Cose che ogni tanto fa bene ricordare

Siamo alla fine dell’anno scolastico inizia un periodo a un’altra velocità. È il momento di spegnere una parte del cervello e accenderne un’altra o meglio sarebbe il momento ideale per farlo. Il momento in cui per molti la mattina diventa un tempo dilatato e non quel risicato caffè. Lo spazio si propaga curvilineo e non in linea retta come un autostrada. Si esplorano fasce orarie precedentemente ignorate. Si assaggiano posizioni non necessariamente convenzionali. In questo nuovo panorama potrebbe capitare di lasciarsi scappare un pensiero. 

Non un pensiero specifico ma un modo di pensare. Un punto di vista che può permettersi di spaziare e percepire le reali proporzioni delle cose.

Si potrebbe, per esempio, percepire che le nostre facoltà cognitive hanno dei limiti. Non serve chissà che sforzo. Ci sarebbe il tempo di provare e attestare che non saremo mai in grado di contare fino alla fine dei numeri, ad esempio. Potremo fare una passeggiata e sfiorare alberi più vecchi di noi e dei nostri avi. Accettare che non saremo qui a vedere la fine della vita di quel cedro del Libano come non eravamo qui a vederlo germogliare. Che  dovremo scendere da questo treno che, comunque, abbiamo preso in corsa. Il nostro limite di tempo. Vederlo quel limite e saggiare un pizzico di quel veleno. Come se, per il cianuro, prenderlo a piccole dosi cene immunizzasse.

Rimettere a posto le proporzioni dell’esistere, cosa che il pagare le bollette, il controllare l’orario del treno, lo stanare parcheggi disponibili e il raccattare prodotti di consumo e metterli sotto l’albero di natale in tutta fretta non ci permettono di fare spesso. 

In definitiva si potrebbe sintetizzare tutto in un unico atto, in un unica ragguardevole ammissione. L’ammettere che tutto questo rimane un fottutissimo mistero. Il mistero che con fatica fingiamo di non vedere. Sgraneremmo gli occhi e ci scapperebbe un “ma come diavolo è possibile?” a farlo davvero. Ecco come dovremmo stare perennemente ma abilmente lo evitiamo. organizzandoci una artificiosa serie di piccoli ostacoli alla vista. E funziona.

Ma ora possiamo, volendo, riaprire quel cassetto e disincagliare quello sguardo capace di vedere quel mistero. Scioglierlo e lasciarlo balenare tra una meraviglia di tramonto e l’immensità degli spazi di una campagna dinamica di una dinamismo comodo, flemmatico. Possiamo ora concederci l’ascolto del dubbio, la percezione tattile del flessuoso ondivagare degli eventi, assaporare le sapide brezze pomeridiane e annusare l’infinito che ci scorre dentro. 

Volendo. 

Fabio Folla

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