Il desiderio di essere madre

Era bello sentirti crescere dentro di me, cantarti le ninne nanne, poggiare la mano sul mio ventre per sentire i tuoi piedini che spingevano. Mi piacevano persino le nausee mattutine, era il tuo segnale che c’eri, il mal di schiena? Era bello anche quello perché c’eri, nove mesi a letto… tu c’eri. Eri il mio sogno, il desiderio di essere madre. Il giorno che ti ho vista per la prima volta avevi solo nove settimane, facevi le capriole dentro la mia pancia, eri cosi piccola, sembravi un gamberetto.

Signora la gravidanza procede bene.

Che spavento quel giorno, quella brutta emorragia voleva portarti via da me, ma tu c’eri, sei stata forte. Mi hanno sempre detto che i primi tre mesi di gravidanza sono i più critici, perché c’è il rischio di un aborto, noi lo avevamo superato quel periodo, anche se con l’ansia.

Ero arrivata al quarto mese e la mia pancia era appena un poco più rotonda, non sembravo neanche incinta se non fosse per la postura che avevo adottato da subito, mani sulla pancia e schiena all’indietro accentuando una iperlordosi. Mi faceva anche male, ma non mi importava, perché tu c’eri.

Mangiavo solo cose sane, avevo tolto il caffè e i dolci, bevevo acqua e non prendevo neanche la tachipirina per i dolori alla schiena, per non farti male, anche se il ginecologo mi diceva che potevo prenderla.  Ero diventata logorroica, ti parlavo continuamente, ti raccontavo le favole, ti parlavo delle cose che compravamo per te, stavamo preparando tutto per il tuo arrivo. Io e il tuo papà eravamo andati a scegliere la cameretta, era bella amore mio, era beige con gli orsetti disegnati sulle ante dell’armadio e sul tuo lettino. Avevamo preso anche la carrozzina, anche lei beige, quella però era un regalo di nonna Tina, la mia mamma.

Attendevo con ansia la 22esima settimana per poter fare l’ecografia morfologica, ti avrei rivista e avrei saputo finalmente se eri una lei o un lui. Non avevamo preferenze, volevamo solo che stessi bene.

Ero quasi al quinto mese di gravidanza quando una sera a letto ti sentii per la prima volta, un piccolo movimento sul fianco destro, come una carezza, un movimento delicato, un solletico. Che emozione che mi hai dato amore mio, ricordo che rimasi qualche secondo senza fiato prima di urlare al tuo papà che ti eri mossa, che ti avevo sentita, non lo dimenticherò mai.

Che ansia il giorno che avevo fatto la morfologica, avevo paura che il ginecologo mi comunicasse qualcosa di brutto, e invece mi disse che era tutto ok, che eri una femminuccia con tanti capelli. Io volevo vedere il tuo viso, il tuo profilo, lo avevo anche detto al dottore, ma lui mi disse che eri girata.

A che serve ora amore mio, recriminare quello che non è stato detto e fatto?  Nella mia pancia cresceva una vita, la mia vita, la mia unica certezza eri tu, il tuo cuoricino che batteva insieme al mio, i tuoi movimenti che si fermavano al tocco delle mie mani, stavo vivendo il miracolo più bello della vita: la nascita. 

La mia pancia cresceva sempre di più, i tuoi movimenti erano più forti, a volte mi mancava l’aria quando mi spingevi con i piedini, ma andava bene perché tu c’eri.  A otto mesi non dormivo più sdraiata perché mi sentivo soffocare, stare seduta era scomodo ma respiravo bene, e non mi lamentavo perché tu c’eri.

Alla 32esima settimana dovevo fare la flussimetria, un’ecografia che serve per vedere il benessere fetale e la sua crescita. Ti avrei rivista. Questa volta avevo deciso di rivolgermi a un centro specializzato in ecografie.

Amore mio, quell’ecografia mi aveva agitata, tornai a casa con la sensazione che tu non stessi bene. Il dottore mi disse che la gravidanza procedeva bene…  E allora perché non ti muovevi più come prima?

Ormai aspettavo con ansia il momento del parto e quel giorno finalmente arrivò. Avevo fantasticato tanto su quel momento, e non era quello che poi avvenne. Tu non collaboravi, non spingevi, stavi soffrendo, alla fine mi fecero il cesareo.

Il 27 marzo eri nata, e il 15 aprile, tredici mesi dopo, non c’eri più.

Katia Garzotto

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