Il tempo della lettura o la lettura del tempo

Il noto scrittore e umorista Ennio Flaiano, mente brillante ed ironica del nostro secondo ‘900, sosteneva che si potesse leggere un libro in tre modi. Con disattenzione per ingannare il tempo di un viaggio o per colmare un vuoto temporale che ci rende ansiosi, noia, abitudine oppure orrore del vuoto, fate voi. Se si tratta di un libro di successo che avremmo voluto scrivere, la lettura è allora condita dall’invidia, salvo scoprire che si tratta solo di un prodotto alla moda, destinato ad attrarre sempre meno. C’è poi l’incontro con il libro folgorante che ti può cambiare la vita, che nasce dall’esperienza e dalla militanza con la lettura, ma se l’incontro accade in giovane età può trattarsi di un vero e proprio “dono”, ebbene un libro così pieno di risposte a lungo cercate è il frutto dell’ingegno di un grande autore, pronto a sopravvivere alle sfide del tempo.

Queste considerazioni sembrano giocare in maniera attrattiva anche con la perfezione del numero tre, unione del pari (due) e del dispari (uno) e con i tanti suoi significati simbolici, un piccolo inventario di facile consultazione se mai dovessimo interrogarci sul fascino misterioso della lettura. Un apprendimento duro da banchi di scuola di cui ricordiamo poco, forse le facili distrazioni in un esercizio votato alla ripetizione, poi l’adolescenza piena di scoperte, con le letture finalmente libere e le ragazze più avide lettrici dei ragazzi, la statistica lo conferma, ma la disaffezione alla lettura è già in agguato ed è pronta ad aumentare con l’età più adulta.

L’Istat ci consegna anche un identikit del lettore, quello debole che ha letto al massimo tre libri all’anno, il lettore medio che ha letto tra i quattro e gli undici libri all’anno e il lettore forte che ha letto almeno un libro al mese, ma oltre queste tre fasce troviamo anche altro. Si contano sei italiani su dieci che non leggono neanche un libro all’anno, per varie motivazioni, ma questa riflessione ci porterebbero su binari che non intendiamo percorrere; mentre lo studio del World Culture Score Index sui tempi settimanali dedicati alla lettura ci consegna “campione della lettura” l’India al primo posto nel mondo, con una media di 10 ore circa a persona, seguita dalla Thailandia e terza la Cina.  Tra gli accaniti lettori spunta Bill Gates con un libro letto a settimana, una caratteristica comune a molte altre donne e uomini di successo.

Questi dati statistici sono interessanti, ma le modalità di lettura del singolo lettore stuzzicano di più la nostra curiosità. Il lettore appassionato, ad esempio, come vive la sua passione? E quando il lettore può definirsi appassionato? Forse quando si abbandona a strane ma riconoscibili ritualità, a volte delle vere manie, ma quando si sconfina, forse inconsapevolmente, nel “vizio della lettura” qualche legittimo dubbio sorge riguardo alla passione. Nel 1903 nel saggio The vice of reading la scrittrice statunitense Edith Wharton difendeva in una quarantina di pagine la buona lettura, la sua voce potrebbe essere affiancata a quella di Flaiano quando parlava dei libri dei grandi autori, quelli che accendono l’entusiasmo interiore del lettore, ne migliorano il modo di pensare, ne affinano il sentire ed aiutano a comprendere il mondo.

La lettura è un vizio, invece, quando prevale una modalità meccanica e non interiorizzo un senso di quello che leggo, se non mi fermo mai, ritornando indietro a rileggere, se non mi chiedo se valga la pena leggere quel libro fino all’ultima parola, la lettura così è distratta e infruttuosa. Ancor peggio, se dovessi sfoggiare una lettura solo per esercizio di vanità, o per affermare la mia superiorità rispetto ad interlocutori meno acculturati, si tratterebbe anche in questo caso di un’attività viziata.  I lettori medi e forti, e ovviamente anche quelli che sono oltre, nutrono la loro virtù frequentando molto le librerie. Li vediamo rigirare con estrema confidenza i libri tra le mani, come colti da un’insopprimibile impazienza della scoperta leggono avidamente la quarta e le alette di copertina, poi ripongono il libro nello scaffale salvo poi riprenderlo, perché qualcosa sembra sfuggita, o s’informano delle campagne di sconto delle varie case editrici. Hanno tutti una loro disinvolta riconoscibilità, soprattutto alla cassa, quando arrivano con una pila di libri tra le mani, soddisfatti di come sia andata quel giorno la “caccia”.

Le manie e le ritualità più curiose, però, sono soprattutto quelle tra lettore e oggetto del desiderio, più accentuate per i coraggiosi che hanno gettato il cuore oltre lo steccato numerico dei libri rendicontati dalla statistica … per arrivare a trenta, quaranta, cinquanta libri letti ogni anno! La passione in questi casi è forte, scorre decisa tra febbrili sottolineature a matita di alcune pagine del volume, tra annotazioni di frasi salienti, a margine oppure con asterischi che rinviano a una nota sistemata al bordo o in basso al singolo foglio. Questa concitazione grafica è una piccola bussola per ulteriori indicazioni di rotta e ci comunica anche l’appropriazione di quel testo, avvenuta grazie a tutte quelle sottolineature reversibili. Il lettore navigato condanna, infatti, con orrore l’annotazione fatta con l’inchiostro, uno scarabocchio invasivo e irreversibile, e condanna pure l’uso indiscriminato delle orecchie alle pagine dei libri. L’utilità pratica non è una buona giustificazione. Il gesto resta di “prevaricazione” che può trasformare l’estetica di un libro in un territorio di pagine spiegazzate, specie se quel gesto si ripete.  E allora, a cosa mai sarebbe ridotto quel libro? L’orrore del lettore virtuoso non è sterile pedanteria, l’”orecchio di cane” come dicono gli inglesi per il segnalibro fai da te è un maltrattamento, distratto e noncurante, le annotazioni e sottolineature invece sono bene accette, il vero vissuto del libro e di quel rapporto quasi erotico, o comunque amoroso, che il lettore ha consumato con quel volume, secondo la sua passione.

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Nella casa del lettore forte, o che va anche oltre i dodici libri all’anno, i volumi sono disseminati un poco dappertutto, sul comodino, sullo scrittoio, su tavoli e scrivanie varie, rompono l’ordine circostante, a volte sono pile indisturbate di libri con le pagine fermate da segnalibri di fortuna, come biglietti del tram, scontrini commerciali e tessere varie, o dai segnalibri scelti in libreria o ricevuti in regalo dal libraio. E la parete spesso coincide con una grande biblioteca zeppa di volumi, sistemati con i bordi in evidenza e senza un ordine maniacale nelle altezze, una sorta di piccole multicolori muraglie che scorrono lungo le scaffalature. Il lettore fortunato è quello che ha potuto sistemare le scaffalature fino al soffitto, una vera goduria grazie alla libreria designer che magari ha anche la scala a corredo, ma tanto bendidio potrebbe non avere risolto la sistemazione di tutti i libri che possiede. E allora potrebbero trovarsi disposti in file doppie su ogni mensola, una soluzione che mette a dura prova la ricerca di un titolo che non è assistita dalla fortuna, o da una buona organizzazione di catalogazione oppure da un invidiabile memoria visiva. In queste case dalle robuste e zeppe biblioteche, il proprietario lettore certamente non avrà letto tutti quei libri, è risaputo infatti che si comprano più libri di quanti se ne possano leggere, facendo i conti con un’aspettativa di vita ovviamente limitata. Studi a riguardo hanno concluso che si comperano libri oltre le reali possibilità di lettura perché una tale disponibilità suona come una promessa di futuro, un tempo potenziale ancora spendibile, perché arriverà il momento giusto per leggerli. Umberto Eco, famoso semiologo ma anche riconosciuto bibliofilo, parlava dei libri acquistati e non letti come di una anti-biblioteca, una suadente promessa di quanto potrà accadere tutte le volte che, cercando qualcosa nella biblioteca, ci si imbatterà in un libro non ancora letto. Il momento irripetibile di consultarlo attentamente è finalmente arrivato. E basta uno sguardo su questa ricchezza libraria a far rinnovare un sottile gusto del piacere e la promessa di un’infinita felicità.

Marisa Paladino

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