A morte il linguaggio pubblicitario!

A morte il linguaggio pubblicitario! Sembra esagerato ma è l’unica cosa da fare.
Sì perché è un ibrido scorretto e traditore, è un infido amico interessato ai fatti nostri (li usa per i suoi scopi) che ammette di prendere soldi per convincerci a fare delle cose. Noi ci illudiamo di potergli resistere ma lui si avvale di tutti i mezzi a disposizione. Tutti. Invade gli spazi, depreda altri modelli di comunicazione, ci rassicura o ci terrorizza, promette, magnifica, confronta solo quando gli conviene, minimizza e distorce. Chiama esperti per farsi dare ragione, li paga. Usa i nostri punti deboli. Ce lo dice anche, lo ammette ma questo non risolve proprio niente li usa e funziona.

Stiamo permettendo a un linguaggio con chiari intenti manipolatori di usare tutti i linguaggi che vuole, tutti gli spazi che vuole e tutti i momenti che vuole (o quasi).
Può scippare il linguaggio evocativo e poetico per venderci i profumi, può ammantarsi di austera autorevolezza per venderci i dentifrici, può usare il sesso per venderci le bare da morto, può smuovere i registi più premiati per fidelizzarci a una compagnia telefonica, può dilungarsi per ore a spiegarci i vantaggi di una poltrona massaggiante, può invadere film, quiz a a premi, abbigliare vip, simulare apocalittici e terrificanti strappi muscolari, farsi paladino salvatore di serate in compagnia con una bibita gasata, riempire di vero amore genitoriale con cascate di crema al cioccolato spalmabile, darci una dose di invincibilità contro i malanni stagionali, far diventare la nostra auto un astronave, darci la felicità con un prestito bancario. Il fatto che ci avverta con una piccola scritta che si tratta di “pubblicità” non la depotenzia, la ripetizione è la sua vera forza. A volte passa anche due volte lo stesso spot. Non richiede neanche a chi lo ospita di credere alle cose che dice, gli basta dirle, più volte, da tutti i pulpiti possibili. E funziona, se non fosse così efficiente non trainerebbe così tanti soldi e non possiamo lasciare un mezzo così potente (in certi casi più potente dell’educazione)  in mano a chi lo usa solo a scopo commerciale.

Non è da sottovalutare nemmeno l’effetto deformante della pubblicità, uno strumento che ha lo scopo di creare bisogni ovvero generare senso di mancanza, esclusione, inadeguatezza e quindi infelicità. Se una persona viene impegnata a soddisfare tutti i bisogni generati artificialmente dalla pubblicità non ha tempo per chiedersi di cosa ha bisogno veramente. Ognuno di noi ha bisogno di cose diverse dagli altri, personali, e se si riempie la vita di bisogni fittizi può sottovalutare quelli veri. Mettiamo che una persona per essere felice, soddisfatta e realizzata abbia bisogno di molto poco, tipo un orticello o di contemplare l’orizzonte. Ma le continue richieste di soddisfazione di bisogni indotti lo trascina a inseguire offerte commerciali, crociere, belle donne e auto di lusso. Una profanazione.
 Mi viene in mente la parabola dei mercanti nel tempio.

Fabio Folla

Rispondi