“Non ero più il capitano della mia anima e non lo sapevo”. Rileggere Oscar Wilde per capire cos’è l’indecenza

Una vita modellata come un’opera d’arte, fu circondato da una fama crescente e ricordato soprattutto per l’uso frequente nelle sue opere di paradossi e aforismi geniali.  Oscar Wilde, esteta raffinato e brillante conversatore, nella seconda metà dell’‘800 è conteso dai salotti aristocratici londinesi, è un dandy elegante e ricercato che conosce gli altari del successo ma negli ultimi anni di vita anche la polvere del tribunale. Subì infatti il processo e la condanna a due anni di prigione per “gross public indecency” cioè per omosessualità, una condotta perseguita dalla legge penale dell’epoca, con il carcere e l’esilio a Parigi. Lì morirà in povertà per meningite ad appena quarantasei anni. La causa della morte è stata chiarita, non si trattava di sifilide, come per molto tempo si è detto con sottile maldicenza.

La sua è una vicenda letteraria e umana nota. Nel pieno del successo letterario e mondano, nonostante la vigenza del Criminal Law Amendment Act approvato nel 1885, lo scrittore sfida il perbenismo della società vittoriana abbandonandosi ad una relazione omosessuale con un giovane aristocratico londinese. La legge punisce gli atti di “grave indecenza” tra gli uomini con la condanna fino a due anni di prigione “con o senza lavori forzati”, ma Wilde ne è incurante, infatti nel 1891 incontra il nobile Lord Alfred Douglas, detto “Bosie”, se ne invaghisce e intreccia con lui una tormentata relazione. Lo scrittore era già stato chiacchierato per una presunta relazione con il critico letterario Walter Pater, uno dei fondatori del movimento estetico, nel suo nuovo rapporto con Alfred viene insultato pubblicamente dal padre del ragazzo, marchese di Queensberry, che gli dà del “sodomita”. La vicenda finisce in tribunale, Wilde lo querela per diffamazione istigato anche dal ragazzo che non ha buoi rapporti con il padre, la causa è vinta per lo scrittore, cosa che, invece, non accade nel secondo processo intentato dal nobile per “oscena indecenza” e corruzione del figlio. Lo scrittore infatti viene condannato per omosessualità, in aggiunta alla bancarotta, e nel processo vengono forniti particolari della vita privata dello scrittore, quali le spese sostenute per soddisfare i desideri dell’amato Lord Alfred, aristocratico narciso e capriccioso, per il quale Wilde sperpera più di 3.500 sterline, tra vacanze e viaggi, gioielli e ottimo champagne. Tutto questo anima il pettegolezzo e lo scandalo in società.  Lo scrittore è condannato a due anni di lavori forzati per “atti osceni” da scontare nelle carceri inglesi di Reading Goal, in una cella dove c’è sempre “la semichiarìa del crepuscolo” e il tempo è scandito tra “il letto di tavole, il cibo nauseabondo, le due funi che si devono sfilacciare in istoppa sino a che le dita indolenzite divengono insensibili, le vili “corvée” con le quali cominciano e finiscono le giornate, gli aspri comandi che sembrano una necessità dell’ordine, l’orribile casacca che rende persino grottesco il dolore”.

Sono parole tratte dal De Profundis, la lettera scritta in carcere all’amato Bosie, una profonda riflessione artistico-letteraria ed unica risorsa capace di trasformare la cupezza di quei giorni in un’esperienza spirituale. Il manoscritto è consegnato all’amico giornalista Robert Ross, che fattene due copie dattiloscritte, la prima la invia all’amato giovane, che negherà di averla mai ricevuta, mentre nel 1905, con Wilde morto da cinque anni, ne pubblica un’edizione ridotta dell’originale col titolo di De Profundis, che rimane a tutte le edizioni successive. L’originale del manoscritto è invece affidato nel 1909 al British Museum, a condizione che non sia dato in visione per cinquant’anni, infatti lo sarà soltanto nel 1959, la seconda copia dattiloscritta fornisce invece il testo per la “first complete and accurate version” pubblicata da Holland nel 1949. L’amico Robert Ross, detto Robbie, è indicato dallo scrittore come esecutore testamentario della sua eredità letteraria e a lui si deve la pubblicazione del manoscritto, che ha permesso al grande pubblico di conoscere questa scrittura unica e affascinante.

Il De Profundis nasce sull’amarezza di Wilde per il silenzio dell’amante, è uno sfogo di un uomo che ha perso la libertà, la sua casa, la sua inestimabile biblioteca, la moglie con il divorzio, il diritto di custodia e visita dei figli, ma nello stesso temo è anche un piccolo trattato di filosofia, teologia, storia antica, arte e letteratura, un insieme di preziosità che ne fanno un capolavoro. La lettera è pervasa da una ragionata raffinatezza, della quiete dopo i furori dell’innamoramento, dalla delusione dopo l’abbandono, ma quel che sorprende è l’intreccio inarrivabile di vita ed arte; e con la traduzione di Adelina Manzotti Bignone, datata 1935, è davvero un piccolo gioiello di scrittura catturante e magnetica, che restituisce al lettore una visionarietà dell’autore fuori dal comune. Wilde è consapevole che quell’amore totalizzante gli ha impedito di difendersi dagli eccessi, e le critiche, con ironia e stile, mosse alla perbenista società londinese, con lingua sferzante e versatile intelligenza, sono state purtroppo ripagate con la condanna. L’amato invece ha il vizio supremo della superficialità, pur senza espressa menzione si tratta di Bosie, cui lo scrittore contrappone le due figure femminili che gli hanno segnato la vita, cioè la madre, poetessa sensibile e colta, e la moglie, donna dai sani principi e dalla grande capacità di comprensione, tutte caratteristiche che mancano all’amato. Il De Profundis ha anche il valore di un’esperienza catartica, dove le perdite di persone e affetti, tra cui la moglie Costance Lloyd ed i due figli Cyril e Vyvyan, ed anche della vita agiata e mondana, sono il nucleo centrale di una sofferenza che conduce lo scrittore all’essenza del dolore, una linfa vitale per la Vita Nuova.  

Noi non sappiamo nulla del periodo della semina o del raccolto, dei mietitori proni in mezzo alle spighe, o dei vendemmiatori sparsi tra i vigneti; nulla sappiamo dei prati verdi che gli alberi di primavera nevicano di petali e che gli alberi del verziere, in autunno, cospargono di frutti maturi – e nulla mai ne possiamo sapere.  Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore. Sembra che ci abbiano anche defraudato del sole e della luna. Fuori il cielo può essere d’azzurro e d’oro, ma la grossa vetrata del piccolo abbaino dalle sbarre di ferro sotto cui ci si accuccia non lascia filtrare appena che una povera luce sporca.

L’incipit malinconico e il ricordo di “una gioia bizzarra nello sperperare una giovinezza eterna”, dedita all’effimero piacere e ad una dipendenza distruttiva, sostanziano la sofferenza oscura dell’oggi, che conduce Wilde a scoprire l’Umiltà necessaria per scalare le montagne più irte. “Né la religione, né la morale, né la ragione mi possono dare alcun giovamento” scrive di questa nuova drammatica condizione, di dolore che si oppone al piacere eppure “suprema emozione di cui è suscettibile l’uomo”. Wilde intanto svetta sull’assoluta vacuità di Bosie – sopito il gorgo della passione estrema – impartendogli anche una pedagogica lezione sulla via, per cui l’essere umano è su un gradino superiore proprio grazie all’arte e alla poesia; e da questa prospettiva Wilde intravede il vincolo, intimo e immediato, tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista. “Comprese la lebbra del lebbroso, la tenebra del cieco, la crudele miseria di coloro che vivono non cercando altro che il piacere, la strana povertà del ricco” sono esempi di come Cristo sia eternamente in cerca dell’animo dell’uomo, gli riconosce l’essere “il principe degli amanti” e che “l’amore è il principio primordiale del mondo”. Il De Profundis è per lo scrittore una comunione profonda con la sua anima, consapevolezza che la perdita di tutto rende possibile accettare totalmente la nuova realtà; è anche una parabola esistenziale e molto altro ancora, un’eruzione dolorosa ed urlante di emozioni, una linfa nuova del proprio esistere. André Gide ne scriverà così “A stento si può considerare il De Profundis un libro: privo di teorie piuttosto vane e speciose, è il singhiozzo di un ferito che si dibatte. Non ho potuto ascoltarlo senza lacrime, eppure vorrei parlarne senza che la mia voce s’incrinasse”. Un altro dei difetti di Bosie è la mancanza del senso dell’amicizia, a differenza ovviamente del premuroso Robert, ma a questo punto, verrebbe da chiedersi, come Oscar Wilde come abbia fatto ad innamorarsi così perdutamente di Lord Alfred Douglas. Cedere alla bellezza è profondamente umano, specie per un esteta, e Bosie è un bellissimo ragazzo, un’incarnazione della perfezione classica ellenica, biondo con i capelli d’oro leggermente mossi, gli occhi del colore del mare, sfacciatamente viziato e consapevole del suo fascino, cui la depravazione sembra quasi consentita dal suo ceto sociale; è amante del gioco, delle scommesse e del sesso occasionale, un imperdonabile manipolatore che pretende attenzione e restituisce molta indifferenza. “Permisi a te di dominarmi” scrive Wilde irretito e devastato dalla splendida maschera di Bosie,una sorta di spietata bellezza alla Tadzio di Morte a Venezia mista al sapore di un amore passionale e difficile da controllare, un amore proibito vissuto con sofferenza e volto alla tragedia, alla stregua di Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet.

Gli ingredienti di un amore tragico e proibito ci sono proprio tutti. Dopo la detenzione per Wilde c’è l’esilio a Parigi e la difficile povertà, mentre in punto di morte si converte alla religione cattolica, come del resto i toni del De Profundis annunciano. La tomba reca i versi della Ballata dal carcere di Reading scritta da Wilde per un condannato a morte conosciuto durante la sua detenzione “Lacrime sconosciute riempiranno l’urna della Pietà per lui. Avrà i lamenti degli uomini esiliati, per gli esiliati esiste solo il pianto”. In una vita caotica ed eccessiva, il devoto amico Robert Ross è stato sempre un punto di riferimento, non soltanto dal punto di vista affettivo ma anche nella conservazione e diffusione delle opere dello scrittore, il legame tra i due è andato oltre la morte di Wilde. Un aneddoto racconta che quando fu chiesto allo scrittore chi lo avesse per primo sedotto, questi rispose senza esitazione che “era stato il piccolo Robbie!”  conosciuto appena diciassettenne ma, indipendentemente dal coinvolgimento fisico tra i due, in varie occasioni negato, stupisce la saldezza di questa amicizia platonica che durerà per tutta la vita dell’autore irlandese. Fu del resto Robbie ad eliminare ogni riferimento a Bosie e alla famiglia Queensberry nel testo del De Profundis, aiutando Wilde senza riserve, nonostante ben conoscesse la natura della sua relazione con Lord Alfred Douglas, ed al punto da subire la revoca dell’iscrizione da prestigiosi club londinesi proprio per la sua intensa amicizia con il discusso scrittore. Wilde, dal canto suo, lo ricorda nella lettera, come l’amico che aveva aspettato ore nei corridoi del tribunale e che, quando lo vide arrivare tra due gendarmi con le manette ed il capo chino, alla Corte dei Fallimenti, uscì dalla folla beffarda e si tolse con deferenza il cappello, mentre la folla rimaneva in silenzio. Una lealtà di comportamento che commuove lo scrittore che dirà “Molti uomini si sono guadagnati il regno dei Cieli con delle opere assai meno meritevoli di questa”.

A scarcerazione avvenuta nel 1897 Wilde si riavvicina all’amato dannatissimo Bosie e termina nel 1898 a Napoli la sua “Ballata del carcere di Reading”, oramai vivrà in esilio negli ultimi anni della sua vita, morendo a Parigi il 30 novembre 1900, con affianco soltanto l’amico Robert. La sua eredità letteraria, tra tutti il famoso romanzo “Il ritratto di Dorian Gray”, per un’Inghilterra ancora restia ad avere a che fare con questo “scottante” materiale letterario, è curata proprio dall’amico canadese. Questi negozia traduzioni in tutta l’Europa continentale e riesce anche ad ottenere l’edizione inglese delle opere complete dello scrittore in quattordici volumi. A diciotto anni dalla morte di Wilde anche Robbie muore improvvisamente, forse per un attacco di cuore, esprimendo come ultimo desiderio di essere cremato e sepolto nella tomba di Wilde, i parenti prossimi dello scrittore non sono d’accordo. Soltanto nel cinquantesimo anniversario della morte di Wilde le sue ceneri trovano sepoltura nel cimitero parigino degli artisti di Père-Lachaise dove dal 1909 erano state trasferite le spoglie dello scrittore dublinese, anche questa volta grazie all’amico Robert Ross.

Marisa Paladino

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