Giorgio Caproni: Tutto è relativo, la realtà è la più grande delle utopie

di Annamaria Pazienza

Quando si parla di reale ci si deve soffermare in prima linea sul triplice significato che questa parola ha al suo interno. Il reale, infatti, è costituito, come magistralmente afferma Agnés Varda (regista e fotografa belga) durante un’intervista con Cecilia Mangini (prima documentarista italiana) da: reale stesso, realtà e rappresentazione del reale.

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Giorgio Caproni, poeta novecentesco troppo spesso dimenticato dalle antologie scolastiche, sapeva perfettamente cosa fosse il reale e in che modo ci si poteva approcciare ad esso.
Nato a Livorno nel 1912 ha il suo incontro con la parola in un modo del tutto inusuale, ma prettamente artistico: attraverso lo studio del solfeggio. Dichiara, durante un’intervista, di aver cominciato a far versi per combinazione. Abbandonato lo studio del violino si dedica alla parola in maniera del tutto compulsiva.
Il suo rapporto con la parola e con il reale è sempre stato molto controverso. Caproni è uno di quegli autori che è estremamente duro con sé stesso. Uno di quelli che definisce i propri versi “musica dura”, che controlla e ricontrolla, in modo nauseante alle volte, le proprie virgole, cesure, parole.

Per Caproni “la parola è una mistificazione, una simulazione della realtà, in quanto la parola è un oggetto a sé. Voler conoscere la realtà attraverso la parola vuol dire voler conoscere un oggetto attraverso un altro oggetto.” 
Caproni va contro ogni tipo di poeta logorroico infatti. È un poeta incisivo, diretto. Detesta chi utilizza “amo” per dire “mi piace”, “odio” per dire “non mi piace”.
Molti critici e poeti francesi lo hanno definito “percutante”. Secondo la poetica caproniana l’ideale sarebbe scrivere una parola sola in poesia o addirittura andare oltre la parola. Molti componimenti, proprio per questo motivo, sono ridotti all’osso, a pochi versi.

Ci si può soffermare, per comprendere a pieno il suo concetto di reale e la sua rappresentazione, sulla raccolta “Res Amissa”, pubblicata postuma nel 1991 (Curata da Giorgio Agamben), in particolar modo su un componimento chiamato “Facile Dictu”.
Caproni scrive:

Ecco cosa non bisogna
dimenticare:
                        la sola
verità possibile
è una: la menzogna.

Questo componimento, dalla struttura circolare chiusa ha un grande segreto al suo interno: il non poter controbattere in alcun modo o contraddire questo pensiero. Il poeta non concede diritto di replica.

Caproni sa bene come trattare la realtà in poesia, sa come modellarla sotto le sue mani, sa in che modo plasmarla o annientarla, alzarla a verità assoluta o farla cascare nell’insignificante vuoto. È il poeta della contraddizione e della conoscenza della realtà. Uno di quei poeti con cui bisogna interfacciarsi almeno dieci volte nella vita, per poter vivere meglio, per poter vivere appieno la realtà che affrontiamo.

Il poeta che ci fa comprendere come tutto è relativo e come la realtà è la più grande delle utopie.

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