Certi “come stai” sono dei “ti amo” non detti

di Selene Pascasi

Siamo una coppia. Quante volte abbiamo pronunciato queste tre parole parlando a un’amica, a una collega? Tante, ci scommetto. È iniziato così, proprio con queste tre parole, uno scambio di battute tra me e una sconosciuta, entrambe in coda all’ufficio postale. Lei, curatissima, con in mano un paio di bollette da pagare. Io, struccata e in jeans, con in braccio una decina di plichi contenenti il mio nuovo romanzo da spedire alle affezionate lettrici. Insomma, dopo una mezz’ora di attesa, entra un tale trasandato, tutto muscoli e barba hipster. Si avvicina alla “vicina di fila”, le strappa di mano il ticket per la prenotazione sportello e senza dirle nulla si avvicina in cassa. Mi sfugge uno sguardo di disprezzo verso quell’energumeno ma lui neanche se ne accorge, intento com’è a sbrigarsi. La donna, visibilmente imbarazzata, fa per andarsene ma si sofferma un attimo al mio fianco e sussurra «siamo una coppia, non è sempre così, oggi è particolarmente nervoso». I suoi occhi, però, tradiscono altro. Lo spirito da legale torna a galla, le passo un biglietto da visita. «Se vuoi, puoi chiamarmi. Non mi conosci, ma puoi fidarti di me. Ti aspetto». Mi dedica una smorfia carica di tenerezza, si avvia verso la macchina e prima di salire accenna un ciao a palmo aperto. Sembra una bimba. Incredibile. Nonostante il lussuoso tailleur e le unghie smaltate, in lei non vedo più la signora bon ton ma una fanciulla cresciuta in fretta capace di emozionarsi catapultandosi in una fiaba di Walt Disney. E chissà se adora anche la famosa frase «se puoi sognarlo, puoi farlo!». Ecco un’altra delle mie digressioni romantiche. Dovete scusarmi ma l’essenza di avvocato convive con quella di scrittrice e le due anime spesso si confondono. Vi giuro, però, che qualsiasi anima io indossi, ci metto passione. Anche troppa.

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Detto ciò, e tornando allo strano incontro, sapete che è successo? Di lì a qualche giorno, la femme fatale fissa un appuntamento e viene nel mio studio. Con le sue movenze di un’eleganza innata si accomoda sul divanetto di velluto rosso che ho scelto tra tanti per l’aria di conforto che regala. Non potevo fare un acquisto più azzeccato! Quel divano metterebbe a suo agio anche la Signorina Rottermeier con la sua ossessione per il controllo dell’universo. E poi, le clienti devo coccolarle. Da matrimonialista, assisto donne che stanno vivendo crisi dei rapporti sentimentali, coniugali. Donne che si trovano in bilico tra ciò che desideravano e la realtà che si è dipinta loro addosso. Donne messe in discussione, spesso, persino come madri. Donne bisognose di qualcuno che, scorte di empatia nel cuore, sappia comprenderle e dopo aiutarle codici alla mano. È quello che ho fatto con Elsa – bel nome, vero? – dopo averle offerto un caffè.

Prima di indagare sul come potevo esserle utile da legale, le ho domandato il motivo per cui uscendo dalle poste aveva sentito l’urgenza di scusarsi con me per le maniere di quel villano. Non ricevo risposta e prendo il discorso alla lontana. La distraggo (piccoli trucchi del mestiere) parlando della sua gonna stilosa e rilancio: «sai, anch’io quando sono in difficoltà per il comportamento di chi mi è accanto mi giustifico per lui. Che sciocca!». Le scucio un sorriso. «Che sciocche, vorrai dire. Succede anche a me!». «Me ne sono accorta. Ma il tipo delle poste è tuo marito?». «No, il mio compagno. Viviamo insieme da anni». «E dimmi, perché quel giorno ti sentivi in colpa per qualcosa che aveva fatto lui?». «Perché al risveglio lo avevo irritato con la mia fissa per l’ordine». Insomma, in famiglia Elsa era la bella copia della Signorina Rottermeier e pensare che l’avevo tirata in ballo per caso. «Allora, cara Elsa, in una relazione è normale che ci siano momenti di tensione ma questo non giustifica ritorsioni a catena. E lui non avrebbe dovuto permettersi di umiliarti davanti a tutta quella gente – ma neanche se fossi stata sola – per farti pagare cinque minuti di nervosismo. Ti doveva rispetto. Un’ultima curiosità. Mi hai detto “siamo una coppia”. Ti senti davvero la sua donna, nonostante il suo caratteraccio?». «Sì avvocato, e sono anche sicura che mi ami veramente». «Da cosa lo capisci?». «Beh, quando siamo lontani mi scrive spesso per sapere come sto». Questa volta, la lezione l’ha data lei a me. È proprio vero. Certi «come stai» sono dei «ti amo» non detti. Chapeau.

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