Chi è cattiva?

Mi capita spesso di non voler leggere la quarta di copertina dei libri, di comprarli a istinto, magari affidandomi a qualche commento positivo letto altrove, al passaparola, al consiglio del libraio, alla conoscenza dell’autore.
Il fatto è che non voglio rovinarmi la sorpresa. Voglio lasciarmi un buon margine di “non saputo” per scoprire di persona e passo passo trama e personaggi.
Ora, del libro di cui vi parlerò, avevo visto girare il titolo su alcuni profili social di cui mi fido. L’ho letto un anno fa e continuo a consigliarlo. Nel frattempo è stato anche premiato ed è cresciuto in popolarità.

Che cosa ha di speciale? La scrittura: tagliente, schietta, dolente un vestito cucito addosso alla protagonista e agli avvenimenti.
Per molti versi è una storia inaudita. Un sentiero impervio e sassoso: c’è la povertà, la cattiveria, il tradimento, la vendetta. Una storia stridente, senza riscatto: un graffio che sta lì e non rimargina.

Il “dove” si nasce, si cresce e si stringono legami è destino: la famiglia, la casa, il paese. E questo “dove”, a cui penso sempre come condanna per tanti bambini indifesi – la Siria, l’Ucraina, l’Afghanistan e infiniti altri dove sbagliati – nel libro è a due passi da tutti noi, a volte accanto a noi.

foto: Giulia Caminito / fonte: web

Il libro è un romanzo di formazione: la formazione di una donna “cattiva”.
All’inizio della storia c’è una casa: un’infanzia di grigio e cemento. E una bambina ubbidiente. “La casa sono io bambina dove conosco solo lo spiazzo di cemento e lo abito come una reggia insieme a mio fratello”; un cortile da cui i fratelli progettano di scappare eppure “non siamo mai pronti a scantonare, girare l’angolo della nostra vita”. Un’infanzia piena di “senza”: senza cose, carezze, ascolto. A colmare i primi disagi ci pensa il fratello maggiore: “della sua irascibilità faccio subito tesoro da baule”.

Poi arriva l’adolescenza e la scuola: un campo da gioco dove non farsi notare per vivere indisturbati o piazzare colpi ben assestati, stupefacenti: “…c’è altro che tutti come cannibali attendono di mordere ed è la mia carne che sta crescendo si sforma, si allunga, si sfalda, cercano con dovizia ogni possibile indizio di bruttezza”.

La protagonista lotta per definire se stessa, diversa da sua madre.
“Ho poche cose, ma quelle poche non mi faranno somigliare a mia madre, la trascurata, l’operaia, la lavapiatti, quella col vestito di lino preso al mercato e indossato per fingere d’essere ciò che non è. Io devo smettere quanto prima d’essere una bambina difettosa e trasformarmi in donna da poter amare.” Cerca la ricchezza e il riconoscimento attraverso il contagio osmotico con chi possiede cose, tante cose.

Nella sua crescita c’è posto anche per i bagni e l’euforia delle estati, la sperimentazione dell’amore nelle sue varie forme – un “orpello da mostrare”, un tradimento “schiacciato dal calore del disgusto”, un “rifugio dai draghi” – e dell’amicizia, verso cui si sente inadeguata, insufficiente. Quello che cresce è un’anima, distaccata e rabbiosa, abitata dai sassi, in un paese “dove” il riconoscimento degli altri va guadagnato e poi preservato.

La ricerca del riscatto con lo studio, che offre il vuoto, infine l’urlo e il pianto.
Ecco ordita una giovane donna cattiva “con la coriacea voglia di offendere e affondare, come se ognuno fosse un pesce e io la mano stretta intorno al suo corpo liscio dentro la grande fontana che è una vita qualunque”. Ed ecco spiegata la copertina de L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito. La protagonista si chiama Gaia.

Appendice

Questo libro contiene un’appendice interessante: la Nota dell’autrice. Ma questa è la mia appendice. Io vedo lo spiraglio di salvezza per quest’anima: è in un dolente pentimento. Alla fine del libro mi sento sua amica e vorrei strapparla dal suo “dove”, dargli una possibilità di cambiamento: ciò che ha sempre desiderato. Vorrei dirle: io ti capisco. Conosco la frustrazione che nasce dalle mancanze quotidiane – di soldi, affetto, comprensione – dai tradimenti, dai dolori ordinari di familiari o coetanei infilati con superficialità. So che quella cattiveria ti serve come una spina dorsale, ma alla lunga sappi che è una prigione. Ti ha fatto commettere pericolosi errori, ora vai avanti però. Vedrai con la maturità e qualche conquista – sentimentale, professionale, d’indipendenza – imparerai ad addomesticarla, tenerla sopita. E imparerai a perdonare anche se sai che “è cattiva la gente che non ha provato dolore”.

Monica Bernacchia

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