Aleksei Derin

Il disincanto del sapere liquido

Devo ammettere di provare un certo imbarazzo nello scrivere questo testo, perché per farlo sto utilizzando uno strumento elettronico dal momento che sono in una sala d’attesa. Intendiamoci, non userei una Olivetti nemmeno se fossi a casa seduto alla mia scrivania, ma per lo meno digiterei sui tasti di plastica del mio portatile e non su una lastrina di vetro pigiando su flussi virtuali di protoni, affidando il mio pensiero a un telefono, concepito originariamente solo per le chiamate a voce.
Ricordo quando ero ragazzo e frequentavo dapprima il Liceo Classico e quindi l’Università. Se ne avevo necessità o ero spinto semplicemente dalla curiosità di conoscere o approfondire un determinato argomento, avevo come unici strumenti a disposizione i libri, e quindi librerie, biblioteche, fondi o i giornali, e, di conseguenza, edicole o biblioemeroteche (in subordine vi era la risorsa dei bar nella pausa caffè) per la consultazione e la lettura di quotidiani e settimanali.
Compilare una tesina o una tesi era affare di fatto molto complicato; così come l’informazione diventava forzatamente faziosa a meno di non spendere dei patrimoni in giornali, circostanza che, naturalmente, non mi apparteneva. Per avere una panoramica precisa e credibile di una notizia bisognava confrontare le diverse prese di posizione (la cosiddetta “sinistra”, la cosiddetta “destra”, il presunto “centro”). Ma ciò voleva significare fondamentalmente acquistare almeno tre copie di un quotidiano. Impossibile. 
Veniva meno il confronto fra visioni differenti ma, paradossalmente, ci si creava la propria opinione in base al proprio retaggio, alla propria cultura, assecondando le proprie inclinazioni.
Il mondo analogico funzionava così. 
Erano i tempi in cui per vedere un film in TV bisognava vederlo subito o registrarlo con il videoregistratore, spesso utilizzando la doppia velocità per economizzare spazio sulla mensola e spendere meno in supporti. Stessa cosa per la musica: se un disco volevi averlo tutto tuo ti compravi un vinile o un’audiocassetta, diversamente lo riversavi su cassetta prestata da un amico o registravi le canzoni dalla radio accontentandoti di quello che passava, sperando di non avere interferenze.
Il computer era un lusso, i processori erano 386, costosissimi erano gli accessori, si stampava rumorosamente ad aghi su improbabili fogli dai bordi forati. Le memorie erano quasi commoventi, dischi enormi che custodivano pochi mega di spazio disponibile.

Perché sto facendo questo viaggio nel passato? 
Perché spesso mi sento terribilmente inadeguato al confronto coi metodi contemporanei, percepisco la difficoltà a reperire qualità in ciò che circola liberamente in un oceano virtuale di libera fruizione.
Oddio, esistono anche realtà come questa su cui scrivo in cui lo sforzo di proporre qualità e pensiero indipendente sono lodevoli, segno che il vecchio adagio per cui fare dell’erba tagliata un unico fascio è, evidentemente, sbagliato, e l’adagio ha sempre ragione. Ed è questo il modo della questione. La scelta consapevole.
Il discorso non è solo nostalgico.
Per avere cultura prima bisognava “sbattersi”. Bisognava agire, essere soggetti attivi e propositivi, a costo di sbagliare sapendo che ciò era possibile, anzi probabile, e stava nell’ordine stesso delle cose.
La liquidità ha rovesciato ogni valore, soverchiando il concetto di “selezione”, di “scelta” lasciando lo spazio al “tutto”. E non alludo alla liquidità economica, quella, almeno la mia, è rimasta costante nel tempo.
Ora chiunque, dotato di uno smartphone, di una tariffa flat e di qualche applicazione, può fare tutto e, peggio, fruire di tutto.
Attenzione: la questione si pone principalmente a livello quantitativo. Se non si hanno gli strumenti adatti per generare uno spirito critico, per affinare un gusto, per perfezionare un pensiero, la liquidità diventa pericolosa.
Nell’universo custodito da un hard disk la conoscenza si misura in terabyte, ed è accessibile a tutti, senza quelli che erano i nostri sbattimenti sentimentali.
Appare un paradosso quello attraverso il quale utilizzare uno strumento contemporaneo come un sito di una rivista culturale per promuovere quella che può essere percepita come un’operazione nostalgica.
Non voglio essere frainteso: lo sto proprio facendo apposta.
Se è vero che chiunque può essere scrittore, musicista, giornalista, comunicatore (perdonatemi ma rigetto i concetti come influencer, blogger, youtuber e così via, tutti quelli con suffisso in -er) è anche vero che se lo siamo tutti, non lo è più nessuno. Quantitativo.
Per crearmi una cultura personale sono stato costretto a leggere vecchie riviste di teatro su Carmelo Bene, rispettare orari di apertura e di chiusura, ho studiato le differenze fra le stesure delle prime sei edizioni della Gerusalemme liberata, come ho provato interesse a mettere sul piatto del giradischi

i grandi successi dei Manhattan Transfer o nel Pioneer la cassetta doppia durata di Kiss me Kiss me Kiss me dei Cure regalatami dai compagni di classe per i miei 15 anni. 
Le partite del Milan le sentivo la domenica pomeriggio alla radio in contemporanea con tutti gli altri match e vedevo quelli che chiamavano “riflessi filmati” nel tardo pomeriggio.
La posta era fatta di carta, inchiostro, buste e francobolli da leccare e per scrivere occorrevano delle motivazioni valide e solide. Le bollette da pagare invece arrivavano sempre, nonostante tutto.
Adesso facciamo ogni cosa con un unico strumento che contemporaneamente ci dà modo di scrivere, ricevere posta, ascoltare musica, vedere il Milan in diretta e in alta definizione, creare playlist (cassette virtuali con brani da un repertorio infinito) e ascoltare canzoni, leggere news in tempo reale col rischio di cadere nella fitta rete di falsi, di disinformazione, di mistificazione.
La cosa che maggiormente mi disorienta e mi spiazza non è tanto la fruizione, che di per sé potrebbe essere giusta e opportuna, quanto la capacità di discernimento della materia a disposizione, e non ora, che ho scollinato la mezz’età, ma se riferita a mia figlia o ai miei studenti, che di mia figlia hanno l’età.
Quando un mio studente mi ha consegnato una ricerca di Storia compilata secondo vecchie procedure (scritta a mano, a più colori, in corsivo, consultando enciclopedie, reperti, cartine, documenti) mi sono commosso.
È stato l’unico 10 che ho dato quest’anno.

Davide Barella

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