Presentare un libro che hai tradotto, insieme all’autrice e alla psicologa che l’ha aiutata a scriverlo

Ieri a Montevideo, presso l’Istituto Italiano di Cultura, abbiamo presentato Sopravvissuta, il libro di Silvana Marconi che ho tradotto dallo spagnolo. Un libro che parla di violenza contro le donne. E siamo arrivati alla conclusione che qualsiasi aggettivo aggiungiamo accanto a questo termine lo limita, lo circoscrive a una categoria, o a un luogo preciso, come le pareti domestiche, dietro le quali, purtroppo, si consuma la maggior parte dei casi.

La legge che in Uruguay regola la violenza sulle donne è la nr 19850, articolata in 98 capitoli, divide i casi di violenza in: economica, psicologica, emozionale, fisica e sessuale. Più di 100 donne al giorno nel 2021 hanno subito uno di questi maltrattamenti.

Alla base di ognuno di essi, c’è un abuso di potere, una coercizione psicologica che isola la vittima e la priva delle sue sicurezze, dei suoi affetti, di una indipendenza economica che le permetta di essere libera di scegliere.

Per cui, la violenza fisica è solo l’ultima delle fasi. E lo scopo di questa doppia pubblicazione (con differenze tra un’edizione e l’altra soprattutto riguardo al quadro sociale e culturale italiano e uruguayano) è arrivare alla coscienza di chi legge, infondendo un semplice concetto di base: la violenza non riguarda solo la vittima e il carnefice, ma tutti noi. Perché può essere che non siamo responsabili di ciò che ci accade intorno, ma se non facciamo nulla per cambiarlo, lo diventiamo, come dicevano grandi pensatori del secolo scorso.

Il mio lavoro di traduttore è servito a dare una nuova voce a questa donna coraggiosa, che non si definisce vittima, bensì sopravvissuta. La differenza sta nel guardare avanti e non indietro. E usare la sua storia per sensibilizzare l’opinione pubblica sostituendo il silenzio con l’arma più potente che abbiamo: la parola.

Il silenzio è quel male che si annida tra la mano dell’aggressore e la coscienza di chi non lo denuncia, vicini di casa, amiche, parenti… innescando un meccanismo omertoso cui talvolta sembriamo avvezzi anche in altri ambiti.

Il dovere di chi scrive è scardinare questi meccanismi, analizzarli e renderli pubblici, mostrando un uso consapevole delle parole. Le nostre parole sono una specie di impalcatura su cui un popolo costruisce tutte quelle sicurezze e insicurezze che ci rendono più umani.

Frank Iodice

(in foto, da sinistra: Andrea Fernandez, psicologa, Frank Iodice, Silvia Merli, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, e Silvana Marconi)

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