A volte capita di ritrovarci interi. Si chiama amore

Abbi cura degli attimi. Sì, è una frase che ho già scritto ma ho bisogno di prendere di nuovo in prestito le mie parole e usarle, oggi, per raccontarvi una cosa. Anzi, per farvi una domanda. Vi è mai capitato di vivere una relazione sentimentale a fasi alternate e contrapposte? Mi spiego meglio. Ci sono storie “altalena”, così mi piace chiamarle, che ti fanno viaggiare sulle montagne russe. Rapporti che diventano dei veri e propri viaggi tra l’inferno e il paradiso. Letteralmente, intendo. Amori che ti trascinano nell’olimpo del desiderio, del benessere e della tenerezza, per poi catapultarti nel burrone della malinconia, della rabbia e dello sconforto. Destinazioni dense di una miriade di colori meravigliosi che, senza alcun preavviso, perdono ogni sfumatura. Vita e morte. Bianco e nero. Ma se salire su quei binari costa fatica e sopportarne le curve assorbe dosi massicce di coraggio, scenderne può diventare un’impresa impossibile. O, almeno, sembra esserlo. Come sempre, basta scrutarci fra le vene per trovare la soluzione. La nostra soluzione. Intanto, dobbiamo far luce su un aspetto basilare e chiarirci le idee: vogliamo davvero liberarci dalla nausea che ci provoca l’essere costantemente in bilico sulle onde dell’animo o, in fondo, ci vanno bene così perché ci fanno sentire vive iniettandoci di adrenalina?

Qualche tempo fa, una cliente, costantemente disperata, mi confidò di sentirsi come una mosca in cerca di libertà. Parole che proiettarono ai miei occhi una scena impressionante. Vidi una donna che correva follemente per tutta la casa, sudando, ansimando per mancanza di ossigeno. Pareti di acciaio e vetri talmente trasparenti da sembrare inesistenti e far venir voglia di attraversarli e perdersi. E lei, quella donna, prendeva la rincorsa e si fermava ogni volta a un millimetro dalle finestre. A un millimetro, per salvare vita e sogni. Ecco, io credo che questa specie di film partorito dalla fantasia rifletta esattamente ciò che proviamo quando ci ritroviamo intrappolate in situazioni orribili ma meravigliose per la loro complicata appartenenza a universi incantati. Da lì ho colto lo spunto per parlarle a cuore aperto. Era importante starle accanto in certi momenti.

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Giulia, è il suo nome, presa dal vortice di un amore strambo ma affascinante, stava dissipando nel nulla il senso della realtà con ogni conseguenza del caso. Se non si fosse svegliata in tempo dalla sua onirica dimensione, avrebbe perso la razionalità e suo marito. «Giulia, posso capire che tu sia confusa ma ascolta. Ascolta attentamente te stessa, non me. Nelle tue viscere, c’è la verità. Una verità che non può conoscere nessun altro». Abbiamo parlato a lungo. Le ho spiegato che in noi abbiamo labirinti solo in apparenza senza via di fuga ma, a ben vedere, molto più fluidi di quanto crediamo. Per vedere oltre, però, anzi per vedere attraverso, bisogna sgombrarci dalle paure, dalle criticità, dalle sovrastrutture, senza attingere da utopistiche aspettative. Dobbiamo imparare dall’infanzia e recuperare purezza. Affrancarci dal timore di mostrarci fragili perché la fragilità non è una colpa, né un difetto. Chi di noi non ha bisogno di sentirsi protetto da un abbraccio che lo scaldi per tutta la notte?

Diciamoci la verità. Svuotiamo il sacco con noi stessi. La vera forza è ammettere la fragilità. Ma la nostra fragilità non deve diventare un’arma di cui può impossessarci chi vuole manovrarci. Le nostre mancanze devono essere per noi stimolo e non stasi, jolly e non vuoto a perdere. Proviamo, allora, ad immaginare le nostre giornate libere da quella presenza / non presenza che ci asima sul collo. Come si sentiremo, realmente, se non avessimo quell’uomo che odiamo / adoriamo fermo sul ciglio della nostra porta? Sì, perché gli uomini di cui parlo, gli artefici delle storie “altalena”, non decidono mai. Non entrano a tutti gli effetti nella nostra vita ma non vogliono saperne di uscirne definitivamente. Non si assumono la responsabilità del decantato amore, non lo dimostrano, non costruiscono un nido per starci accanto, ma se ipotizziamo di andar via regalandoci aria nuova, si disperano promettendo ciò che non realizzeranno mai. Sono questi i particolari da ascoltare.

Più precisamente, ciò che dovremmo fare è imparare ad ascoltare come si muove la nostra anima con l’impatto con certi particolari. Veramente, dobbiamo chiedercelo, ci sentiamo amate da chi ci riserva l’universo per poi privarci del respiro? I dettagli sono importanti, non mi stanco di ripeterlo, ma un dettaglio non basta mai a scrivere una storia d’amore. Ci vuole altro. Ci vuole impegno, presenza. Ci vuole l’amore. L’amore dal passo lento, che nasce dalle viscere, che ci ricorda che meritiamo rispetto. Lo meritiamo sempre. Non a fasi. Non dondolando su un’altalena. Come riconoscerlo? Beh, se capita di ritrovarsi interi, si chiama amore. 

Selene Pascasi

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