Sanzioni culturali alla Russia. Dalla cultura che abbatte i conflitti alla cultura del conformismo intellettuale

Nel cuore dell’Europa, oltre due secoli fa, la Grande Armata di Napoleone e l’esercito russo dello zar Alessandro I di Russia si fronteggiarono in quelle che vengono ricordate come le guerre napoleoniche, lunghe ed estenuanti. Ad Austerlitz nel 1805 vinse il primo, nel 1812 la vittoria di resistenza dell’esercito russo guidato dal generale Michail Kutuzov a Borodino, oggi in Repubblica Ceca. Eppure, oltre al dato storico, l’immortalità di queste battaglie è stata conquistata anche grazie al grande affresco storico-letterario del romanzo Guerra e Pace di Lev Tolstoj, per il 45% dei russi il più grande scrittore del paese secondo un sondaggio dell’agenzia di statistiche Levada.

Oggi una nuova guerra insanguina il cuore dell’Europa, dal 24 febbraio 2022 infatti truppe militari russe hanno occupato ampi territori dell’Ucraina con gli ucraini che stanno resistendo con ogni mezzo. Ma quando è iniziato davvero tutto questo? Correva l’anno 2014, manifestazioni filorusse in Ucraina sfociarono nell’annessione della Crimea alla Russia, poi l’insurrezione separatista nei territori del Donbass è stata oggetto della controffensiva ucraina fino all’escalation dei nostri giorni, con un conflitto che Vladimir Putin ha esteso prima alle regioni ucraine meridionali sul mar Nero, poi verso la capitale Kiev e quindi nella città orientale di Leopoli. Il Presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyi e i suoi militari, ma anche il popolo ucraino stanno resistendo alla “guerra lampo” immaginata dai russi, mentre Stati Uniti e Europa per ritorsione rispondono con rovinose sanzioni economiche alla Russia.  Le immagini televisive di territori sventrati dai missili e dalle bombe si contrappongono a file di profughi, soprattutto donne, bambini e anziani, in fuga oltre il confine, a disegnare fratture immateriali altrettanto profonde, con crepe di relazioni culturali che si sgretolano ogni giorno di più, fino all’inverosimile. Infatti stiamo assistendo a un effetto domino di “ritorsioni culturali” quanto mai inutili e dannose, a nostro giudizio, che rischiano di alimentare un odioso sentimento antirusso in occidente.

Maria Prymachenko

Una dichiarazione di antiputinismo è quanto hanno preteso a Milano dal direttore d’orchestra russo Valery Gergiev il sovrintendente del Teatro alla Scala e il sindaco, pena la sostituzione nella direzione, che poi è avvenuta. A New York lo stesso direttore d’orchestra è stato preso di mira al Carnagie Hall di Manhattan sull’onda di proteste social, virale è diventato l’hashtag #Cancel/Gergiev, malumori che anche in questo caso hanno portato al cambio dell’artista. Neanche Fedor Dostoevkij è stato risparmiato da questa isteria collettiva, con il seminario di quattro lezioni che lo scrittore e traduttore Paolo Nori aveva programmato sull’autore russo all’Università Bicocca di Milano, seminario preso anch’esso di mira. Il rettore e prorettore hanno deciso prima il rinvio “per non provocare tensioni”, poi c’è stata la riconferma per le contrarie proteste, con l’invito ad “integrare” i seminari con scrittori ucraini. Lo scrittore italiano però ha restituito al mittente l’invito.  

Alla Biennale di Venezia, invece, il curatore e gli artisti del Padiglione della Federazione Russa hanno a loro volta annullato la partecipazione. La promozione cultuale, si dirà, rientra a pieno titolo nel più ampio contesto delle relazioni internazionali e la diplomazia culturale è parte inscindibile della politica estera; intanto, in nome della valorizzazione dell’identità culturale europea, ci sono forti rischi che una comunicazione “di guerra”, che corre oggi anche sui social network, superficiale e animosa, semini faziosità e pregiudizi capaci di radicarsi facilmente nel sentire comune. La condanna delle operazioni militari dovrebbe essere sempre incanalata a livello istituzionale, mai fatta cadere come una mannaia sui singoli artisti o sui singoli progetti culturali.

Aria diversa non tira neppure nell’editoria. Il Salone Internazionale del Libro in programma dal 19 al 23 maggio 2022 al Lingotto di Torino ha annunciato che non saranno presenti delegazioni ufficiali, enti o istituzioni legate al governo russo, senza però arrivare a boicottare libri o autori russi, discussioni o lezioni sulla cultura russa. Senza troppi distinguo anche le altri grandi fiere librarie di Londra e di Francoforte che hanno annunciato l’assenza del padiglione russo e degli autori russi, padiglione moscovita che mancherà anche a Bologna alla fiera della letteratura per l’infanzia in programma dal 21 al 24 marzo 2022.

Questa reazione a catena crediamo sia molto pericolosa perché le “sanzioni culturali”, che tagliano fuori dal circuito le case editrici russe o discriminano artisti russi nella loro partecipazione ad eventi oltre confine, possono generare un’insopportabile e anacronistica russofobia. La cultura confligge, in questo modo, con il suo senso più profondo, superare i confini e costruire ponti di dialogo, come favorire la libera espressione, e dove ci sono impedimenti, occorre non chiudere mai i canali di deflusso del dissenso, lasciando muoversi un’informazione altrimenti soffocata dalla cultura di “regime”.

La Russia, e non va certo dimenticato, è anche il capitolo della resistenza intellettuale dei ‘samizdat’ (“pubblicato da sé”), quando un esercito di moderni amanuensi riuscì a fare pubblicare oltre cortina testi della tradizione o censurati dal regime sovietico, fra gli anni ’50 e fino all’era Gorbaciov. Di quegli anni si ricorda anche il grande successo del Dottor Zivago pubblicato in anteprima mondiale in Italia dalla Feltrinelli nel ’57. La cultura, ne siamo convinti, sopravvive nello scambio, oltrepassando i muri del pregiudizio e dei conflitti, ed il dissenso non può essere indotto. Il dissenso è infatti frutto di un’adesione spontanea, e in Russia, fortunatamente, un fronte di dissenso esiste e può allargarsi, perché la resistenza culturale deve essere più forte della resistenza armata. Il “fai da te” delle sanzioni culturali è pertanto inutile, oltre che fuorviante, è segno di un conformismo intellettuale plumbeo ed insopportabile, che sta contagiando il pensiero occidentale. Crediamo, allora, doveroso condannare, prima che sia troppo tardi, questo tipo di scelte e di muri che alimentano sentimenti antirussi, creando “buone ragioni” per odiare la cultura russa e i russi che, fortunatamente per il mondo, sono invece anche Puskin, Gogol, Dostoevskij, Cechov, Tolstoj, Solzenicyn e non solo Vladimir Putin.

Marisa Paladino

Un pensiero riguardo “Sanzioni culturali alla Russia. Dalla cultura che abbatte i conflitti alla cultura del conformismo intellettuale

  1. Ringrazio Marisa Paladino per questo articolo misurato, bello e molto interessante. Al suo elenco finale di autori russi (gli elenchi, com’è ovvio, per loro natura sono sempre parziali) aggiungo quattro nomi (senza citare l’implicito Bulgakov). Sono autori del primo e secondo Novecento a mio parere di notevole valore: Evgenij Zamjatin, Daniil Charms, Venedikt Erofeev, Sergej Dovlatov.

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