Coincidenze

di Monica Bernacchia

Sono entrata in libreria con un’idea precisa: spendere. “Oggi mi concedo il lusso di spendere”. “Va bene” rispondono all’unisono tutte le “me”: quella di solito disperata perché non sa più dove mettere i quintali di carta, quella braccino corto – magari spendiamo la prossima volta… hai preso pure una multa – quella bambina, per cui la libreria è sempre stata un parco divertimento, e svariate altre.

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Ebbene sì, è deciso, me lo merito. Prima, però, si spende sempre per il figlio, che viene volentieri con me quando annusa che c’è consumismo nell’aria. Spulciamo e cerchiamo titoli, ma è indeciso, così adocchio il libraio, giovane e disponibile: voglio dargli fiducia e chiedo dei consigli. Mio figlio invece sembra non riporre alcuna fiducia in lui e devia sistematicamente dai suoi suggerimenti. Anche per rincuorarlo, continuo ad ascoltare il giovane libraio, portando il discorso su di me. Per la verità sono già entrata in libreria con qualche ideuzza, come prendermi il mio primo libro di poesie di Chandra Candiani, ma non ce l’hanno; così, vagando tra gli scaffali, trovo comunque la Candiani, ma nella vesti di traduttrice di Bashō, insieme a Asuka Ozumi. Ops! Avevo letto pochi giorni prima un articolo proprio su quel libro Lo stretto sentiero del profondo Nord: super nicchia, ma decido di prenderlo. Nel frattempo il giovane libraio, che non so se ha proprio capito i miei gusti, torna con Quando le montagne cantano, che scopro essere un successo internazionale. Di solito diffido dei best seller, ma è più o meno il sesto titolo che mi propone e non voglio deluderlo. Così esco da lì con quattro libri, due per me e due per mio figlio, e qualche punto da scalare per fortuna.

Ora, da questo pomeriggio spendaccione che ne traggo? Ebbene una di quelle coincidenze che possono nascere solo dai libri e con i libri. Seguitemi.

Inizio con Bashō, nome d’arte di Matsuo Munefusa, e cerco di calarmi nello spirito orientale. Intendiamoci con lui, maestro zen e poeta, siamo al massimo dell’essenza della vita e del verso: haiku, che puntellano il racconto in prosa del suo viaggio in una remota e incontaminata terra del Nord del Giappone, nel ‘600. “Ha inizio la poesia/ del profondo Nord/ canto di risaia”. Mio marito quando faccio queste scelte invoca all’Allegria di Mike Bongiorno. Io apprezzo, soprattutto il coraggio di quest’uomo, la visione buddista del non attaccamento: “ho rammendato le brache strappate, ho sostituito il cordoncino del copricapo di paglia, ho rinvigorito le ginocchia con la moxa e ansioso di ammirare la luna a Matsushima, ho lasciato ad altri la mia casupola”. Lascia a nuovi abitanti la sua umile capanna, un tempo abbellita da un albero di banano, bashō in giapponese, bruciata e ricostruita dai suoi discepoli. Il richiamo del viaggio è più forte della paura e degli acciacchi dell’età e così intraprende un viaggio che è contemplazione e omaggio alla bellezza dei luoghi e delle persone. Dei luoghi canta la purezza, la vastità e il fiore, delle persone apprezza l’onestà e il buon cuore. Come scritto nelle Note il Libro è “un’elaborazione originale”, curata con amore, aggiungo, dove nell’Appendice vediamo il viaggio della traduzione: dagli ideogrammi storici, al giapponese alfabetico e, infine, all’italiano.

Dopo due sere di lettura lenta e meditata, ho bisogno, però, di un po’ più di ritmo. Devo staccare, così inizio Quando le montagne cantano: saga familiare e ambientazione in un paese a me poco noto sono gli incentivi per partire, seppure temo il pappone. La struttura del libro è quella classica di una trama del genere: un montaggio per capitoli alternati tra prima e seconda metà del ‘900 che ci permettono di attraversare, insieme alla vicende di una famiglia, la storia di un paese: il Vietnam. Un paese passato sotto varie dominazioni, che ha vissuto una terribile carestia, una rivoluzione, una riforma agraria con relativi soprusi, e, come sappiamo, la guerra degli americani. Cardini del racconto sono una nonna, Diêu Lan, e sua nipote, Huong: condividono la guerra e la sua brutale crudeltà, i ritorni devastati dei familiari, i ritorni mancati, le scelte sbagliate. Anche qui c’è un’umile casa che viene distrutta e accanto alla casa un albero di bàng, ma qui c’è una nonna buddista che a tutti i costi, rischiando reputazione e libertà, pianta di nuovo casa, albero e famiglia, di ben cinque figli.

Un libro onesto, che mi ha permesso di conoscere una nuova cultura: sentire il profumo dei campi di riso e il dolore della fame, vedere i bufali d’acqua e gli altari degli antenati in ogni casa. Per questo l’ho sinceramente apprezzato; lo stile, tuttavia, non mi ha conquistata; inoltre i suoi personaggi a volte sembrano troppo costruiti col preciso intento di fornire tutti i punti di vista rispetto alle vicende politiche del Paese. Anche il colpo di scena, sul finale, non mi ha sorpresa. L’ho previsto pagine prima. E questo mi delude sempre un po’. Mi piace invece che il libro sia puntellato di proverbi vietnamiti, mantenuti anche in lingua originale.
Tornando a noi: qual è la magia? Eccola:

Antico stagno
una rana si tuffa
suono d’acqua

Versi del poeta Bashō ritrovati all’interno del romanzo Quando le montagne cantano. La nonna Diêu Lan racconta alla nipote: “Scoprii i versi di Bashō tanti anni fa quando divenni un’insegnante e decisi di voler imparare cose sui giapponesi. Volevo capire perché i loro soldati ci avessero fatto ciò che ci avevano fatto”.

Non finisce qui: oggi mio figlio è in casa malconcio, non sa che fare; gli dico: “Aiutami a cercare se questa poesia si trova all’interno di questo libro”. E mentre cerco di spiegargli che cos’è un haiku, lui, 9 anni, mi dice che lo sa già e aggiunge: “Ah questa? È nel mio libro di musica!”

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