La congiura degli orfani: Albert Camus e lo stato di abbandono

Il manoscritto della prima bozza di Le Premier Homme, 150 pagine autobiografiche, fu trovato in una borsa nell’auto di Albert Camus dopo l’incidente stradale che l’uccise a 46 anni, nel gennaio del 1960. Era l’inizio d’un romanzo storico sull’Algeria, dall’arrivo dei coloni francesi nel 1840 fino alla seconda guerra mondiale e oltre. Intessuto di ricordi, sulle orme dell’alter ego Jacques Cormery alla ricerca dei primi indizi di una vita da scrittore. Vi si legge della nascita nel 1913 durante un temporale sul pavimento della cucina di una fattoria abbandonata; d’una visita alla tomba del padre (che morì quando Camus aveva un anno) nel cimitero di San Brieuc; della sua paura della morte e del buio. Sulle tracce del passato, sorpreso nel ritrovare l’ingegnosa sregolatezza d’un ragazzino ramingo per le strade o che gioca a calcio con una palla fatta di brandelli.

Il suo amore avvilito per la madre, sconforto assetato di carezze mai date da una donna che non sapeva come darle. Seduta per ore davanti alla finestra, dopo il bacio tenero e distratto della buonanotte, riassumeva lo sguardo sperduto sulla strada mentre il figlio osservava silenzioso con un nodo in gola la schiena magra e ricurva di lei, avvertendo oscuramente avversità ermetiche. Vicini nei corpi solo quando assopiti nel sonno dei poveri sullo stesso letto. Il ragazzo viveva come un orfano, trafficando solitario il suo legame con la storia e il mondo. Quando Camus tornò a farle visita molti anni dopo, la madre dimostrò lo stesso affetto etereo, la medesima fuggevolezza.

Qualcosa è passato inosservato nelle attente analisi volte a capire le differenze nell’attaccamento dei bambini con genitori e assistenti primari: che lo stato di abbandono – temporaneo o duraturo, simbolico o di fatto – possa avere un lato positivo. Si consideri per un momento un’idea inverosimile in questi tempi ultra-conservatori: che la famiglia tradizionale contrasti con il desiderio creativo e sia orientata invece alla produzione di individui docili e sottomessi. Che il “diventare-orfani” celi in potentia energie liberatorie. Che il confronto schietto con la paura dell’abbandono apra la possibilità alla deterritorializzazione – a una dimensione di gioco, rischio, e sperimentazione.

La famiglia è tornata di moda, al punto che è diventato lecito chiedersi se la sua legittimità sia mai stata dubitata. Ma dubitata lo è stata, con eloquenza e passione in oltre centocinquantanni di scritti ribelli da Fourier a Engels a Clara Zetkin fino al Combahee River Collective che in toni travolgenti diffidano dell’ideologia borghesuola e perbenista malcelata sotto il confortevole manto naturalista di mamma&papà&guarda-come-è-carino-‘sto-bebé-e-quanto-t’assomiglia.

Quello che Camus apprese nelle strade algerine della sua gioventù fu la preziosa libertà che a volte emerge dall’assenza fisica e/o emotiva dei genitori. Questa sua essenziale solitudine diventò fonte d’ispirazione per la sua voce singolare di scrittore. In questo senso, “diventare-orfani” rappresenta la creazione di un nuovo territorio scaturito dalla perdita di territorio. Trovandosi in esilio concreto o simbolico, in-dividuarsi, rifiutare la cosiddetta integrazione – sociale, politica, intrapsichica. Per diventare se stessi, non si dovrebbe avere la più pallida idea di chi si è. Si dovrebbe, credo, dire addio al rifugio dell’identità e trovare un altro percorso. Non necessariamente eroico e solitario, ma ritrovarsi in una congiura di orfani, come suggerisce John Berger. Ci scambiamo strizzatine d’occho. Rifiutiamo le gerarchie. Tutte le gerarchie. Diamo per scontata l’esistenza dell’orrore nel mondo e ci scambiamo tuttavia storie di sopravvivenza. Siamo impertinenti. Metà delle stelle nell’universo sono stelle orfane appartenenti a un’altra costellazione; emanano più luce di tutte le stelle della nostra costellazione.

Provaci qualche volta, a sporgerti oltre il recinto della tua tribù. Rifiutati per un attimo di cantare quei ritornelli che dicono e non dicono e che comunque canticchi a malincuore. Ora dimmi, come ci si sente? – a prendersi in pieno volto insulti, disprezzo, e diffamazioni? Benvenuto alla congiura degli orfani. Come il Kierkegaard di Timore e Tremore, accusato di follia da universali mezze calzette.

La vita potrebbe rivelarsi meno confortevole, ma ti troverai in buona compagnia. Pensa a Beethoven. Certo, pochi possono “realizzarsi” in un genio, meno fra tutti il sopravvalutato Abe Maslow che coniò il termine “auto-realizzazione”, sinonimo della cosiddetta persona “fatta-da-sé”. Ma Beethoven può essere per lo meno un’ispirazione. Contrariamente alle aspettative che dopo la cinquantina bisogna adagiarsi in riconciliazioni spirituali e accettare l’idea ridicola di vivere in un “qui e ora” che non esiste, visto che la vita è un fiume inarrestabile, nei suoi ultimi anni il compositore produsse brani deliziosamente nodosi che trasgrediscono le convenzioni e prepara il terreno per le avanguardie. Nel libro incompiuto su Beethoven, Adorno si soprende che non sia l’inquietudine per la morte imminente a guidare queste ultime opere, ma il desiderio di creare una nuova estetica che valorizzi la frammentazione e sfida le norme dell’epoca. Senza visioni audaci del nuovo, il futuro scompare. Al suo posto subentra, come con il laptop e il cellulare, il mero aggiornamento.

Manu Bazzano

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