Postmodernismo, ovvero la logica omologante del tardo capitalismo

di Glenda Dollo

Viviamo in epoca postmoderna. Trovo che una teorizzazione e definizione completa di postmodernismo si debba a Frederic Jameson, autore del libro Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, in cui l’autore non solo definisce storicamente il tempo in cui viviamo, ma ne traccia un quadro culturale completo. A caratterizzare l’epoca del libero mercato è la frammentazione dell’individuo: “la società dei capitali e il trust hanno depositato l’individuo (con le sue forme e le sue categorie) nella pattumiera della storia”.

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L’individuo, protagonista del grande romanzo ottocentesco, con il suo dramma esistenziale, preda dell’inconscio, dell’alienazione, non esiste più. Si è trasformato, come il sapere, in un’entità astorica. Non siamo più connotati esistenzialmente, né storicamente, né culturalmente. La rivoluzione antropologica causata dal consumismo ha creato un’omologazione in cui la distinzione in classi non è più culturale, ma fondata unicamente sul possesso di beni di consumo: possediamo tutti gli stessi beni marchiati con loghi diversi.

Sul piano esistenziale, siamo prigionieri delle certezze sulle quali costruiamo la nostra vita: l’individualismo esasperato, la ricerca di benessere e successo, ecc. Confiniamo l’emotività nel recinto dell’affettività privata, mediante un ripiegamento sull’io sintomo del diffuso egocentrismo. Siamo automi che aspirano a un’apparente perfezione, quella richiesta da uno stile di vita fondante una società che dà maggior peso allo stato di salute dei mercati, spesso sofferenti, che a quello delle persone. L’etica del profitto rende i nostri gesti e le nostre giornate scandite da ritmi disumani, automatizzati. I sentimenti, le emozioni, sono estromessi da questo meccanismo. Le radici culturali si sono liquefatte, o, meglio, si sono frammentate in una molteplicità di etichette da apporre ad altrettanti stili di vita.

Eppure la conoscenza, sebbene settorializzata, sul modello del processo produttivo, non ha mai raggiunto un così alto grado di specializzazione. Ma la conoscenza, il sapere, non è cultura, che è l’insieme delle esperienze umane, spirituali, intellettuali, materiali, che caratterizzano un individuo o un insieme di individui, permettendogli di avere una visione critica e consapevole non solo di sé stesso, ma anche degli altri: conoscere gli altri attraverso sé e conoscere sé stessi attraverso gli altri è un’esortazione gramsciana finalizzata a creare un’entità culturale comune, trasversale.

Ecco, trovo che, in epoca di omologazione e frammentazione dell’individuo, tale possibilità assuma una concretezza del tutto inedita.
Mai come oggi si è consumata tanta arte. È proprio il caso di usare questa parola, “consumata”, perché l’approccio al fatto artistico il più delle volte occupa uno spazio simile a quello di tante altre attività che potrei definire scacciapensieri. Mai come oggi si è prodotta tanta letteratura. Questa letteratura è, per lo più, letteratura di consumo. Un prodotto del libero mercato. Una merce come tante altre. Ma guardando a fondo, a caratterizzare uno slancio tanto intrepido verso la produzione di letteratura e il suo consumo, sta un malessere. Sta il dolore di tanti. La sofferenza, che sempre ha contraddistinto e contraddistinguerà l’essere umano. Per quanto il ripiegamento intimistico che denota tanta di questa letteratura non abbia un valore letterario intrinseco, che va ricercato nel mezzo espressivo oltre che nell’urgenza di dire, è degno di attenzione il fatto che un numero crescente di persone scelga la penna per sublimare, ordinare, condividere, esternare il proprio dolore. Spesso nella speranza di poter essere d’aiuto ad altri. Condividiamo un’esperienza che, però, si esaurisce nella sua dimensione solipsistica. Non segue alcuna riflessione legata a tale fenomeno, non segue alcun dibattito letterario o intellettuale, alcun confronto. Per il semplice fatto che esso si esaurisce nello stesso modo in cui si origina: nella frammentazione, nell’essere un fenomeno transitorio e astorico, di una cultura omologata e omologante che, però, non riesce a zittire l’emotività che urla, soffre e geme per essere ascoltata.

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