Sylvia Plath, “Parlo a Dio ma il cielo è vuoto”

di Stefania Castella

Ci sono urla che non trovano spazio, restano incollate dentro, tra le pareti della propria anima, rimbalzano da una parte all’altra. Molte come onde sugli scogli, sbattono così forte da creare piccole fratture e allora può succedere che si riversino fuori, che inondino un altrove, che riescano a trovare una forma umana diventando sinuosa musica, qualche volta pasta densa su una tela, altre volte ritmo poetico, scritto, impronta su fogli. Come le parole che non salvarono Silvia Plath, poetessa controversa con un dolore perpetuo e pulsante che la consumava fino a un atto finale come ultima eco inascoltata, tentativo rimasto vano che però torna a ripetere all’infinito, tra i suoi scritti, tutto quello che è stato il suo mondo.

Mi chiama ancora la piccola, mi sembra di udire la vocina, sembra lontana mille miglia. Un attimo prima perduta su un foglio, sola, viaggiavo felice, poi torno e intorno è il disastro. La vita mi opprime, mi toglie la vita. La vita è in una tazza di cereali, nelle calze pulite da cercare, nelle lunghe lenzuola da ripiegare. Storie, parole, faccende. E sempre una voce: “La torta di mele di Annette quella dello scorso compleanno era perfetta”. Perfetta. È per questo che vivo, per essere perfetta, come quella torta, come le donne che le somigliano, mamma. Sono madre anch’io sai mamma, sono brava anch’io sai? Potevo esserlo. Se la scintilla di quello che ero stata davvero non avesse appiccato un incendio troppo vasto per spegnersi dentro. Brucio e il mondo non s’accorge.

Soli, siamo soli, una madre e i suoi cuccioli, loro dipendono da me, e Londra è fredda, bianca opaca e grigia, e risuonano i versi di un tempo che chiedono tempo, tempo che io non ho più. Se fossi un’altra, ne troverei di certo, se fossi una di quelle donne perfette nel proprio ruolo, una brava massaia che il sabato mattina tira giù le tende e come una maghetta munita di magica bacchetta, passa il suo panno e tutto risplende, precisa, ordinata, in grembiule inamidato ogni cosa avrebbe il suo senso nel suo tempo. Tempo di moglie, tempo di madre. Ci deve essere qualcosa di distorto in me che invece vado cercando dell’altro. E mi sento sbagliata, sono sempre fuori posto.

Mi guarda col dito puntato la donna decisa, dal rosso involucro di quei cereali, a un tratto sorride, dice “Brava, apparecchia la tavola e prepara il pranzo, la cena e la vita, distesa e lisciata come la bianca candida tovaglia che hai tirato fuori”. Mi guarda la donna perfetta, sorride dal vetro di una conserva, sorride da ogni parte, da ogni luogo per ricordarmi la perfetta imperfezione di ogni mia virgola, di ogni mio angolo. Brucio del tempo che non ho e brucio il cosciotto di pollo in quel forno malefico. Oh madre, non sarò mai come lei, come te, come voi.

La testa ruota, non cerca più appigli. Tu amore mio hai la testa di lato, non mi guardi negli occhi, ho lasciato che andassi, ed è l’onta più grande, come può una donna lasciare che il marito cerchi rifugio tra le braccia di un’altra? L’ho fatto, mi avevi tradita, ho lasciato che andassi, che fossi felice, per cercare anch’io di essere felice. Quando le porte grigie, fredde ed enormi, mi si sono richiuse alle spalle, hanno cercato di svuotarmi la mente, ma nessun filo elettrico poteva portarmi la felicità. L’avranno pensato, anch’io l’avevo pensato.

Ho pensato che bello sarebbe pensare di meno, l’ho meditato nell’orto di casa, nel tempo in cui eri fuori, pensato al tiepido tepore del sorseggiare del latte e sporcarsi le mani, gustare il dolce sapore di panna leggera, sentirsi felice di niente e non avere bisogno di niente. Cercarsi nel riflesso di un vetro sottile e per un attimo non essere me. Amore tu adesso sei con lei, ti dirò di tornare, e tornerai. Nell’attesa, crederò di pensare cosa vorrebbe dire riprovare, sapendo che ritrovarti ancora, non sarà che riavere un’ombra senza salvezza. Non sei tu, non sono io, non so dirti di cosa ho bisogno, forse soltanto di stare seduta a guardare la vita che passa e tradurla su un foglio. Mi sembra meschino, non posso pensarci, potrei essere madre lasciarmelo bastare, tornare a essere moglie e saper perdonare.

Se solo il mio urlo si potesse sentire. Ora che voglio sgolarmi, che non puoi più salvarmi, urlerò ancora più forte, e lo lascio sul foglio il mio grido strozzato, attento a sentirlo, c’è accanto anche il numero del mio caro medico. Magari qualcuno chiamerà, magari qualcuno passerà, magari qualcuno sentirà. C’è il latte, i biscotti, non mancherà niente. Passerai un’altra notte tra le braccia dell’altra. Stai sereno tesoro, non mi avresti salvata, ci ho provato ad urlare più forte. Adesso lo sai, che quell’eco tornerà a risuonare.

“Se torno muoio”.

Questo le hai detto con la testa tra le mani, parlando di me. “Se torno muoio” non valeva soltanto per te.

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