Breve storia dell’antica arte di fare marchette

Oggi ti devi far notare. Devi saperti vendere per stare sul mercato perché il bancone del pesce puzza assai se non ci spargi di continuo il ghiaccio e qualche spruzzatina d’acqua di mare. Per prima cosa devi smetterla di scrivere libri, perché è un’attività troppo faticosa, fa male alla salute, fa venire il mal di schiena, provoca giramenti di testa, ti impedisce di avere una vita sociale sana e equilibrata. Se smetti è meglio, perché quello che conta non è il libro ma come lo vendi. Sentite questo messaggio di autopromozione che ho appena ricevuto, lo trascrivo fedelmente, è perfetto per entrare in argomento:

“Potete trovarmi su YouTube artista esistenzialista vi mando mio link lo mandate amici per iscrizione e visualizzazione serena giornata voi e famiglia ho pubblicato 7 libri 4 romanzi 3 raccolte poesie”…

Mi ha ricordato il mio amico Peppe Cannella, uno che ho messo anche in un libro una volta. Peppe Cannella non ha mai scritto nulla, neanche una paginetta come questa, neanche una frase per quei bigliettini minuscoli che trovi nei baci perugina o nei biscottini della fortuna. Però se fate un giro nelle librerie bianche e rosse del centro, troverete le vetrine piene di libri suoi, con quelle appetibili copertine rigide in cui non ci sono illustrazioni, ma soltanto lettering modellato intorno a una linea immaginaria che dipinge il suo nome rotondeggiante a tutta pagina. Come si spiega questo fenomeno? Con l’antica arte dello scambio dei corpi, che esiste da tempi immemori, da quando Giuda ha venduto Gesù Cristo per esempio, e regola ancora oggi gran parte del mondo del lavoro, anche se pubblicamente questo non andrebbe detto perché, se lo dici, ti giochi la possibilità di salire sulla giostra e girare insieme a Peppe Cannella che non si regge neanche con le mani per dimostrare agli altri scrittori che lui è figo e alla moda, e può permettersi l’abbonamento mensile con i giri illimitati.

Premettendo che soffro il mal d’auto e non posso neanche mettere un piede sui manège, proviamo un attimo a capirci qualcosa di questa faccenda delle marchette.

Ci sarebbe da analizzare un intero sistema fondato sullo scambio di favori. Peppe Cannella me lo dice sempre: devi scrivere roba che fa piacere a tizio e a caio, e loro in cambio scriveranno roba che fa piacere a te. Ma io voglio scrivere quello che piace a me, e tizio e caio scrivessero quello che piace a loro, gli rispondo, così la gente a sua volta sceglierà quello che preferisce e chi s’è visto s’è visto. Non è questa la letteratura? Quando gli parlo di letteratura s’incazza, mi dice che quella parola non vuole sentirla pronunciare. Devi fare il falso modesto se vuoi stare nella vetrina insieme a me, mi dice sempre Peppe Cannella, per esempio devi dire che non sai se quello che hai scritto è un buon romanzo, ma ci hai provato e speri di esserci riuscito. Ma questo non è vero, se è un buon romanzo, se è costruito bene, lo devi sapere, altrimenti non è pronto per essere pubblicato. Non puoi sapere se è un romanzo bello, questo mai, questo dipende da chi lo leggerà, per ognuno sarà un romanzo diverso, gli ho detto. Per esempio, se un architetto progetta una palazzina di tre piani per una casa di riposo, dev’essere sicuro dei calcoli che ha fatto e deve sapere se la palazzina si reggerà in piedi, oppure no? Avete mai visto un architetto che dice: non so se ho fatto bene i calcoli, lascio giudicare ai vecchietti che ci verranno ad abitare, e se schiattano sotto le macerie non sarà neanche colpa mia. La colpa in questo momento storico è saper fare il proprio lavoro. Se non lo sai fare, sei premiato.

Un’altra questione di cui discutiamo spesso è legata alla teoria del pesce fresco sul bancone del mercatino sotto casa. Quando passiamo davanti al banco della pescheria, Peppe e io ci fermiamo a guardare gli occhi dei merluzzi, spenti e opachi, mai che ci fossero merluzzi freschi, tutta roba morta da una settimana, e dagli occhi dei pesci non so come arriviamo a parlare del nostro lavoro e delle recensioni dei libri, quelle che lui consiglia a me e quelle che invece io consiglio a lui. A me non piace una cosa che lui adora: dopo il consueto copia e incolla, i recensori non omettono mai i riferimenti alla casa editrice e all’autore, non solo menzionandoli, che potrebbe anche essere normale, ma inserendo tutte quelle chioccioline in modo che il mondo intero si accorga della loro imperdibile critica letteraria e si complimenti per l’arte oratoria e la disamina originale e costruttiva dedicata all’opera letteraria per definizione. Un’opera scelta rigorosamente tra quelle in classifica. Una classifica decisa rigorosamente dal potere dei marchi o se suona meglio, del marketing.

Caro Peppe, gli ho detto una volta, ma perché queste critiche sembrano tutte uguali, un paio di paragrafi sulla trama, qualche riferimento a libri veri, quasi sempre classici, e una sfilza di parole difficili giusto per intimorire la povera gente che correrà a comprare il libro per paura di sembrare ignorante, convinta che essere ignoranti significhi non conoscere parole difficili? Perché la gente è stupida, mi ha detto Peppe Cannella, e ciò che vuole è credere che lo sia anche tu. Poi ha detto che è una questione di diplomazia, bisogna dire sempre di sì a tutti, anche se alla fine fai quello che vuoi tu. Serve a farsi clienti, è come se avessi un negozio. Io gli ho risposto che i lettori non sono dei clienti, ma lui già non mi ascoltava.

Il gioco delle chioccioline comunque funziona così: io ne do a te, tu ne dai a me, e tutti e due siamo pieni di chioccioline. E non posso darla a qualcuno che trovo interessante? gli ho chiesto. Ma sei pazzo! e perché? cosa ti dà in cambio? se è un pezzo grosso, allora sì, riempilo di chioccioline, così si accorgerà di te e può essere che pubblicherà il tuo prossimo libro.

Voilà la teoria di Peppe Cannella. Sarà per questo che lui non ha mai scritto nulla di suo pugno, ma è in tutte le vetrine del centro con il suo nuovo best seller intitolato Una vita in soffitta, la storia di un bambino segregato nel magazzino di una vecchia fabbrica di lamine tipografiche, abbandonato, dimenticato dalle istituzioni, cancellato dai registri scolastici, fino al giorno in cui viene liberato e fonda una famosa casa editrice per l’infanzia. Un momento… Questa è la storia del mio inedito Il bambino che sapeva fare le parole, scritto qualche anno fa e passato a Peppe per avere la sua opinione!

In sostanza, che cosa possiamo imparare dalle mie chiacchierate con Peppe Cannella? Che ci sono due modi in cui puoi fare questo mestiere: puoi strusciare lungo le scie di muco delle escargot più grosse alla ricerca delle loro chioccioline, oppure puoi dare la tua testimonianza, scrivere il vero, scriverlo come piacerebbe leggerlo a te, con le parole più semplici che riesci a trovare – ed è questo il bello – perché sono gli ignoranti a usare parole difficili. E se un certo mercato editoriale vuole trasformarti in un marchettaro professionista, tu fa’ come suggerisce quell’antico proverbio della mia città: Futtetenne!

Frank Iodice

2 pensieri riguardo “Breve storia dell’antica arte di fare marchette

  1. Purtroppo noi autori della microeditoria siamo sempre più considerati “venditori porta a porta” delle nostre creature di carta. Oggi può pubblicare chiunque, che abbia talento o che ne sia completamente privo. Pubblicano anche autori al limite dell’analfabetismo, o perché c’è il ghostwriter e l’editor che rendono leggibile il suo “piediscritto” o perché si autopubblicano. Se l’autore dispone di una buona capacità monetaria per promuovere il suo libro e una rete di relazioni forte, vende che è una bellezza e questo indipendentemente dal reale valore letterario della sua opera. C’est la vie!

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