Com’è donna, l’avventura

di Davide Barella

Correva il 2020, quando Carmelita Moroni, carneade umbra della letteratura di genere avventuroso, nata intorno al 1667, si prendeva la sua inaspettata ribalta guadagnandosi la prima pagina ligure de La Stampa, oltre a un bello spazio nelle pagine interne.

Carmelita, chi era costei? L’ennesima figlia di un corsaro. La seconda di quattro eroine letterarie tutte riconvertite dalla comoda vita di corte ai mari infestati dai pirati di ogni nazionalità.
Giovanissime, specchio della vita media del periodo, ardite quanto nobili di sentimenti, oltre che di lignaggio.

Tamara de Lempicka

In realtà la vita di Carmelita Moroni fu un vero e proprio lampo letterario. Nacque, visse e scomparve in un amen nel calderone dei feuilleton, dei romanzi di appendice, con la stessa innata disinvoltura con la quale gli eroi di carta sovrappopolavano allora le pagine dei libri della grande distribuzione, oggi diremmo da edicola.
A dare esistenza e dignità (parliamone) letteraria al personaggio fu Teresa Guidi Gamucci, che ai più non dice nulla se non che fu la nipote di Pellegrino Artusi, scrittore e gastronomo che, invece, di successi si nutriva, in senso ampio.
L’operazione fu perfetta: edita presso la Società Pro Familia di Milano nel 1914, aveva una sottile strategia editoriale all’atto del suo lancio: un doppio titolo. Il frontespizio recita La figliuola del corsaro mentre la copertina La figlia del corsaro.

La differenza è fondamentale, per chi acquista un libro fidandosi unicamente della copertina. Il richiamo immediato è a Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, libro, quello sì famosissimo, di Emilio Salgari, datato 1904 e terzo del celebre e fortunatissimo ciclo dei Corsari delle Antille. In un mondo dove l’emulazione era prassi, accanto al proliferare di Corsari d’ogni specie e colore, vedere protagonista una giovane donna fu di grande impatto.

Jolanda di Ventimiglia aveva i crismi della bellezza e della virtuosità paterna e materna, una Contessina guerriera senza macchia e senza paura che veniva catapultata, dagli agi della sua Contea a picco sulla spiaggia delle Calandre, nei perigliosi e pericolosi mari antillani, dove se sopravvivi a una scorribanda pirata o a una cannonata spagnola, a farti a pezzi ci pensano i tremendi e improvvisi uragani marini.

Poco prima dei machismi da propaganda politica di inizio ‘900, nella società patriarcale celodurista emergevano, a vere, splendide protagoniste, le donne.
Visto che “Jolanda”, nome dalle suggestioni savoiarde, reali verso i quali Salgari era devoto ammiratore (ricambiato) aveva centrato l’ennesimo bersaglio sistemato dal suo sfortunato padre letterario, e aveva venduto anche molto, valeva la pena emularla.

Così fece anche lo scrittore Antonio Garibaldo Quattrini, attento a ogni accenno salgariano in procinto di essere, pronto a respirarne ogni spiffero creativo per riuscire, finanche, ad anticiparlo nella scrittura e nella pubblicazione di un libro, che creò il quasi parallelo La figlia del Corsaro. La terza.
Lo stile di Quattrini si proponeva di seguire le orme di Salgari più di quanto non sia operazione riuscita alla Gamucci, che, invece, filtrava la vicenda con sensibilità tutta femminile, ai limiti – sovente oltrepassati – del romanzo rosa.

Ebbe, la buona Teresa, il merito di essere, verosimilmente, la prima donna a cimentarsi con il genere avventuroso. Chi mi smentisce in realtà mi fa un gran favore, ché mi arricchisco così di nuove conoscenze. Mentre Quattrini, dal canto suo, si fermò alla semplice, per giunta mal riposta, velleità. Anche se, onestamente, a livello narrativo aveva pure dei pregi.

A complicare, banalizzare e, probabilmente, rovinare tutto, giunse Omar Salgari, che nel 1959 diede alle stampe Morgan, il conquistatore di Panama, una sorta di reboot dell’opera paterna. Probabile che sia stata scritta in realtà da un “negre“, un ghost writer dell’epoca, anche perché Omar era solito firmare opere scritte da altri su fantomatici materiali inediti paterni. Era in effetti, con circa sei opere fasulle e apocrife, l'”azzeccagarbugli” della saga dei Ventimiglia.

Nello scritto di Omar, o chi per lui, Jolanda quasi scompare, antefatto a parte, dove si descrive il suo rapimento, circostanza che Salgari padre aveva volutamente omesso poiché ritenuto, correttamente, inutile. Il focus, nel romanzo, passa poi su Morgan e dopo su altri storici collaboratori del Corsaro Nero, rendendo la giovane contessina, alla fine, un mero, marginale spettro letterario.

A noi però interessa che ci sia, in carne e ossa, carta e inchiostro o ectoplasma e suggestione. Perché l’unico filo rosso di questa storia, per quanto ingarbugliato e indipanabile, è la presenza di un’eroina, giovane e donna, in un mondo esclusivamente maschile. La rivoluzione salgariana, come tante altre condotte dal prolifico e geniale autore veronese, ha generato nel tempo, pure suo malgrado, i propri frutti.

Ma, in fondo, è il mito che sopravvive a se stesso, fino ad avere, come protagonista acclarata, un figlia del Corsaro.
Anzi, due.
Tre.
Quattro.

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