Che rapporto abbiamo con la nostra coscienza? Appunti sul Don Chisciotte

Quando Pirandello incluse alcune pagine dedicate al Don Chisciotte nel suo saggio L’umorismo, lo fece in un capitolo intitolato L’ironia comica nella poesia cavalleresca.
Egli rintraccia nell’opera di Cervantes il sentimento del contrario posto alla base dell’umorismo. Don Chisciotte, nota Pirandello, è animato da un’unica aspirazione: la giustizia. “Coraggio a tutta prova, animo nobilissimo, fiamma di fede; ma quel coraggio non gli frutta che volgari bastonate; quella nobiltà d’animo è una follia; quella fiamma di fede è un misero stoppaccio ch’egli si ostina a tenere acceso,
povero pallone mal fatto e rappezzato, che non riesce a pigliar vento, che sogna di lanciarsi a combattere con le nuvole, nelle quali vede giganti e mostri, e va intanto terra terra, incespicando in tutti gli sterpi e gli stecchi e gli spuntoni, che ne fanno straziò, miseramente”. È nel paragone con l’Orlando ariostesco che Pirandello nota quanto diversa sia la comicità espressa nel Don Chisciotte. Se Ariosto è sperduto nella leggenda, Don Chisciotte, che porta in sé la leggenda, è sperduto nella realtà. Da questo elemento nasce il tragico, nasce da questa antinomia, che è rappresentata dalla dialettica tra il mitico cavaliere e il suo scudiero.

“Abbiamo uno scrittore (Cervantes) che inventa un personaggio (Don Chisciotte) che inventa l’autore (Cide Hamete) che servirà come fonte all’opera dello scrittore (Cervantes)”, scrive Cesare Segre, il quale ci conduce immediatamente sul terreno della letteratura. Ed è questo, credo, il terreno migliore per azzardare alcune ipotesi personali su una delle opere più affascinanti e accattivanti, nonché di piacevolissima lettura, che la storia della letteratura mondiale abbia prodotto.
L’intento dichiarato da Cervantes era quello di mettere alla berlina quella letteratura cavalleresca che tanto successo aveva avuto nel Cinquecento.
Non sono interessata a un facile psicologismo che fa delle disavventure dell’autore, reduce della battaglia di Lepanto e vissuto sempre in ristrettezze economiche, il nucleo dell’invenzione letteraria, ma credo si tratti di un elemento, tra gli altri, da tenere presente.
Allo stesso modo, la vulgata secondo la quale si realizza nell’opera una dialettica tra follia e realtà, significa ridurre la componente metaletteraria presente nel Don Chisciotte a puro elemento accessorio.
La riflessione, invece, investe l’essenza stessa della letteratura, che è l’immaginazione. La letteratura, per dirla con Manganelli, altro non è che una menzogna. Una menzogna che non solo si veste di vero, ma che può essere più vera di ogni realtà. Diventa necessaria una riflessione sulla realtà, definita, generalmente, come ciò che esiste in opposizione all’illusione, al sogno. Senza entrare nel merito della differenza tra sogno e illusione, definire reale ciò che esiste senza considerare i problemi che la filosofia e, in tempi più recenti, la psicologia, hanno dovuto affrontare per darle consistenza è un’operazione a dir poco superficiale. Ora, se intendiamo per realtà la sua percezione, il Don Chisciotte certamente si colloca fuori dalla realtà. Ma, se la realtà non è oggettiva, bensì sottoposta alla percezione, allora dobbiamo porci il problema di cosa sia la verità. A meno che, contraddicendo l’intera storia della filosofia, non poniamo nei sensi la sede dell’oggettività. Se invece postuliamo l’esistenza di una realtà oggettiva, ci mettiamo nel solco di un realismo contrapposto all’idealismo. Nel solco della scienza.

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Torniamo alla letteratura, tenendo presente che il realismo è una tendenza ottocentesca. Il senso comune vuole che i temi alla base del poema cavalleresco siano l’amore, la magia e, naturalmente, l’avventura. Ma chiunque abbia letto un poema cavalleresco “sa” che al suo interno si respira una certa aria, un benessere derivante non solo dalle norme che caratterizzavano la cavalleria, ma dalla presenza di un’umanità diversa. Non è solo la componente immaginativa a prevalere nel poema cavalleresco. È, innanzitutto, quella della nobiltà d’animo. E infatti Don Chisciotte è descritto esattamente da Pirandello, che ne mette il luce il lato nobile, l’altruismo oltranzista, arrivando ad affermare: “Quanto più bella e più nobile sarebbe la vita, più giusto il mondo, se i propositi dell’ingegnoso gentiluomo potessero sortire il loro effetto!”.
Allora perché mettere alla berlina il poema cavalleresco? Secondo Pirandello non è quello il vero intento del Cervantes, bensì, come si diceva in precedenza, quel contrasto che produce l’umorismo.

Con l’umiltà di una lettrice che ama profondamente quest’opera, azzardo qualche ipotesi. Il problema del Don Chisciotte non è la follia, ma la facoltà immaginatrice. Lui “è” il poema cavalleresco, lui “è” la letteratura. Troppo a lungo si è indugiato sul fatto che il protagonista del primo romanzo della storia letteraria si sia nutrito di letteratura cavalleresca fino a scambiare quella con la realtà. Il tema del Don Chisciotte è l’essenza stessa della letteratura, il suo ordinamento statuario. La letteratura produce altri mondi sulla carta, che del contesto di origine si nutrono e allo stesso tempo ad esso si sostituiscono. L’immaginazione è il ponte che lega autore e lettore al personaggio e alla storia. Il Don Chisciotte è una personificazione della facoltà immaginatrice che rende possibile la stessa arte letteraria. Egli sta all’idea come Sancho sta alla sua immagine. Don Chisciotte è creatore e vittima della sua stessa creazione, della sua facoltà immaginatrice, la stessa che ha permesso a Cervantes di regalarci un’opera complessa e ricchissima, che, dopo secoli, non smette di rinnovare il suo messaggio. Allora mi permetto di azzardare l’ipotesi che di ironia si tratti quando Cervantes afferma di voler mettere alla berlina il poema cavalleresco. E che, benché letture più moderne del Chisciotte abbiano confutato le ipotesi pirandelliane, ci sia più verità nelle parole di Pirandello che in tante pagine di critica letteraria.
Non di dialettica tra realtà e follia tratta il romanzo, ma di una necessità profondamente umana che la letteratura ha sempre incarnato: quella di immaginare. E che rischiamo di perdere se rinneghiamo i nostri ideali, la nostra specificità.
“Io so ed ho per certo di essere incantato. E questo mi basta per la tranquillità della coscienza”, afferma Don Chisciotte.
E noi, non più incantati, che rapporto abbiamo con la nostra coscienza?

Glenda Dollo

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