempre lucidissima è stata la sua critica alle abitudini e alla retorica del conformismo borghese e l’opposizione ideologica alla nascente società dei consumi. «L’Italia è un Paese che diventa sempre più stupido e ignorante.», scrisse, «Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili.», e a dispetto di chi la propria vita la vive pienamente fedele alle proprie convinzioni e alla sua realtà (e Pasolini è stato certamente tra questi), ancora oggi queste parole risuonano tanto più forti e dirette quanto maggiore è il bisogno di praticare la verità in ogni sua forma: nell’informazione giornalistica, nell’impegno per le libertà contro ogni discriminazione, nell’esempio concreto e quotidiano di vite determinate a costruirsi nelle proprie scelte, tutto compreso, sogni e sbagli, successi e cadute.

Pasolini la sua vita la visse così, totalmente vera e onesta con la natura del proprio essere e del suo agire, irrimediabilmente, fino all’ultima tragica notte in cui venne brutalmente ucciso. E all’insegna della verità e della realtà (anche ricorrendo all’abile uso della narrazione fantastica, soprattutto nel cinema) è stata tutta la sua produzione letteraria e artistica, in tutte le forme espressive della sua opera: dalla poesia, al cinema, al teatro, al giornalismo di inchiesta.

Molte volte un poeta si accusa e calunnia,
esagera, per amore, il proprio disamore,
esagera, per punirsi, la propria ingenuità,
è puritano e tenero, duro e alessandrino.
È anche troppo acuto nell’analisi dei segni
delle eredità, delle sopravvivenze:
ha anche troppo pudore nel concedere
qualcosa alla ragione e alla speranza.
Ebbene, guai a lui! Non c’è un istante
di esitazione: basta solo citarlo!
(Religione del mio tempo, Garzanti, 1961)

A causa della morte prematura, incompiuta è rimasta la realizzazione di quello che nelle intenzioni di Pasolini doveva essere il suo ultimo film da regista – Porno-Teo-Kolossal (sul dattiloscritto della sceneggiatura) – film che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto girare presumibilmente nel 1976, e al quale avrebbe dovuto partecipare Eduardo De Filippo, a cui Pasolini era legato da profonda stima e amicizia.

Dell’opera resta un lungo “trattamento” che Pasolini dettò al registratore. La trascrizione fu pubblicata per la prima volta dalla rivista “Cinecritica” nel 1989, e la si ritrova nei due volumi dei Meridiani che Mondadori ha dedicato agli scritti del poeta sul cinema[1].

Dalla sceneggiatura (scritta con Sergio Citti) si intuisce il capolavoro che il genio anticipatore di Pasolini ancora una volta avrebbe potuto regalarci: un’opera ispirata dal mito dell’Epifania e che avrebbe dovuto rappresentare un film sull’ideologia e raccontare tre diversi utopie legate a tre rappresentazioni del tempo della vita: un passato paleoindustriale, un presente neocapitalistico e un futuro tecnocratico, tutti inesorabilmente destinati a fallire per condurre infine l’umanità anche alla fine dell’ultima utopia, quella della devozione alla fede.

Così Pasolini scrive al grande Eduardo (in una lettera[2] datata 24 settembre 1975), poco tempo prima del tragico 2 novembre 1975.

«Caro Eduardo, eccoti finalmente per iscritto il film di cui ormai da anni ti parlo. In sostanza c’è tutto. Mancano i dialoghi, ancora provvisori, perché conto molto sulla tua collaborazione, anche magari improvvisata mentre giriamo. Epifanio lo affido completamente a te: aprioristicamente, per partito preso, per scelta. Epifanio sei tu. Il “tu” del sogno, apparentemente idealizzato, in effetti reale. Ho detto che il testo è per iscritto. In realtà non è così. Infatti l’ho dettato al registratore (per la prima volta in vita mia). Resta perciò, almeno linguisticamente, orale. Ti accorgerai subito infatti, leggendo, di una certa sua aria un po’ plumbea, ripetitiva, pedante. Passaci sopra. Mi era impossibile – per ragioni pratiche – fare altrimenti. Io stesso l’ho letto per intero oggi – poco fa – per la prima volta. E sono rimasto traumatizzato: sconvolto per il suo impegno “ideologico”, appunto, da “poema”, e schiacciato dalla sua mole organizzativa. Spero, con tutta la mia passione, non solo che il film ti piaccia e che tu accetti di farlo: ma che mi aiuti e m’incoraggi ad affrontare una simile impresa. Ti abbraccio con affetto, tuo Pier Paolo».

Un’impresa. Una colossale impresa. Così la vedeva Pasolini e così ne scriveva a Eduardo, fidando (e affidandosi) anche nell’arte dell’improvvisazione del maestro De Filippo. Impresa dettata al registratore e che non ebbe mai il tempo di girare. Come se Pasolini l’avesse già visto tutta rappresentato nella sua immaginazione, il “poema” epico di un “Re Magio randagio” (così nell’intuizione della primissima idea, quando il grande Totò avrebbe dovuto interpretarne la parte), e poi l’avesse voluto raccontare proprio come fosse una favola, più adatta alla tradizione orale che a quella scritta, un vivace e istintivo racconto visionario, prima ancora che sceneggiatura.

Il progetto – con il titolo provvisorio di “Le avventure del Re magio randagio e il suo schiavetto Schiaffo” -, inizialmente concepito nel 1966 (l’anno di “Uccellacci e uccellini”), venne accantonato dopo l’improvvisa morte di Totò, che avrebbe dovuto esserne il protagonista, e poi ripreso quasi dieci anni dopo con l’idea di affidare a Eduardo il ruolo principale (Pasolini lo aveva definito “il più grande attore italiano” e aveva pensato di scrivere per lui un testo teatrale in dialetto napoletano intitolato Mandolini). “Epifanio sei tu”, così aveva scelto il maestro Pasolini, indicando ad Eduardo la decisione precisa.

I due, legati da profonda stima e da sinceri affetti l’uno per l’altro, avrebbero certamente costruito un capolavoro, ed è grande il rammarico per non aver visto compiute in scena le avventure e il viaggio fantastico del Re Magio Epifanio, un altro viaggio di scoperta, un nuovo Don Quijote a cui sentirsi affini per iscriversi alla sua discendenza – specialmente in tempi in cui gli unici eroi invincibili sembrano essere quelli delle serie Marvel –, buono di ideali e nobile di azioni, tanto scosso dalle vicende dell’umanità ferita, da votare la propria vita alla causa degli ultimi. All’epoca di Pasolini erano la guerra in Vietnam e l’ipocrisia sociale di un’opinione di massa costretta ai lacci della morale borghese e cattolica, oggi – mezzo secolo più tardi e a cento anni dalla nascita di Pasolini – sono una nuova guerra di supremazia dei confini con l’invasione russa dell’Ucraina, e l’ipocrisia tutta occidentale della retorica dei buoni e dei cattivi, con l’assurda propaganda demagogica di una globalizzazione di mezzi e di informazioni che non fanno altro che alimentare l’isteria collettiva e il senso di inquietudine.

In ogni tempo e luogo del mondo la storia dell’uomo si ripete e ritorna quella degli eroi invincibili, nel classico paradosso brechtiano: “Sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi”. E Pasolini, con il coraggio della sua formidabile passione civile, nella poesia Alla mia nazione lo aveva ritratto perfettamente il tempo corrotto e l’uomo miserabile che si ripetono uguali a se stessi, incoscienti e irreparabili l’uno all’altro, al punto che l’unica salvezza resta sprofondarne la terra.

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Anche Eduardo aveva lo stesso culto della verità di Pasolini. Il suo teatro, l’adesione al reale con la rappresentazione amara e tragicomica della condizione umana dei suoi personaggi, lo insegnano. Quello di Eduardo è il teatro di “tutta una vita di sacrifici e di gelo”, la commedia della vita che sta per nascere dal buio del sipario, delle verità raccontate tra le mura dei bassi e nella disperazione della guerra tra i vicoli di Napoli Milionaria; di quelle nascoste dai culti della superstizione, del magico, nella tensione del silenzio e delle penombre dei personaggi-anima in Questi Fantasmi!, dalle quali la scena fugge solo aprendosi ai monologhi del protagonista Pasquale Lojacono (anima in pena) sul balcone di casa; delle verità rinchiuse nei segreti che emergono dall’incomunicabilità dei contrasti familiari di Natale in casa Cupiello e di Filumena Marturano;  nello sconfinamento del soprannaturale per dare voce al lato oscuro del reale e all’accanimento degli uni contro gli altri in Le voci di dentro. Eduardo spinge i suoi personaggi fino al fondo più estremo della loro solitudine. Tutto del suo teatro parla la lingua della verità della condizione umana, del dissidio personale e sociale dell’uomo, dall’incomprensione più o meno ottusa che disunisce e disgrega, all’animosità repressa che prelude al dramma, perché come lui stesso dice “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male” e ancora “Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare un qualsiasi significato alla vita è teatro”.

Su questa comune matrice di valore e di impegno della verità, Pasolini e Eduardo trovano il comune linguaggio di sensibilità umana, poetica ed artistica che li porta a scegliersi, a preferirsi, a difendere e apprezzare l’uno il pensiero e i lavori dell’altro. Sono ambedue geni e eroi invincibili che affidano alla poesia e al teatro il nostro universale quotidiano di umanità. Entrambi sono alla ricerca della realtà, e ciascuno con la propria arte inventa e delinea storie, drammaturgie, scene, e fanno vivere parole e personaggi che ci svelano con la loro natura, anche la nostra stessa condizione, ribaltando la vera finzione che non è quella del teatro, ma quella che spesso personifichiamo con la nostra stessa vita, perché – per usare ancora una volta le parole che Eduardo fa dire all’“anima in pena” di Pasquale Lojacono – “I fantasmi non esistono. I fantasmi siamo noi, ridotti così dalla società che ci vuole ambigui, ci vuole lacerati, insieme bugiardi e sinceri, generosi e vili”.

Ma sul comune sentiero della ricerca della verità, della grandiosa impresa che sarebbe potuto essere il girato di Porno-Teo-Kolossal, a noi resta che il viaggio di Epifanio e Nunzio (così i protagonisti del racconto-favola) possiamo soltanto immaginarlo e fare diventare nostre le avventure del re randagio.

Il registratore di Pasolini fissa la sua voce sullo scorrere del nastro magnetico: la sua “Epifania” nell’ultimo racconto della vita. E c’è da immaginare il suo tavolo di lavoro con le bobine dei nastri di fianco alla macchina da scrivere. Forse è proprio questa l’immagine che più di tutte dovremmo fissare nella memoria per ricordare chi è stato Pier Paolo Pasolini. Quella della sua dedizione al lavoro, dell’impegno in favore dei più deboli, soprattutto perché poveri di mezzi, e della costante ricerca della verità, tratti chiarissimi in tutta l’opera e la vita di Pasolini. Forse è proprio questa la sua “Epifania”, la manifestazione se non della divinità certamente dell’umanità del poeta.

Cosa c’è nella vita di un poeta che mette a nudo la sua realtà se non la sua più intima e profonda sensibilità?

Ci sono state generazioni più esposte allo sguardo indagatore delle società ad esse contemporanee, ed altre (come sembra orientata quella attuale) meno disinvolte a mostrarsi impegnate in questo svelamento del sé, meno rivolte alla pratica della verità, troppo distratte dalle smanie del tempo presente e quasi per niente interessate a mostrarsi fisicamente “a nudo”. Non parlo ovviamente dei corpi, e neppure degli stili o dei linguaggi, ma parlo della verità. Parlo di togliere i veli alla dea, di svelarsi.

Il Poeta lavora la parola, la inventa, la cuce all’altra, e insieme, le due, al silenzio dello spazio vuoto; medita tra le luci e le ombre, mette a fuoco l’invisibile, si spoglia, e scrive di questa nudità.

È una narrazione immaginifica che si intreccia al reale, al quotidiano, al visionario, a quello che ancora nessuno sa perché mai svelato prima, che giace in un rifugio di attese pronto ad accogliere l’indissolubile e l’invincibile, nell’unico verso che può trarsi dallo svelamento di sé, il solo verso vero e perennemente valido, per l’umanità intera.
Solo così ogni Poeta può dirsi davvero vero, a nudo in senso totale.

È questa la ricerca dell’ultima stagione del Pasolini autore: quella del Trittico della Vita (Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte), di Petrolio, e di quello che è rimasto incompiuto e che avrebbe dovuto rappresentare il Trittico della Morte (che dopo Salò o le centoventi giornate di Sodoma, avrebbe dovuto continuare con i progetti di Porno-Teo-Kolossal e con Bestemmia).

Pasolini avvia il registratore. Comincia la narrazione. Il nastro scorre e registra il suo racconto. Fermo immagine. La storia inizia in una Napoli chiassosa e festante per la voce popolare che annuncia, tra devozione e superstizione, che sta per nascere il Messia, il Salvatore. Il Re Magio Epifanio (che avrebbe dovuto vivere nell’interpretazione del maestro De Filippo) parte al seguito della Cometa (l’Ideologia) in compagnia del proprio fedele servitore Nunzio, o il Romanino (la cui parte avrebbe dovuto interpretare Ninetto Davoli), e cominciano le rocambolesche avventure del loro viaggio fantastico che subito ne richiama alla memoria un altro, quello surreale di Totò e Ninetto in “Uccellacci e uccellini” (set sul quale ebbe origine l’idea del progetto di Epifanio).

Ma il viaggio dei due non prosegue diretto all’incontro con il Salvatore, e il buon re Epifanio si fa “distrarre” dall’umanità ferita che egli incontra lungo il cammino, e a cui si offre in aiuto per prestarle soccorso: sfama gli affamati, disseta gli assetati, cura i malati, aiuta i poveri, sotterra i cadaveri dei morti di guerra. Ci sarebbe da immaginarseli i volti e le smorfie di Totò, Eduardo, o anche più tardi di Troisi, chinati su questi “poveri cristi”, vedendo in ciascuno di loro un po’ di ognuno di noi, loro stessi compresi.

Così il re e il suo servitore giungono in ritardo a destinazione e scoprono che tutto è già accaduto: il Messia è già nato, ha predicato e vissuto tutta la sua vita, ed è già morto gli dicono. Per il dolore il cuore di Epifanio, ormai vecchio e stanco, non regge alla realtà svelata. In punto di morte Nunzio gli rivela di essere un angelo e lo prende per mano per condurre l’anima del re randagio in Paradiso. Ma è qui che la storia ribalta la sua verità, che la realtà scopre e sovverte la finzione.

Fermo immagine. Il paradiso non esiste. Forse è esistito ma ora non esiste più.

«Nunzio si guarda inquietamente intorno, nelle altezze vertiginose del cosmo, come cercando di orizzontarsi». Così, nelle ultime parole del servo-angelo Nunzio, non restano che insieme l’incanto e la disillusione di un nuovo Paradiso perduto: “Eppure stava qua”.

I due si voltano indietro verso il mondo della realtà, ne hanno scoperto i veli fino a vederne mostrata tutta la crudezza, si sono confrontati direttamente con i reali valori della condizione umana mentre erano alla ricerca di un altro più alto, della divinità, e restano di sale pietrificati, come la figlia di Lot nel racconto biblico.

“Credendo di raggiungere un fine, si scopre la realtà così com’è, senza alcun fine”.

Questo ci insegna la morale della favola della vita: ci attende la realtà, l’impegno della verità, dobbiamo mettere a nudo noi stessi, oppure resteremo pietrificati all’asciutto delle nostre statue di sale.

Vincenzo Mirra


[1] Porno-Teo-Kolossal, in P.P. Pasolini, Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, 2 volumi, Mondadori, Milano 2001, pp. 2751-52, II volume

[2] Pier Paolo Pasolini, Lettera a Eduardo De Filippo

2 pensieri riguardo “Il valore della verità e della realtà: L’ultima lettera di Pasolini a Eduardo

  1. Il tuo intervento, Vincenzo, è ottimo, in riga con la tua sensibilità e il tuo stile, limpido come rugiada che privilegia sapidità dei messaggi pasoliniani. Bravo Vincenzo, un abbraccio ai tuoi bimbi. Antonella

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