I malimorti di Ninetto Cordoglio. Misericordia schiacciata dall’infamia, genio sopraffatto dall’umanità

Nei vicoli che portavano al Cimitero delle Fontanelle c’era un posto in cui costringevano le ragazze a prostituirsi. Era in uno degli ultimi palazzi in cima alla salita, nelle stanze al piano terra. Tutti lo sapevano. La gente se ne fregava.
È la povertà, che ci vuoi fare, Ninù, non è colpa di nessuno se moriremo in questi vicoli, tutti quanti, Ninù, tutti tranne i potenti. Chi sono i potenti? domandava lui ogni tanto. Chiedilo a tuo padre, rispondevano i vecchi, e poi gli urlavano: corri, corri, Ninù, vai a cercare le femmine.
Non sembrava capire che stava pagando in cambio di un corpo vivo. Lo aveva visto fare ai compagni più grandi. Ora toccava a lui.
Tocca a te Ninù. Che aspetti?

Eccole lì, le bambine costrette a diventare adulte, il seno appena pronunciato, ancora a metà tra una protuberanza infantile e la corposità delle donne mature, la carne abbondante e morbida da toccare come gli avevano insegnato. Le devi stringere forte ma non troppo, gli avevano detto quelli che ci erano già stati, sennò si fanno male. Ma quando si fanno male, te lo dicono? aveva chiesto lui. E che te ne fotte, era stata la risposta. Questa era la risposta della sua gente a moltissime domande, la soluzione della sprezzatura, perché tanto ci sarebbe stato qualcun altro che se ne sarebbe preoccupato. Loro dovevano essere il più vicino possibile alle bestie, se volevano somigliare ai padri e ai nonni, e poi ai figli, nati con la loro colpa addosso.

I vicoli si arrampicavano l’uno dentro l’altro. Le mura erano imbrattate dalle scritte. Sotto, la città era vuota. E nel vuoto, si rivoltavano migliaia di corpi senza nome, i malimorti, accatastati alla rinfusa da almeno quattro secoli. Una volta entrati nel labirinto, quello in superficie o quello sotto il tufo dorato di cui era fatta la collina, non si poteva sorridere. Si rideva, questo sì, tutti ridevano, di continuo, ma il sorriso era diverso, non andava mostrato. Chi sorrideva era un turista da ripulire, oppure un cretino da sottomettere, o per gioco o per violentarlo, non faceva differenza. I cunicoli erano lunghi e stretti. Si sentiva la puzza della pietra ammuffita e muschiosa dove non arrivava la luce. Quella pietra era lo scheletro dei bastioni alti e anonimi in cui vivevano le famiglie ammassate peggio dei morti. Un graffito tra una finestra e l’altra diceva la verità:

Abbracciati per forza

Non era solo la zona povera, era il ventre di quella città, la parte più antica di un popolo devoto ai santi e ai numeri, alla provvidenza e alla speranza. Il popolo di Ninù non credeva nel merito, né nei diritti, si era abituato ad arrangiarsi.
Qua si fotte per non essere fottuti, Ninù!
Da un davanzale all’altro si legavano le corde per stendere le lenzuola. Era la narrazione, andava fatto. I corni rossi, i presepi, le foto di Totò e Peppino De Filippo appese dappertutto. Le lenzuola troppo grandi, e i letti, grandi pure quelli, i luoghi dei sogni altrui che trovavano dimora tra quei tessuti caldi e immensi, la cosa più pura che esistesse. Dai tetti, senza avvisare, entravano vaghi riflessi dei raggi del sole che asciugavano tutto, panni e facce. Era per questo che non si vedevano lacrime sui loro volti; lacrime di dolore. Si piangeva per esercizio al dolore. Misericordia schiacciata dall’infamia. Genio sopraffatto dall’umanità.
Le femmine aspettavano al piano terra, qualcuna sedeva sulle seggiole di paglia, con la pazienza delle detenute.

La prima volta era stata dolorosa, lo aveva lasciato incapace di muoversi. Ninù soffriva di immobilità. Prima di tirarsi su i pantaloni, aveva dovuto aspettare qualche minuto. Nel frattempo, si era toccato la melma rossa, cosparsa sulle cosce e sul pube, e aveva fissato la ragazza giovanissima seduta di fronte a lui, sembrava una bambina. Nei suoi incubi, per il resto della sua vita, sarebbe rimasta per sempre una bambina. Lei era muta e docile, ammansita dalle cinghiate. Aveva una grossa cicatrice sul petto, trasversale, da un seno all’altro. Se la toccava come si tocca una scottatura per accertarsi che fosse lì e nessuno gliela portasse via. Aveva le mestruazioni, non glielo aveva detto. Non piangeva e non parlava, si era limitata a prendere una pezza bagnata dal lavandino e se la stava passando tra le cosce, grosse e muscolose, come dovevano averle insegnato le sorelle.

Le sbarre della finestrella erano dipinte con una vernice verde così abbondante che sembrava sciogliersi. Il silenzio era corposo e doloroso. Avrebbe voluto chiederle: ti fa male, vuoi smettere, ma davanti a lui non c’era una persona in grado di rispondergli e dirgli di sì o di no. Era una pezza sporca da strofinarsi addosso e poi gettare via, da qualche parte, in attesa del prossimo cliente.
Era stata così la prima volta. Aveva pagato quanto pattuito con qualcuno che lo aspettava davanti alla tenda di plastica e se n’era andato, senza guardare in faccia le signore che lo indicavano dalle ringhiere arrugginite, signore senza gambe, un tutt’uno con il ferro e i davanzali di pietre vive.
Il posto in cui scappava era quasi sempre il palazzo in cui era nato e cresciuto.

Suo padre lavorava nei Collegi Riuniti in Piazza Carlo III, in un edificio settecentesco, costruito per ospitare le masse di mendicanti della città, il Real Albergo dei Poveri. Il palazzo aveva una mole imponente, e aveva due volti, uno rifinito, di un bianco accecante, l’altro grezzo, fatto di pietre di tufo scoperte, rimasto incompleto. Per Ninù, quello era il corpo, nudo, mentre la facciata, intonacata come un ospedale, era il volto imbellettato. L’Albergo dei Poveri vegliava sulla piazza e spaventava dimostrando il suo ruolo salvifico ma anche di reclusione. Quando era bambino, venivano rinchiusi dietro quelle mura non solo gli orfani di guerra e i figli dei disperati che non potevano occuparsene, ma anche i delinquenti che il tribunale minorile segregava insieme agli orfani con lo scopo di riformarli per imparare un mestiere prima di ritornare in strada. La gente chiamava quel palazzo: il Serraglio.

© Bill Perlmutter, Galerie Hilaneh von Kories

Il padre e la madre si erano conosciuti lì, forse si erano amati, questo non si sapeva, era un argomento del quale non avevano mai parlato. Il primo ci lavorava, l’altra viveva insieme alle vedove. Stavano in un appartamentino assegnato agli impiegati. Ninù era nato in quell’appartamento. E ci era rimasto per tutta la sua infanzia. Un’infanzia trascorsa tra bambini di ogni tipo, sordomuti, ladri, pazzi, tutti abbandonati.
Suo padre era uno degli istitutori, una figura a metà tra una guardia carceraria e un educatore. Aveva il compito di sorvegliare e fare in modo che i maschi e le femmine, rinchiusi in ali diverse dell’edificio, non si incontrassero di nascosto. Di notte però c’era un’oretta in cui tutti gli istitutori dormivano, era quello il momento in cui i ragazzi iniziavano a brulicare nei corridoi. Silenziosi, furbi gatti malinconici. Si accoppiavano dappertutto, come animali in cattività, nei bagni, nel fango del cortile, in piedi contro le pareti immacolate della cappella, con la frenesia e la disperazione della solitudine.

 I reclusi temevano il padre di Ninù come si teme chi tiene attaccate alla cintura le chiavi della tua stanza. Lui lo guardava di mattina dalla grossa sala al piano terra in cui studiavano con Malanima, il prete. Suo padre teneva lo sguardo nascosto dal cappello in modo che i bambini non vedessero nulla al di sopra della bocca. Quei farabutti erano considerati i peggiori, anche se da loro imparò tutto. Quando il padre partì lasciando la moglie e il figlio in quella specie di prigione, Ninù si affezionò ai più grandi, li aiutava nei mestieri manuali, facevano le ceramiche, cantavano, portava loro da mangiare e in cambio lo lasciavano guardare. Guardare era la lezione più importante.

Mangiavano brodo di piccione, quasi tutti i giorni. Era l’infermiere, Materazzi, a catturare i piccioni all’interno dei buchi, nelle pietre. Ce n’erano a centinaia. Centinaia di buchi neri, profondi, migliaia di colombi che tubavano in quell’oscurità. L’infermiere si era costruito una trappola con una federa di cuscino legata alla punta di un bastone. Metteva la federa davanti al buco. Arrivava con una scala ai buchi più in alto, stava attento a non farla sbattere contro le pietre, oppure si arrampicava sul davanzale delle finestre, si appostava metà fuori e metà dentro, li stuzzicava con la scopa. I colombi vedevano il buio, che li confondeva, e cadevano nella federa credendo di essere ancora all’interno del nido.
Loro ci facevano il brodo. Sua madre lo rimproverava:
Mangia il brodo Ninù, ti fa crescere forte. Mettici il pane, è la morte sua.
Il pane inzuppato tra gli ossicini aveva il sapore terroso di Napoli. Ninù era contento di dividere il pranzo con i compagni, non gli importava del loro passato. In quel posto a nessuno piaceva pensare al passato, faceva male. C’erano figli di detenuti, di madri vedove costrette a separarsi da loro, o per gran parte orfani. Una volta usciti, si sapeva che quei bambini avevano davanti due strade. Anzitutto, quella della gente perbene, che non parlava in dialetto, si specializzava, veniva assunta da altra gente perbene. Poi la strada degli esclusi, quella che doveva aver scelto suo padre.

E il volto della bambina dei vicoli. Il sangue. La puzza che non andava via neanche strofinando forte. Perché dopo tanti anni gli tornava in mente tutto questo? Non aveva neanche la mia età, si ripeteva. La risposta non fu: e che te ne fotte. Non era mai riuscito a darsi questa risposta. Ma che importanza aveva ormai? Il tribunale dei disgraziati non lo aveva assolto quando era bambino e non lo avrebbe fatto neppure adesso.

Frank Iodice

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