Anna Magnani, una donna invasa dalla furia di dare, di amare e di essere amata

di Glenda Dollo

Il volto di Anna Magnani, sguardo profondo e attento, borse e occhiaie perenni, un sorriso raro, che quasi sempre sfocia nella sua nota risata, specchio di umanissima unicità, non può che essere amato.
Anna Magnani era una diva sui generis in primo luogo per la sua fisicità. Fianchi larghi, seno abbondante, capelli corvini, risata ruggente, naso pronunciato, occhi nerissimi. Poi per il suo carattere guerrigliero che la rendeva una donna ammirata non solo per le qualità artistiche, ma anche per fierezza e indipendenza.
Se è innegabile che a creare un mito contribuisca il racconto, quello di Anna Magnani è indissolubilmente legato a quello del cinema italiano e del neorealismo in particolare. L’onorevole Angelina, Bellissima, Roma città aperta, Mamma Roma, Nella città l’inferno sono solo alcuni dei capolavori della cui realizzazione fu indiscussa protagonista. Ma a costruire il racconto, e quindi il mito, è anche il contesto che, in questo caso, è quello della guerra e del Dopoguerra, oltre che quello della definitiva affermazione del cinema come settima arte.

“È un bell’animale, Anna Magnani, un animale stupendo, pantera o cavalla, in libertà” disse di lei Antonioni, contribuendo a creare quel mito di donna forte, spudorata, che la circonda ancora. Contribuirono i ruoli e contribuirono, soprattutto, le sue incredibili capacità attoriali, affinate dallo studio presso la Scuola d’Arte Drammatica Eleonora Duse prima e presso l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica poi. Contribuì, anche, un certo istinto che era la cifra stilistica attorno alla quale l’arte era venuta a formarsi. Eppure Anna, di padre ignoto e cresciuta senza la madre che, giovanissima, l’abbandonò alle cure amorevoli della nonna per recarsi in Egitto, aveva studiato per otto anni pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia. E la immagino Anna Magnani impegnata a suonare Rachmaninov, perché se è vero che la musica basta a una vita intera, ma una vita intera non basta alla musica, credo che Anna Magnani abbia vissuto una vita all’insegna della musica che si portava dentro, quella che l’ha guidata in tutte le scelte, non solo artistiche, che la vita ci pone innanzi.

Aveva capito di non essere nata attrice, Anna, ma di aver deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza in meno, come disse parlando di sé. E non solo studiò, ma attraversò una lunga gavetta che la formò caratterialmente e professionalmente contribuendo ad acuire quell’empatia che è un’altra sua caratteristica stilistica. Perché dello stile della Magnani si parla troppo poco a mio avviso, presi come siamo da questo mitico personaggio che incarna una donna che piace e allo stesso tempo, a molti, incute timore.

E non poco contribuì questo mito a tracciare il ritratto di una donna che della propria fragilità, che è di ciascuno, faceva una forza.

La ricordiamo tutti gridare “Francesco” dietro un camion, perché nessuno di noi, come Ungaretti, ha potuto dimenticarla. Ma la ricordiamo anche impegnata nelle riprese di Vulcano mentre Rossellini girava Stromboli con Ingrid Bergman…
Umanissima Anna Magnani, nel suo essere donna, nel suo essere diva. E qui risiedeva la sua vera forza, il suo fascino. Qui risiede la ragione dell’affetto e della stima da cui, nel mondo, è tuttora circondata. Diceva di lei Renato Castellani che la sua tecnica era tanto raffinata da consentirle di recitare al di là di ogni tecnica. È nota la vulgata secondo la quale Anna Magnani non facesse che recitare un medesimo personaggio: se stessa. Fu la tecnica a permetterle di dar forma a quello che, probabilmente, all’inizio era solo un istinto. Nota Morandini che, dopo Greta Garbo, non vi fu mai un caso così clamoroso di sovrapposizione tra attrice e personaggio, ma con una differenza fondamentale: nel caso di Greta Garbo era la diva a sovrapporsi alla donna, mentre nel caso di Anna Magnani il contrario. E questa donna, che incarnava la maggioranza delle donne italiane, dietro l’irruenza, dietro la maschera, nascondeva una grande fragilità.

Ricorderò, su tutte, un’unica sua interpretazione, magistrale, quella cui sono forse più affezionata, quella che più di tutte mi ha incantato. Parlo del ruolo di Egle in Nella città l’inferno di Castellani, in cui recita con Giulietta Masina. Masina, fresca di Oscar, avrebbe dovuto essere protagonista indiscussa del film, ma Anna Magnani le rubò letteralmente la scena.
Il film si svolge all’interno di un carcere femminile, in cui Lina, interpretata da Giulietta Masina, è ingiustamente detenuta per un furto che non ha commesso, ma di cui è accusata dal suo stesso compagno. Egle, invece, ha dimestichezza con la subcultura carceraria, è entrata e uscita più volte, è appariscente, eccentrica, chiassosa. Indole opposta a quella di Lina. Evolvono i personaggi, evolvono le beghe tra le attrici, con relative polemiche, che tralascio. Vi è, nel film, un’altra detenuta, Marietta, interpretata da Cristina Gaioni, che pur non restando indifferente alla furia cieca di Egle, avrà, probabilmente, un destino diverso: troverà l’amore in carcere e da quell’amore sarà salvata.
Mi piace pensare ad Anna Magnani come una donna invasa dalla furia di dare, amare ed essere amata. Una donna che nella recitazione e nell’arte trovò il modo per sublimare mancanze e paure, per esprimere il proprio bisogno di versare lacrime ed elargire risate, perché è anche questa vitalità, in fondo, che noi tutti ammiriamo in questa donna assurta a icona dell’italianità, della femminilità e del cinema mondiale. Ci ha regalato, Anna Magnani, l’immagine di un’Italia lacerata che non si arrende, che non si piega al Fascismo, alla guerra, alla povertà. Un’immagine di verità e fierezza, di orgoglio e arguzia. Ci ha regalato l’immagine più vera di quella lotta che impegna ciascuna vita così come la Storia, una lotta i cui protagonisti siamo tutti noi.
Si dice che fosse una gran signora Anna Magnani, per distinguere la donna dall’attrice, impegnata spesso in ruoli che rappresentavano ceti meno abbienti. La verità è che era una signora innanzitutto in quei ruoli, in quei ritratti di molte altre vite, molte altre “signore” con cui la vita era stata meno generosa e la Storia profondamente ingiusta. E Anna Magnani questo lo sapeva.

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