“In culo oggi no”. Jana Cerná contro l’ipocrisia del politically correct

C’era un prete che conoscevo, grande amante della letteratura fantastica spagnola, iniziatore di giovani menti piatte all’amore per la lettura e per il mondo dei libri in generale, che una volta mentre giocavo a togliermi le croste dalle ginocchia mi ha detto di non perdere tempo a scavare nei bidoni pieni di merda per scoprire le perle della letteratura contemporanea. E ogni tanto mi dico che il prete aveva ragione.

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Il problema non è cosa si scrive, ognuno è libero almeno nei limiti della propria carta. Il problema serio è come lo si scrive. Non si guarda neanche più il contesto. Vige un conformismo disumanizzante nel linguaggio, nelle tematiche, addirittura nell’impaginazione. Fuori dai libri è anche peggio: nel mondo dei social network, per dirne una, la farsa dello scambio di commenti e il fatto stesso che qualsiasi commento scomodo venga rimosso spiega come la realtà che ci siamo ricuciti addosso è solo illusione. L’ho letto persino in una di quelle catene di Sant’Antonio che arrivano sul cellulare: “Il fatto è che siamo tenuti lontani dalla realtà. Vari ostacoli ci sbarrano l’accesso. Per esempio, la nostra fascinazione patologica per le apparenze”.

In parole povere, non lavoriamo più per lasciare una traccia del nostro passaggio, ma per fare marchette, succhiare like dei follower più dotati.

L’altro giorno stavo parlando con un amico che fa videorecensioni e sta sempre là a mostrare il suo tablet per mettere in chiaro che lui è uno a favore del progresso tecnologico (poteri forti) e non si sognerebbe mai di insinuare che i libri di carta non sono solo libri di carta, ma qualcos’altro, quel qualcos’altro che ci sta sfuggendo dalle mani come le anguille piene di olio a capodanno. Ad ogni modo, davvero bravo, pensate che è capace di leggere e recensire un libro al giorno, e mica dépliant su come impastare la colomba classica motta o gli struffoli col miele, no, parliamo di Kafka, Dostoevskij, o importanti volti della tv e della radio, tanto per cambiare. E gli ho chiesto perché lui (ma in realtà quasi tutti ormai) parla dei libri che gli sono piaciuti con il sorriso sulle labbra, usando un tono pulito, corretto, pieno di una certa pacata allegria, come se si stesse rivolgendo a una platea di animaletti incantati nel villaggio dei puffi. E lui mi ha detto qualcosa che mi ha fatto molto riflettere: scrivere e leggere sono un divertimento.

Dopo aver chiuso la telefonata, mi sono sentito molto solo. Mi sono chiesto: è possibile che la letteratura sia diventata un parco giochi, una specie di gradino propedeutico a Netflix, e ci si debba intrattenere facendosi i complimenti a vicenda con questo terrore di non essere popolari, di perdere cuoricini, o peggio ancora, i favori delle redazioni più in voga? Sembra di essere negli Stati Uniti, da cui sono scappato perché era vietato dire di no agli studenti. Si sentivano umiliati, e la soluzione era dire sempre di sì a tutti. Sostituire il no con il sì, il primo passo verso la mistificazione della realtà.

Dove sono finiti gli scrittori maleducati? Dove sono nascosti i tormentati, quelli che soffrono perché hanno capito che con i loro libri non salveranno né il mondo né se stessi, quelli che hanno dovuto bruciare tutte le loro opere per colmare l’amore infinito per la parola, o quelli che hanno risolto il loro bisogno di scomparire creando decine di eteronimi? Il mio amico deve aver dimenticato che la bella letteratura può uccidere, può distruggere, e non sempre per ricostruire. La letteratura alta può metterti nudo davanti a una massa informe di giudici incorrompibili che ti sputano in faccia muco e bile. Come fa la verità. La verità non accomoda. Anzi, scomoda. Perché leggere vuol dire buttarsi nel buio, e nel buio ognuno ci trova quello che gli pare.

In un libro di Hector Murena, tradotto da Cristina Campo, una volta ho letto che “la poesia viene quando restiamo nell’inesauribile compagnia della solitudine”. Leggere è per me un atto solitario. La discussione che ne scaturisce, sacrosanta, legittima, direi umana, può essere una chiacchierata piacevole col sorriso e un tablet in mano, ma può essere anche una lotta di sciabole grondanti di sangue insanguinato.

E allora mi è venuta in mente Jana Cerná, un’altra mia amica, tra i tanti miei maestri, tutti morti prima che io nascessi, una che oggi riderebbe in faccia a questi ruffiani che intasano il web coi loro modi gentili in una ricerca spasmodica e senza regole di follower e consensi. Da Jana Cerná, ho imparato l’oscenità, la capacità di spingersi oltre i limiti del pudore, quella staccionata che ci costruiamo noi stessi, in un atto di autocensura senza eguali nella storia d’Italia. Un’autocensura che inizia dagli algoritmi dei social network e si installa nella nostra capacità di ricreare immagini originali, riducendoci a ritinteggiare col piscio degli acquerelli la superficie del nostro bel tablet, mentre facciamo la gara a chi ce l’ha più grosso.

Frank Iodice

2 pensieri riguardo ““In culo oggi no”. Jana Cerná contro l’ipocrisia del politically correct

  1. Che piacere leggere in forma adeguata pensieri concepiti ed espressi in modo chiaro! Grazie per questa interessante riflessione sulla dipendenza dal consenso che ci pervade. La sua scrittura è uno specchio fedele della realtà.

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