Trappole non intenzionali di un mondo troppo veloce

di Fabio Folla

Lo credevamo tutti che la circolazione di informazioni, la libertà di esprimere opinioni e la duttilità dei mezzi potesse formare le menti ed i cuori in un modo virtuoso e solidale.
Ma l’essere umano non si smentisce o, forse, è la comunicazione che non è ancora telepatica ma soggetta a tutti i Bias cognitivi possibili.
Di fatto siamo giunti là dove aforismi, frasi ad effetto, dichiarazioni fucilate sui social sono il fulcro o l’apice di un ragionamento, quando va bene.
Quando va male sono solo il frutto del facile “copia e incolla”. Ma lì ci fermiamo. Comode da fruire seduti sul water, semplici da condividere e viralizzare. E il riscontro? Sono montagne di like.
Like che hanno assunto il valore di amichevoli pacche sulla spalla, dichiarazioni di vicinanza, affetto, ammirazione. Una specie di vittoria morale, in certi casi.
Ma il punto sta, davvero, da tutt’altra parte. Non è infatti in una semplice asserzione di concordanza che sta la vera comunicazione. La comunicazione non si esaurisce alla semplice affermazione con “ricevuta di ritorno”.

La comunicazione prevede un messaggio, un emittente, un canale, un codice, un contesto e un ricevente. Ed ognuna di queste fasi celano insidie e ostacoli che potrebbero falsare il risultato e portare un falso like.

Il nemico peggiore di un pensiero, quindi, non è l’avversario, l’oppositore aperto e leale. No, il peggior nemico è colui che dice di averti capito, di essere in linea con ciò che dici con tutta sincerità ma che, a chiedergli cosa ha capito, risponde deformando ogni tuo spunto. Distorcendo ogni tua osservazione, alterando il pensiero fino, può capitare, affermare il contrario di ciò che volevi.
Chi afferma di amare la “democrazia”, ad esempio, potrebbe facilmente ottenere un like. Ma la parola democrazia è cambiata di significato nel corso del tempo. Ad Atene potevano votare solo alcuni cittadini, non le donne, non gli schiavi. Non tanto tempo fa, nell’ottocento, la democrazia continuava a escludere le donne che arrivarono fino ad azioni eclatanti, anche a morire, per affermare il proprio diritto al voto. E quella era considerata, allora, una società democratica. Quindi qualcuno potrebbe dirsi dalla tua parte anche se misogino e suprematista bianco.
Se affermi di amare gli animali idem. Possono darti, indifferentemente, ragione i vegani, chi rischia la pelle per fermare le baleniere e chi si abbuffa tutti i giorni di carne da allevamento intensivo (perché loro per “animale degno d’amore” pensano solo al proprio gatto).
Le parole libertà, anarchia, fratellanza, felicità, successo e salute sono altrettanto pericolose (nel senso di racchiudere in sé troppe accezioni).
L’amore per il “prossimo”, che riempie i sermoni, piace a tutti perché c’è una estrema, forse eccessiva libertà nell’interpretazione della parola “prossimo”.

La soluzione, però, non è congelare il significato delle parole come vorrebbe fare chi afferma che “le parole pesano”. Così facendo avremmo una lingua morta. Un codice meccanografico, uno sterile mezzo di programmazione senza sentimenti o poesia.
La vera conquista sarebbe riconoscere la complessità del comunicare e accettarla, navigarla, ponderarla, e lasciare gli slogan, i meme, le citazioni e le dichiarazioni roboanti al loro ambito. Quello di richiamo, appello, esortazione, invito all’approfondimento.

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