L’enigma di Monique Lange e dei pesci gatto in cerca di libertà nella Nouvelle Vague parigina

a Sara Marinovic Pavan

Spesso mi capita di pensare che in Francia la leggerezza sia caduta con la Bastiglia. Tralasciando il serioso Rousseau e i suoi fin troppo numerosi e intransigenti epigoni, per il lettore a caccia della profondità allusiva e laica che solo la leggerezza è in grado di dare si trovano un numero cospicuo di letture che dopo quel fatidico 14 luglio sembrano essersi ridotte al lumicino, relegando il piacere del testo al rango di peccato di frivolezza da scontare in seguito alla condanna di quella particolare forma del ridicolo che prende il nome di snobismo. Poco prima di morire, Italo Calvino dedicò la prima delle lezioni che avrebbe dovuto tenere a Harvard giusto alla leggerezza e riuscì nel suo inconfondibile stile a raccontare perché la ritenesse un valore e non un difetto. Essendomi dissetato molto presto con il Jacques di Diderot e il Tristram Shandy di Sterne, le armonie mozartiane e la luce espressiva di Fragonard, non potevo che restare impressionato dalle pagine di Calvino, tanto più che dopo due secoli di ostracismo l’autore italiano indicava la leggerezza come proposta da adottare per l’arte del futuro. Certo il Ventesimo secolo, saturo di violenza e scontri ideologici senza pari, non poteva concepire la leggerezza come uno strumento conoscitivo dell’animo umano, né tantomeno avrebbe inteso tale conoscenza un piacere come fu al tempo dei Lumi e in parte per queste ragioni i pochi che tentarono quella strada furono ben presto bollati come superficiali macchiette o peggio, come nemici del popolo anche quando così non era. Lasciati alle spalle quei furori ideologici, riusciamo oggi a scorgere e a rendere merito a opere finite nell’oblio e a personaggi che a conti fatti sono sembrati in anticipo sui tempi. Tra questi, mi pare che la scrittrice francese Monique Lange sia stata capace di intravedere nel proprio tempo i segni vivacissimi di questi nostri ultimi inquieti anni. Scarse sono le notizie sulla vita di Monique Lange e benché alcune delle sue opere abbiano fatto capolino in passato nelle librerie italiane, risulta impossibile oggi trovare i suoi libri se non frugando nei cataloghi di qualche sito internet che tratta l’usato. Parigina di nascita ma cresciuta in Indocina dove i genitori si erano trasferiti, Monique Lange nasce nel 1926 in una famiglia della buona borghesia ebraica francese trascorrendo gli anni della giovinezza tra nascenti interessi politici e uno smisurato amore per la lettura e per il cinema. Sarà quest’ultimo una volta diventata adulta a farle avere i primi riconoscimenti. In piena Nouvelle Vague la Lange metterà la sua passione per la scrittura nelle sceneggiature di autori come Vadim, Rossellini e Losey, concedendosi di tanto in tanto piccole parentesi come attrice. Sono gli anni movimentati che precedono il Maggio francese, quelli che la vedranno battersi per l’indipendenza dell’Algeria e appoggiare il movimento femminista nella lotta per depenalizzare l’aborto e rendere legale il diritto delle donne di scegliere. Nel pieno di questo periodo di lotte e speranze, giungerà per Monique il matrimonio con lo scrittore spagnolo Juan Goytisolo e sarà l’unione più anticonvenzionale e salda di un’epoca di ricerca e sperimentazioni alternative al tedio opprimente delle ormai logore convenzioni borghesi. Lei reduce da un matrimonio fallito e con una figlia a carico, lui omosessuale dichiarato quando era difficile esserlo persino negli ambienti progressisti più avanzati, rari spiriti liberi autentici tra parecchi che risultarono poi esserlo più per moda che per vero sentire, restarono uniti fino alla morte di Monique condividendo senza tregua esperienze letterarie e battaglie ideali. Monique Lange affiancherà presto la scrittura per il cinema alla pubblicazione di romanzi e racconti inusuali e malgrado l’attenzione di pochi critici accorti, questa produzione letteraria troppo in anticipo in quel momento verrà considerata poco più che un hobby rispetto alla sua professione di sceneggiatrice. Morta improvvisamente a Parigi nel 1996, di Monique Lange si è persa traccia nella memoria sempre assai labile degli storici di letteratura.

Eppure a rileggerli ora i libri della scrittrice sembrano per stile e contenuti un frutto originalissimo e moderno, capace di parlare la stessa lingua di noi contemporanei. È con Les poissons chats che questa freschissima originalità balza agli occhi immediatamente, un esordio questo che nel 1959 era apparso come alieno rispetto alla produzione corrente ma che conteneva già il nocciolo di tutta l’opera successiva dell’autrice e rispecchiava appieno il sicuro anticonformismo di Monique Lange.

Ripercorrere le vicende della protagonista di Les poissons chats significa entrare nella vita di una Monique Lange poco più che trentenne. Durante la festa per il secondo matrimonio del padre, la giovanissima Anna farà la conoscenza di Bernard Meunier. Sebbene di aspetto poco gradevole e di modi tutt’altro che signorili, Bernard è una calamita capace di attrarre l’attenzione di tutti i presenti e l’ammirazione delle donne in particolare. Forse per il suo carattere scostante oppure per l’aura mitica che aleggia su di lui e che risale al suo passato di eroe della Resistenza, Anna se ne innamora senza indugio e nonostante le umiliazioni con cui lui tenta di allontanarla, finisce con il legarsi a Bernard in un rapporto sempre più stretto. Durante una breve assenza di Bernard da Parigi, Anna trascorrerà una notte con un amico del fratello e accortasi di essere rimasta incinta, ricorrerà all’aborto. A sanare il trauma di questa scelta sarà l’incontro con Eric e Guy, una coppia gay che la introdurrà a una nuova vita fatta di viaggi e incontri con un mondo parallelo allora ancora clandestino e le permetterà di acquisire la completa consapevolezza della propria femminilità, liberandosi delle rigide restrizioni imposte dal suo ambiente sociale di provenienza. Tornata a Parigi e rivisto Bernard, Anna scoprirà che all’origine del carattere distaccato dell’uomo vi è la storia segreta che questi intrattiene con un altro uomo e senza alcun rancore andrà per la sua strada con una scoperta inattesa: la sua predilezione per gli uomini gay, ovvero i pesci gatto del titolo.

A dispetto dei temi che innervano il romanzo della Lange, il tono con cui l’autrice racconta questa vicenda intima è lontanissimo da altre opere coeve – soprattutto italiane – su questioni simili. Non c’è tra le pagine della scrittrice alcun dramma stereotipato, non ci sono tracce di autoflagellazione o giudizi senza appello, al contrario si respira per tutta la breve durata del libro la volontà di conoscere e la pura gioia dell’indagare senza malizia e senza pesantezza alcuna le asperità dell’essere e i misteri del vivere. Con uno stile scarno fatto di rapidi dialoghi tipici di una sofisticata commedia di costume e privi di cascami psicologici triti e ritriti, la Langue porta alla luce i pensieri e i gesti dei suoi personaggi, usando ironia finissima e una leggerezza miracolosa per narrare la propria storia di donna che ha scoperto molto presto l’amore per gli uomini gay. Non si tratta del bisogno di ridurre il desiderio al tentativo di convertire questi uomini, piuttosto è il modo con cui la protagonista del libro – tramite l’esperienza della sua creatrice – si appropria di un personalissimo percorso per infrangere l’inflessibilità dei generi imposta dalle narrazioni vigenti e conquistare l’identità che appartiene a lei soltanto. In questo modo Monique Langue metterà in discussione se stessa e il suo tempo, per mezzo della leggerezza eviterà però la trappola del racconto a tesi e libera da qualsiasi ideologia lo renderà a distanza di più di sessanta anni dalla sua apparizione un libro tanto attuale oggi quanto più che mai necessario. Soprattutto, nel raccontare la più atipica delle educazioni sentimentali, la scrittrice ci consegna quello che la figlia Carole Achache – nel suo libro Fille de  – ha chiamato l’enigma di Monique Lange.

Alex Marcolla

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