La storia deve fare i conti con l’intelligenza artificiale

Cosa ci spaventa dell’intelligenza artificiale? Guardiamo in faccia la questione profonda che serpeggia sotto il tema della creazione di un’intelligenza artificiale reale, complessa, autocosciente.

La notizia è di qualche giorno fa: un ingegnere di Google afferma di aver avuto un scambio con un A. I. che sembrava davvero avere autocoscienza. “Come un bambino di 6 anni che conosce la fisica” afferma. Lui viene sospeso e la questione ridimensionata dall’azienda. Ma il tema rimane aperto. Che cosa dovrebbe preoccuparci nel caso in cui avvenisse davvero? Di cose ce ne sarebbero diverse, procediamo dalla più semplice alla più sconvolgente.

Siamo abituati a vivere la tecnologia come una amplificazione delle nostre capacità. Come protesi. La penna al posto del dito intriso di pigmento che scorre sulle pareti delle caverne. Le scarpe come amplificazione della resistenza dei nostri piedi. Il martello come estensione e concentrazione della nostra forza. Avanti così poi con l’automobile che amplifica la velocità così come l’aeroplano che ci dona la capacità di volare. Il telefono che porta la nostra voce ovunque. Il computer, infine amplifica le nostre capacità di calcolo. Il tema di una macchina che abbia una volontà propria arriva con Io robot di Asimov, Le tre leggi della robotica, 2001 Odissea nello spazio e simili. Rimane nella letteratura di fantascienza fino a quando Deep Blue batte Kasparov a scacchi (anche se solo 2 partite su 4) . 

Insomma, una macchina che non sia sotto il nostro diretto controllo è un incubo del tipo della sindrome dell’arto fantasma. Come la mano che tenta di strozzarci che vediamo nel film La casa 2 di Sam Raimi.  Una cosa che pensavamo nostra che si svincola dal nostro volere e potrebbe arrivare a ribellarsi. Ma questo, come dicevamo, è solo l’inizio. Pensiamo solo al fatto che un intelligenza artificiale complessa (che sarebbe il precursore di una robotica autodeterminante alla Matrix) appena nata è già più performante di noi umani. 

Svincolata da un corpo che la limiti, necessitante solo di elettricità, senza il bisogno di riposo o di ossigeno. Sarebbe già una forma di vita più adatta di noi per l’esplorazione spaziale. Tema già affrontato nel film Tobor, del 1954. La macchina è già da subito più longeva, più forte e, adeguatamente attrezzata, più capace di noi. Già ora, operazioni economiche di borsa basate su transazioni veloci (High-frequency trading) vengono operate da potenti computer. Non è più la decisione umana a fare il mercato, ma esso può essere influenzato da algoritmi. 

Arriviamo al tema sociale, l’altro, il diverso da noi. Una mente non umana. Là dove, nella storia, la cultura umana occidentale ha incontrato l’altro, una mente con diverse prerogative, valori , sistemi di catalogazione e punti di vista, non ha dimostrato una grande capacità di comprensione. Come penserebbe un intelligenza svincolata dall’invecchiamento, dalla fame e dalle molteplici forme di Bias cognitivi che ci animano? Sapremo capirne i risvolti o la avverseremmo atavicamente spaventati dal diverso? Non sarebbe strano o inusuale. Un punto di vista diverso, poi, sarebbe la cosa migliore che possa capitare. Ne avremmo, proprio ora, un bisogno sociale importante. Ma ecco che arriviamo alla patata bollente. La questione Blade Runner

Là dove ci trovassimo di fronte a un simulacro perfettamente intercambiabile con un umano, fosse anche solo un’astratta intelligenza, dovremo per forza chiederci cosa siamo noi. Noi, che non abbiamo ancora esaurito la ricerca sul mistero della nostra stessa identità. Se la coscienza è il risultato di una serie di meccanismi algoritmici. Se questa intelligenza dimostrasse anche sensibilità, capacità di elaborazione creativa, spiritualità. Se divenisse, quindi capace di tutte le caratteristiche che ci attribuiamo.  Allora saremo tentati di vedere anche noi stessi come oggetti pensanti? Saremmo dispensati dalla necessità del concetto di anima? E Dio? 

L’ultimo atto di questa analisi dovrebbe comprendere il fatto che l’intelligenza è una cosa assai scivolosa da appurare. Cosa sia realmente la maggiore qualità che l’uomo si auto affibbia in maniera del tutto arbitraria è cosa assai misteriosa. Ci sono diverse scuole di pensiero, ad esempio la linea di ricerca inaugurata da Peter Salovey e John D. Mayer, che ancora stanno dibattendo su quanti tipi di intelligenza ci siano. Emotiva, logico-matematica, verbale-linguistica, musicale, corporeo-cinestetica, spaziale-visiva, interpersonale, intrapersonale e naturalistica.

La differenza, poi, tra intelligenza reale e intelligenza simulata alla perfezione è un tema altrettanto complesso e insidioso. Il modello di riferimento è il test di Turing che consiste nel convincere delle persone che stanno parlando con una persona mentre invece è un computer. Questo modello ha un paio di punti deboli. Uno di questi è proprio che è drammaticamente semplice ingannare l’uomo e non gioca a favore il fatto che il quoziente intellettivo pare calare a ogni generazione.
Insomma, una cosa è certa, il momento di un confronto con una nuova intelligenza si sta avvicinando e noi siamo completamente impreparati.

Fabio Folla

Rispondi