Antonio Tabucchi, “Mi piacerebbe avere diverse possibilità di esistere in questo mondo”

di Marisa Paladino

Occorre amare i viaggi e coltivare il desiderio dell’Altrove, non sarà allora difficile trovarsi a Parigi, in un viaggio che soltanto dopo apparirà nella sua luce effettiva. Accade a un giovane Tabucchi che studente di Filosofia alla Sorbona di Parigi decide di rientrare in Italia per seguire studi letterari a lui più congeniali. Per questo viaggio acquista su una bancarella un libro da leggere in treno, è la plaquette di una poesia tradotta in francese, uno strano titolo Bureau de tabac o Tabacaria con l’autore che gli è sconosciuto Alvar de Campos alias Fernando Pessoa. Intanto nelle pieghe di quell’evento si nasconde un appuntamento con il destino. ”Non sono niente./Non sarò mai niente./Non posso volere niente./A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.” L’incipit del componimento e la forza evocativa di quei versi accendono nel giovane un brivido quasi metafisico e quell’ossimoro, il senso del vuoto e l’indicibile pienezza, è una vertigine di libertà, in cui la ricchezza dei sogni promette la moltiplicazione di vite possibili.

Tabucchi è anche incuriosito dalla lingua e da un autore che scoprirà nel percorso universitario. Compie un primo viaggio in Portogallo e nel solco degli appuntamenti con il destino, incontra Maria José de Lancastre, appassionata di letteratura e dell’opera del grande scrittore lusitano. La combinazione è perfetta, la frequentazione continua e i due si sposano nel 1970. In Italia hanno in comune la carriera accademica, oltre l’amore per la letteratura portoghese, e Pessoa viene tradotto in italiano in una febbrile e impegnativa attività di traduzione, mentre il Portogallo, grazie al libriccino di poesie, entra profondamente nella vita e nell’opera di Tabucchi, fino a diventare terra di elezione che nel 2004 gli riconosce la cittadinanza.

Lisbona la sfavillante, preferita nei mesi caldi in cui la luce della città è intensa e la brezza atlantica è più impetuosa, accoglierà nel 2012 dopo morte prematura le sue ceneri che vengono sistemate nel cimitero dos Prazeres, dove avevano riposato i resti di Fernando Pessoa per cinquant’anni, trasferiti poi nel 1985 al Monastero dei Jernimos luogo di sepoltura degli eroi nazionali. Con il grande poeta lusitano non mancano cose in comune, il secondo nome di Pessoa è Antonio, ad esempio, ma anche l’aspetto fisico sembra accomunarli. Entrambi con una corporatura longilinea, il volto un poco allungato, gli occhialini tondi e un paio di baffetti, la somiglianza c’è, ma è anche il gioco della scrittura che li lega e sembra richiamare il misterioso esistere di un eteronimo di Pessoa nello stesso Tabucchi che a volte veste i panni di quest’ultimo. Entrambi con il desiderio febbrile di avere diverse possibilità di esistere in questo mondo, entrambi alla ricerca di una modalità per realizzarlo.

Pessoa è impiegato in una società di import-export addetto alla traduzione di lettere commerciali, ha un’esistenza in superficie ma in un’”arca casalinga” ha messo al riparo dal diluvio delle sue inquietudini “i suoi molteplici spiriti ben impacchettati in fascicoli manoscritti tenuti con lo spago e contrassegnati da firme diverse”. La creazione di “altri da sé”, cioè l’eteronimia di travestimenti letterari-stilistici di personaggi da lui inventati, con una propria vita, proprie caratteristiche, diventano ognuno un’opera poetica (Alberto Caerio, Alvaro de Campos, Ricardo Reis e l’ortonimo Fernando Pessoa).

E se questa è la modalità di Pessoa per vivere molte vite, Antonio Tabucchi il dualismo tra sogno e realtà lo compone nella diversità dei generi di scrittura praticati, poesia, racconti e romanzi che esprimono le voci interne che gli fanno visita. “Mi piacerebbe disporre di più di una vita e avere diverse possibilità di esistere in questo mondo” confessa Tabucchi, e anche per questo la scrittura lo porta a prendere posizione sugli accadimenti sociali e politici, dilatando l’attenzione sulle violenze e le ingiustizie della Storia. Tabucchi, però, non gradirebbe sentire parlare di letteratura impegnata tout court, anche se il suo esordio letterario Piazza Italia è un romanzo che mette in scena una saga familiare di anarchici toscani nell’arco di oltre cent’anni di storia, dalla monarchia, attraverso il fascismo fino alla Repubblica, quindi un romanzo che presenta evidenti risvolti politici e sociali. Una storia immaginata dalla parte dei vinti che, quali oppositori del potere, pagano con la morte il prezzo della ribellione. Lo scrittore dichiara in maniera decisa da che parte stare e quale parte difendere nel mondo. La predilezione di Tabucchi, però, è per il racconto che ha una forma espressiva incalzante ed è soggetto a ferree regole stilistiche, a questo proposito Il gioco del rovescio è la scrittura del cambiamento e della maturazione. Si tratta di un insieme di racconti introspettivi, scritti in prima persona, che gli consentono di abbandonare il proprio punto di vista e di trasferirsi dentro altre anime, per cogliere quello che a prima vista non si vede. A seguire una miscellanea di prose e racconti, un insolito libro di viaggi, oppure pièce teatrali, sono gli altri generi letterari che Tabucchi utilizza per indagare temi molto sentiti, quali la morte e quel dialogo tra vivi e morti sempre presente nella sua scrittura, l’inquietudine del tempo, ma anche il gioco, il doppio, il rovescio, il naufragio esistenziale, gli appuntamenti mancati della vita. E ancora saggi e critica letteraria, traduzioni e collaborazioni giornalistiche con i maggiori quotidiani italiani e portoghesi, nonché con riviste letterarie, anche se è il romanzo best-sellers pluripremiato (Viareggio e Campiello) Sostiene Pereira che decreta il successo e la fama di Antonio Tabucchi, seguirà dopo pochi anni un altro romanzo di impegno politico La testa perduta di Damasceno Monteiro ispirato a fatti realmente accaduti.

Il dittico dei romanzi politici, la storia di una presa di coscienza civile tardiva ma possibile e la denuncia dei comportamenti violenti della Guardia Nazionale in un “omicidio di Stato”, esprime una letteratura che ha una funzione civile e un ruolo antagonista rispetto al potere. Ma sul ruolo e l’impegno degli intellettuali Tabucchi in più occasioni, e La gastrite di Platone è una di queste, ha chiarito il suo pensiero. Innanzitutto crede che l’esercizio della letteratura sia conoscenza e il dovere nella scrittura quello di essere coerente e leale con il proprio essere. Tabucchi questo lo è stato, distinguendosi come voce critica anche fuori dal coro della sinistra. Ebbe una polemica con Umberto Eco che invitava gli intellettuali a non parlare troppo – l’esempio era la metafora di un incendio dove l’intellettuale deve soltanto chiamare i pompieri e non darsi da fare per stabilire le cause e le conseguenze del disastro – in quanto il loro lavoro funziona nei tempi lunghi e non incide troppo sul presente. Tabucchi conveniva sul fatto di chiamare i pompieri, ma aggiungeva “io vorrei sapere dell’origine dell’incendio”, reclamava cioè tutta la creatività della conoscenza artistica, sostenendo che la letteratura deve intervenire con le sue modalità, quindi descrivere ma anche contrastare le storture della società.     

A dieci anni dalla sua morte si sente molto l’assenza della sua scrittura e dei suoi contributi polemici, nei quali esortava a non abbassare mai la guardia, in quanto i fascismi sono costanti della nostra Europa, per questo ogni cedimento di spazio democratico può essere pericoloso. Oggi, sarebbe meraviglioso vederlo ancora ai tavolini del caffè A Brasileira o, se troppo affollato, su una panchina all’ombra di un grande pergolato sulla terrazza affacciata sul Molo di Alcantara, dove il Tago si allarga fino a diventare mare. Tra le mani uno dei suoi quaderni con la copertina nera, in Italia si trovano poco, in Portogallo sicuramente di più. Amava scrivere soltanto sulla pagina destra, lasciando la sinistra libera per le correzioni. Con la nostalgia che accompagna il pensiero dell’essere stati avrebbe certamente un prepotente senso di straniamento rispetto a una realtà di grande conformismo, di pensiero dominante che occupa il circuito dei media in maniera soffocante, tempi di autoritarismo strisciante e di disinformazione, di certo sarebbe ferito da tutto questo. Oggi però è il tempo di un’altra inquietudine, diversa da quella che ha attraversato il secolo breve e diversa da quella che ha animato il tempo di Tabucchi, nonostante sia passato soltanto un decennio dalla sua scomparsa. A dominare sono la paura e l’assoluta precarietà, e Tabucchi, da voce libertaria quale era, contrario a ogni forma di oppressione dell’individuo, sicuramente ci avrebbe fatto cogliere, di questi tempi, la triste avarizia di futuro.

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