La parola è territorio femminile

Elisabetta Salati parla dell’800 come del “secolo in cui le donne erano considerate zitellone a 29 anni”. Tema trattato anche da Ermenegilda Pierobon, che ne descrive le dinamiche e il modo in cui donne come Marchesa Colombi diventano massime esponenti della lora epoca. Annamaria Mozzoni e Marchesa Colombi: due giovani intellettuali protagoniste della prima tournee di conferenze al femminile in Italia, dimostrano che “la parola, prima ed essenziale manifestazione dell’anima, è per antonomasia territorio femminile”. Pierobon descrive anche la transizione che avviene nel personaggio di Nanna, protagonista di In risaia, da buona a cattiva, da bella a brutta, e poi di nuovo da cattiva a buona. Nanna, personaggio letterario, ha la possibilità di trasformarsi e ritrasformarsi tutte le volte che le pare. Per la donna dell’800 è più difficile. Ciononostante, gli avvenimenti reali e le scene dei romanzi possono servire a stimolare quella “naturale predisposizione dell’essere umano alla malvagità”, e allo stesso tempo a utilizzare l’arte come “mezzo concreto per ri-plasmare e ri-vivere”. 

Lucia Re sottolinea un altro aspetto importante su questo periodo storico. A fine ‘800 l’Italia risorgimentale era fondamentalmente misogina e patriarcale. La posizione della donna era assolutamente di sottomissione e di realizzazione soltanto in subordinazione all’uomo. I padri fondatori volevano una donna che si prendesse cura dei figli e della casa. Erano pochissime le occasioni in cui una donna parlava pubblicamente. Per cui anche il romanzo diventa testimonianza di innovazione. Il confine tra bellezza e bruttezza, canoni che avevano finora contraddistinto anche il buono e il cattivo carattere di una donna, viene abbattuto. La realtà interiore è la vera protagonista. L’evoluzione e devoluzione psicologica rimpiazzano la donna cortese e romantica, oggetto sessuale e letterario. 

“Scrivere, leggere e pensare” dice Re, “erano tradizionalmente percepite come attività maschili in tutte le culture patriarcali occidentali”. L’Italia dovrà aspettare ancora mezzo secolo per riconoscere alle donne i diritti più basilari, come quello al voto (1945) al divorzio (1970) o all’aborto (1978). Secondo Re, l’Italia del Risorgimento era un Paese basato su schiavitù culturale, ignoranza e pregiudizio. L’accesso alla cultura era molto limitato: nel 1861 il 74% della popolazione era analfabeta. Secondo Re, i fondatori della nazione furono anche i fondatori di una costruzione ideologica del gender, “le cui fondamenta erano piantate nella cultura italiana”.

Frank Iodice

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