Alda Merini: Non sapevo cosa fosse un manicomio prima di varcare quella soglia

di Stefania Castella

Sono qui, al buio, nel momento mi sento più felice. È molto tempo che il buio mi rende felice ed è strano perché per tanti anni avvolgersi nel buio, cercare la quiete, magari il dormiveglia m’è sempre sembrato uno spreco di tempo. Oggi il tempo ha un altro valore, un altro suono, altri odori, altre dimensioni, oggi nel buio che non è quello di ieri, passo molte ore a rispondere alle domande di una bambina di nove anni che ha sete di sapere, conoscere, che somiglia sempre più alla meraviglia di un grosso vaso che mi permette di riversarci dentro tutto ciò che ancora resiste nella memoria. Non pensare che sia una nonnetta dalla testa canuta, è vero non sono una ragazzina ma sento che la mente vacilla, a volte dimentico le parole, resistono però certi ricordi, come certi profumi e resistono in un angolo risposte che restituisco di notte alle sue domande, ecco perché mi piace il buio oggi, perché è pieno di lei, della sua voce bambina che spalanca mondi nuovi nell’aridità e quando mi chiede “mamma chi è un poeta?” io cerco nella testa di mettere insieme il più bel dipinto che si possa imprimere nella sua testa piena di capelli che profumano di cose buone e racconto cosa potrebbe essere il poeta, ricordo il tempo della scuola quando la poesia era dovere e rincorsa, ad imparare, memorizzare, fermare le parole che se non “rimavano” tra loro diventavano così difficili da tenere. Qualche volta invece restavano, compivano quella magia che solo la parola sa, sfidavano il tempo, vincendolo. Certe immagini, certe evocazioni hanno vinto la nebbia, certi volti sono cresciuti prendendo spazio come un familiare che ogni tanto viene a trovarti e conosce ogni vuoto da colmare. Come Alda che sapeva fare una magia che riesce a pochi, renderti l’illusione di essere letta mentre era lei che leggeva te.

Niente come la parola, può essere cura e insieme malattia.

“Se la mia poesia mi abbandonasse come polvere o vento, se io non potessi più cantare, come polvere o vento io cadrei a terra sconfitta, trafitta come la farfalla in cerca della polvere d’oro…”
(Alda Merini)

Alda per me
Qualche volta può succedere, puoi nascere con un dono. Puoi scartarlo come faresti con un regalo di Natale o quello di una qualunque altra festa restando lì a guardarlo mentre ti chiedi per tutta la vita a cosa ti è servito. Altre volte lo guardi appena, troppo preso dal resto del mondo che fuori avanza. Ma se nasci con un dono il più delle volte ringrazia e basta.
Certo, dirai, dipende tutto dal dono. Questo ha la sua logica, certe volte un dono pesa e non è facile da sopportare, quando nasci con un dono non sai mai quanto tu sia stato fortunato.
Io nascevo il primo giorno di primavera e poi ancora e ancora, molte altre volte, cento, mille anni dopo, anche quando ero troppo stanca per rinascere ancora e la mia croce non salvava nessuno, neanche me.
Quando sono entrata in manicomio la prima volta ero solo una bambina, con due bambine, ma ancora ingenua, moglie, madre con la speranza ancora viva. Ero un poeta, mi riempivo di parole, aspettavo che qualcosa di bello avvenisse sempre. Illusa, come i poeti non sanno di essere.
Sapevo essere felice, forse sembravo un po’ stranita ma sapevo riconoscermi allo specchio, prima che le luci diventassero intermittenti. All’epoca non c’erano molte alternative, sembrava che qualcuno desse i numeri, si chiamava un’ambulanza, diventavi per tutti la pazza.
Pazza. Non sapevo cosa fosse un manicomio prima di varcare quella soglia, non ne avevo mai visto uno. Le sbarre alle finestre, puzza di piscio ovunque. Io e un’altra che un tempo doveva essere stata umana come me, ci facevamo piccole stringendoci alla parete, incollate ai muri incrostati restavamo ferme da una parte a guardare gli altri, qualche volta avevamo paura che saremmo diventate come loro. Erano tutti urla e strepiti, vite come vestiti che si strappavano di dosso. Impossibile non ribellarsi e finiva che ti prendevano ancor di più per matto, quando ciò che volevi era solo difenderti. Dagli occhi che ti scrutano, dalle mani che ti afferrano, dalle cure che non ti curano come con l’elettroshock, nessuno voleva quella tortura, quella maledizione che ti cambiava la testa e tante volte pure la faccia, ci riempivano di premorfina, il bromuro doveva servire a calmare gli agitati. Una volta sono passata anche io per la linea degli agitati, ho osato ribellarmi alla sevizia e me l’hanno fatta senza anestetico. Ancora adesso sento il dolore addosso, ma ancora più forte l’impotenza: A chi racconto? Chi mi crederebbe?

Mi chiamo Alda Merini, mi chiamano poetessa, mi scrutano, per loro sono “Anima felice sospesa tra normalità e poesia”. Non sentono che c’è qualcosa di faticoso a cui rapportarsi anche solo nell’immaginarlo. Nessuno che si chiede se il poeta debba essere folle sempre e comunque al di sopra di ogni cosa. Non credono che “Se spolveri le farfalle, le farfalle non volano più”.O di quella volta che volevano mettermi in ciabatte, in manicomio, e io gli ho detto: “Non è possibile!  Che il poeta è come un parafulmine, scarica sulla terra l’energia, se gli metti le ciabatte come fa?”.

Io lì dentro ci sono rimasta per quasi dieci anni. Ho sollevato e attraversato ogni pensiero oltrepassando quella Terra Santa a carte scoperte, mostrando come vive un internato, com’è freddo e lucido il pensiero che si è smarrito. Ho urlato urla di innocenti condannati alla pena di morte, in un braccio infinito in cui si resta in attesa per tutta la vita. Come reduce di un lager, ho inventato la resistenza nei versi scolpiti su macchie di angoscia, di sbarre, di mani aggrappate cercando di farmi bastare un ritorno, mentre invocavo la speranza in aliti di vita sempre più lontani. Ho lasciato andare leggera l’eco dei passi felini di un medico, addestrato a scivolare nella notte per somministrare sonni artificiali con un insulso ghigno feroce, devastato dalla sua stessa improbabile follia.

Oggi divise che sanno parlare, su me pontificherebbero che sono stata bipolare. Bipolare, che vuol dire? Che di una che parevo ero due in realtà o il perfetto contrario. Che sarei stata a vita la prediletta vittima di un sali e scendi di emozioni, crisi improvvise, sguardi allucinati, depressioni come febbri mefitiche che ti inchiodano a un sudario, persecuzione e mania, felicità euforica come eterna ubriacatura, eccitazione senza controllo.
Questo direbbero tra candidi camici e aghi di flebo, io ricordo soltanto sorrisi che mutano in sghignazzi, la più grande felicità che in un attimo scoppia nel petto, che ti spinge a lasciarti cullare in un vortice di gonne fruscianti e ti gira e rigira la testa e poi insieme milioni di mani ti spingono a forza e senti strapparti i capelli e la vita mentre sprofondi nel buio più profondo, nelle viscere perdute della terra. E non ci cavi nulla, nulla di buono, vuoi solo dormire. Ecco cos’è. Bipolare come depresso, ansioso, ammalato di cosa, nessuno poteva sapere, ma di certo lì dentro non era il mio posto, lì dietro le sbarre tra le chiavi smarrite in un tempo di cure diverse, ghetti in cui vomitare voci che nessuno più ascolta, le matte che qualcuno aveva deciso fossero matte.
Matte dalle figlie strappate, lontane, famiglie senza più ritorni, sguardi straniti alla richiesta di un po’ di caffè servito tra un mormorio di: “Io non lo prendo il caffè con una matta”. E quella matta ero io.
Per me era tutto al di sopra, come le nuvole, tutto troppo. E la cura era scrivere, e scrivevo e ho scritto per tutta una vita costellata di occasioni, premi che un po’ ripagavano la fatica di esistere in quell’assurda vita senza vita che pure ho amato tanto. Ho amato tanto e quando il mondo non alzava più il suo sguardo per non dover specchiare il suo male nei miei occhi ho creduto ancora e amato ancora, lottando fino a risalire, anche solo per gridare al mondo intero “Ci sarà qualcosa di buono in quello che scrivo, no?”

Oggi che i manicomi non ci sono più e di poesie e di teorie e di cure per i “matti” se ne fanno cercando di capire, di me diranno che è rimasta la poesia, ricordo da poeta indelebile. Io dico che di me resto io, nell’immagine lasciata tra le scritte e i numeri, gli appunti, i miei disegni, i progetti alle pareti. Restano le mie ragazze, con il ricordo una madre un po’ ingombrante, che dava affetto come poteva, presa dal suo poetare, che non era frivolezza ma bisogno di raccontare e scrivere e dettare all’improvviso un pensiero, un ricordo, un’emozione. Resta di me il mio esser grata alla vita di essere vita. Vita ferita ma pur sempre vita. Il rossetto rosso, lo smalto in tono, i cappellini di paglia. Tieni per un po’ quel mio sorriso perché resista come le sigarette senza filtro o la mia voce come corpo che trascina con fatica la fatica. Ho lasciato andare le parole, un soffio roco con addosso il peso della malattia e ancor di più quel dono, che il mondo riconosceva e poi dimenticava, come avrei voluto fare un po’ anche io.

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