Estetica del veilleur de nuit

Ho quarant’anni, ho sonno, mi fa male la schiena, a volte soffro di allucinazioni. Mi guardo nello specchio dell’ingresso, mentre i vicini corrono su e giù per le scale come stambecchi isterici col sale sulla lingua, e mi sfilo la cravatta con tutta la pesantezza del mare che mi porto in corpo.

Questo era il pensiero fisso, ogni mattina, quando tornavo a casa, vivo per miracolo, dopo aver guidato zigzag dall’hotel mezzo addormentato. Quella contro il sonno era la mia unica lotta, la lotta per rimanere sveglio mentre gli altri dormono, l’unico vero potere che un uomo ha. Per quasi vent’anni, a fasi alterne, ho fatto questo lavoro massacrante, mi sono torturato rifiutando contratti dovunque, lavori ben pagati, dignitosi, e soprattutto di giorno. Mi ostinavo a rimanere sveglio, volevo avere il tempo per leggere, me l’ero conquistato così. Era la mia maniera di combattere il Sistema. Sistema… una parola inventata da chi non ha il coraggio di combattere se stesso. Perché vincere te stesso è la vera vittoria, tutte le altre sono vittorie inventate.

La notte mi affascinava e mi spaventava, ne ero soggiogato, è sempre stata lei a decidere, mai io. Era come se l’unico modo di vivere fosse vegliare, attendere che arrivasse l’alba. L’alba, quando arrivava, era soltanto mia, non la condividevo con nessuno. Ma non è solo questo. Era una questione di bellezza, quella bellezza che vedevo solo nel buio, quando la gran parte degli esseri infami che siamo era inattiva. “Nell’oscurità non vedi tante cose” diceva Antonio de Curtis, “ognuno ha il fascino di un’ombra e la cadenza dei suoi rimuginamenti più veri, tanto che arrivi quasi a captarglieli e ti sembra di capire i motivi che lo spingono a spasso. E allora ti senti in un mondo abbastanza amico e un po’ più umano”.

Fare il veilleur de nuit mi ha insegnato a osservare, a rimanere in disparte mentre gli altri vivono, e poi scriverne, come se non esistesse un altro modo per fare lo scrittore. Sì, un altro modo esiste, è quello di vivere con passione. Non mi sono mai tirato indietro quando si trattava di cambiare vita, cambiare città, cambiare nome. L’ho fatto decine e decine di volte, da quando avevo diciassette anni e sono partito con uno zaino e una carezza di mia madre, la sua benedizione. Poi ho scoperto che potevo rubare la vita degli altri e nel frattempo guadagnare uno stipendio per mandare mia figlia a scuola con un bel vestitino di velluto. Sono diventato uno scrittore che si nasconde nel buio, che annulla la sua presenza nel mondo, se vuole scrivere del mondo, altrimenti scrive di se stesso e basta. Di quest’ultimo tipo di scrittori sono piene le librerie più in voga, vanità, autoerotismo, autocelebrazione, una forma alquanto originale di prostituzione.

Facevo il veilleur de nuit a modo mio, ero cordiale coi clienti, non servile, non sorridevo per forza se una loro battuta non mi faceva ridere. Non ringraziavo se davo una chiave. Erano loro a ringraziare me e io dicevo prego, come impongono le regole della buna comunicazione. Coi direttori e i colleghi, cercavo di mantenere il segreto il più a lungo possibile. Perché una volta scoperto il mio segreto, iniziava un lento e subdolo cammino verso il verdetto del popolo contro la strega. Nessuno avrebbe dovuto sapere che ero lì per combattere, per scrivere il vero e per rivelarlo al lettore. Tentavo ogni volta di fingere di amare quel lavoro e di non avere altro da fare in vita mia, come tutti loro, solo il lavoro, e basta. Ma ero un pessimo attore, si leggeva in faccia che vivevo in un altro posto e occupavo una sedia destrutturata della sua materia fisica, uno spazio surreale, che gli altri non potevano comprendere. Non potevano comprenderlo perché erano felici, quel lavoro in hotel era la loro massima aspirazione. Io li invidiavo, invidiavo i miei cari colleghi perché non avevano bisogno di soffrire per andare a dormire. Dormivano benissimo anche col sorriso sulla bocca. Alla fine scoprivano le mie carte nascoste nella borsa, e ogni volta iniziava il processo. Una ventina di hotel, tutti finiti nello stesso modo. Un processo dal quale uscivo sempre come parte lesa.

Si somigliavano tutti, quelli che lavoravano in hotel. Ripetevano le stesse cose a qualsiasi tipo di cliente. L’empatia è arte rara, si sa. In alcuni alberghi in cui ho lavorato, usavo la cucina, mi preparavo quello che volevo, oppure organizzavo cene con gli amici e i clienti, o con clienti che diventavano amici. Ma questi erano i bei tempi andati, gli allegri ricordi di gioventù, prima che l’umanità svendesse la propria dignità in cambio di quattro icone colorate. Negli ultimi anni ho parlato poco con la gente, alcuni mi chiedevano giusto la password per connettersi al wi-fi e non si vedevano più per il resto del soggiorno. Il lavoro era cambiato, non era più un’esperienza profonda di scambio di anime. Era diventato solo uno scambio di informazioni.

Di notte però stavo bene, non dovevo dare spiegazioni a nessuno, lavoravo un’oretta alle procedure dell’hotel, accoglievo qualche cliente notturno come me, chiacchieravamo delle nostre vite, dei nostri amori, ci battevamo una mano sulla spalla perché nessun altro di giorno ci avrebbe compreso e alla fine restavo solo, fino alle sette del mattino. Spegnevo la musica, abbassavo le luci, mi toglievo la giacca, ero a casa mia, coi miei appunti già pronti, il caffè, i cioccolatini, era il mio mondo, quello che alcuni chiamano intimità. Durante la notte ho scritto le mie più belle pagine, non sono molte, ma già mi bastano per sentirmi utile, per aver dato un senso al mio passaggio. E se qualcuno un giorno dovesse trovare tra quelle pagine anche solo una parola che gli salvi la vita come l’ha salvata a me, allora avrò fatto bene il mio lavoro.

Ho quarant’anni, ho sonno, mi fa male la schiena, a volte soffro di allucinazioni. Ma tutto questo è passato.

foto credits: Marek Fogiel

Da quanto tempo lavora per noi? mi ha chiesto il direttore. Tre anni e qualcosa. Lei indossa l’uniforme, signor Iodice? Ma quale signore, il signore è morto da duemila anni, e lei lo sa che ero d’accordo con la chef de réception che avrei messo giacche mie da quando avete rifatto le uniformi solo per quelli che lavorano di giorno, per risparmiare… mi ha persino fatto i complimenti – cito – per l’inconfondibile eleganza degli italiani… E la sua grafia, signore, è sempre così incomprensibile? No, a volte è anche peggio, quando scrivo per voi cerco di renderla più chiara possibile. Allora, lei capisce, non possiamo permetterci queste faiblesses, il nostro hotel è rinomato nella vieille ville, io esigo la perfezione. Secondo me la perfezione non esiste, ma mi dia delle ragioni serie, non inventi scuse del genere, non è dignitoso da parte sua. Come si permette di dirmi cosa è importante e cosa no! Mi fate morire, lo sappiamo bene che questa lista è ridicola. Non si permetta di puntarmi il dito! Ma quale dito…

Il compagno della chef de réception era rimasto senza lavoro da più di un anno. Non poteva andare diversamente. Ma il punto è un altro. Dopo la morte di mia madre, tre mesi fa, una morte assurda, ingiusta, prematura, avrei dovuto mettermi in malattia, ero distrutto, credo sia comprensibile, non lo so, umano, se si può ancora usare questo termine. Invece ho continuato a lavorare. Non sorridevo, non parlavo con nessuno. La verità è questa. Il sistema allora esiste, ed è un sistema spietato, che non tollera la sofferenza, ed esige perfezione. Per fortuna il compagno della chef de réception sarà perfetto come veilleur de nuit, sua madre non morirà mai, sorriderà sempre ai clienti e ringrazierà ogni volta che gli chiedono una chiave…

Franco Malanima

2 pensieri riguardo “Estetica del veilleur de nuit

  1. “Perché vincere te stesso è la vera vittoria, tutte le altre sono vittorie inventate”. Proprio così, caro Frank, la battaglia più dolorosa, quella che richiede più coraggio, da affrontare per conseguire la libertà suprema: la libertà da sé stessi.

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