Piero Santi, o del sapore amaro e dimenticato della menta

Per molto tempo sono stato un libraio. Benché io sia un assiduo lettore fin da ragazzino, imparare la professione del libraio non era nei miei programmi, è capitato per caso e ben presto mi sono innamorato di questo mestiere antico, assai faticoso ma – come tutto ciò che è fatto con passione – carico di soddisfazioni in grado di donare a se stessi e agli altri la gioia. Per molto tempo sono stato soprattutto un libraio flaneur. Trascorse quelle dieci o più ore tra i banchi o nel magazzino della libreria in cui lavoravo, occupavo il mio tempo libero passeggiando tra i banchi di altre librerie o prendendo in prestito libri dopo aver memorizzato i titoli di interi scaffali di una biblioteca o frugando tra le pile caotiche di tavoli ricolmi di volumi esposti nei mercatini dell’usato. Ero pazzo? Non so. Mi consideravo un edonista della lettura dedito alla caccia di quei titoli poco conosciuti o dimenticati capaci una volta letti di spalancare finestre immense oltre le quali gettare il mio spirito curioso, godendo di quel piacere rarissimo e unico che solo i libri speciali hanno la capacità di donare a chi con pazienza riesce a scovarli. Fu nel corso di uno di questi vagabondaggi pensosi che sono incappato in quello che più tardi si rivelò come il libro stupefacente di uno dei più singolari autori italiani del nostro ‘900, tanto poco disposto al compromesso con qualunque cricca di potere, quanto condannato senza riserve a uno scandaloso e ingiustificato silenzio da una sempre più distratta e parziale letteratura critica. Mi riferisco allo scrittore Piero Santi e al suo libro Il sapore della menta, frutto miracoloso di quella felicissima stagione letteraria che furono gli anni ‘60 del secolo passato.

Anche se oggi sconosciuto ai più, Piero Santi non fu un intellettuale appartato o uno di quegli autori eremiti ammantati di una fin troppa equivoca curiosità. Al contrario, fu un uomo acuto e uno scrittore impegnato su più fronti, ma per nulla incline alla ricerca del successo a ogni costo e alla visibilità che da ciò ne deriva. Nato a Volterra nel 1912, divenne fiorentino di adozione all’età di sei anni in seguito al trasferimento della famiglia nel capoluogo toscano. Dopo la laurea in Giurisprudenza ne conseguì una in Lettere e grazie alla sua tesi sulla rivista letteraria “La Ronda”, entrò a far parte di un composito gruppo di artisti e letterati, tra i quali Aldo Palazzeschi, Carlo Emilio Gadda, Sandro Penna e Ottone Rosai furono legati a lui da vincoli di affetto ininterrotto. L’insegnamento di italiano, latino e greco nel liceo classico degli Scolopi si intrecciò con le sue prime prove narrative e i suoi puntuali interventi critici lontanissimi dal provincialismo imperante lo resero ben presto una delle più originali figure culturali italiane degli anni che precedettero di poco lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Partendo dalla forma breve del narrare che gli era congeniale, Piero Santi alternò raccolte di racconti a saggi e articoli di critica che esploravano ogni aspetto della cultura del suo tempo, dal cinema del secondo dopoguerra – celebre il suo accorato sostegno alla Nouvelle Vague e al cinema di Antonioni – alle nuove espressioni dell’arte – alle quali dedicò una tenace attenzione anche grazie alla galleria “L’Indiano” da lui creata a Firenze – fino a fondare assieme a Mario Novi il “Ca Balà”, un mensile letterario destinato a diventare leggenda grazie alle illustri collaborazioni degli amici storici di Santi, oltre a figure imponenti come Mario Luzi, Alessandro Parronchi, Carlo Bo e Tommaso Landolfi. A partire dagli anni ‘60, Piero Santi abbandonò la forma del racconto e cominciò a sperimentare narrazioni romanzesche più complesse. Segnati dall’intenso autobiografismo dei racconti e dei diari che in parte Santi aveva già pubblicato in vita, videro la luce rispettivamente nel 1963 e nel 1966 i suoi due romanzi capolavoro Il sapore della menta e Libertà condizionata, entrambi pubblicati da Vallecchi, storica casa editrice fiorentina nonché abituale editore dello scrittore. Piero Santi continuò a pubblicare libri e a intervenire su tutto ciò che colpiva la sua vorace sete di bellezza con un entusiasmo e un atteggiamento propositivo che costituiscono un unicum persino nel nostro pur ricco panorama culturale novecentesco. Morì nel 1990 a Firenze dove aveva vissuto la sua vita accanto a Sergio Miranda, suo erede.

Il sapore della menta è il ritratto intimista pervaso da una sottile leggerezza malinconica di una famiglia sui generis composta da amici fraterni. Protagonista di questa storia corale ambientata a Firenze negli anni del boom economico è Marco, intellettuale inquieto e omosessuale, palese alter ego di Piero Santi. Attraverso i suoi occhi, lo scrittore racconta un gruppo di persone legate dalla passione per le arti e la letteratura e intrise della sofferta consapevolezza per il trascorrere inevitabile del tempo: Stefano, a differenza di Marco, non riesce a venire a patti con la propria omosessualità e trascina una doppia vita sentendosi accolto solo dagli amici, Alessandro sembra incapace di amare la giovanissima moglie perché ossessionato dal gioco, Marcello invaso da una vitale giovinezza è la passione non corrisposta di Marco e poi Marta, che schiava delle scommesse perderà tutti i suoi averi e si lascerà vivere tra compromessi e meschinità di ogni sorta. Su tutti incombe un momento di passaggio epocale che trasformerà l’Italia in modo irreversibile.

E intrecciandosi questa trasformazione con gli amori, le speranze, le delusioni e i timori di ciascun personaggio, permetterà a Piero Santi un prodigioso e preciso affresco dell’Italia di quegli anni strattonata tra vecchia innocenza e nuova meschinità, senza che alcuna strada precisa venga intrapresa sul serio. Ispirato a una delicata fase di passaggio nella vita di Piero Santi, che come nelle sue prove precedenti allude a fatti e persone della sua cerchia di amici – dietro a Stefano e Alessandro si celano in maniera evidente per allora rispettivamente Gadda e Landolfi -, il libro fu accolto con calorosa partecipazione dalla critica del tempo e assieme al coevo Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino rappresenta uno dei primi esempi di letteratura dove il protagonista di un romanzo è un omosessuale che per mezzo della sua esperienza personale fornisce un quadro di riflessioni esistenziali capace di assumere valenza universale perché calato alla perfezione in un preciso contesto storico e culturale. Assumendo nelle pagine conclusive i toni amari delle occasioni perdute, sarà Marco a illuminare il senso del titolo del romanzo, che con sorpresa coincide con uno stato d’animo che da un Piero Santi testimone vivissimo del presente, il lettore non si sarebbe mai aspettato:

Il sapore della menta è il sapore dell’infanzia, un sapore acre, a momenti pungente, che rimane in noi, anche se non lo sappiamo, per tutta la vita.

Cosa non ha funzionato nella ricezione critica di Piero Santi? Cosa ha impedito alla sua opera di entrare a far parte del canone novecentesco della nostra letteratura? E perché, essendo questo canone rivedibile di generazione in generazione come qualunque altro, ciò impedisce tuttora a Piero Santi di far parte dei grandi scrittori del Ventesimo secolo? Non ho risposte a questi quesiti, posso solo fare supposizioni. Mi torna alla mente ogni tanto una riga de Il gioco e il massacro di Ennio Flaiano, quando a proposito dell’omosessualità del protagonista del primo dei due racconti che compongono il volume, il narratore sostiene di detestare gli omosessuali cattolici o di sinistra che “ne fanno professione ideologica”. Piero Santi è stato un omosessuale dichiarato negli anni in cui il dottor Fadigati del romanzo di Bassani subiva l’ostracismo finendo suicida e il Gabriele di Una giornata particolare di Scola incorreva nel confino. Piero Santi lo è stato senza eroismi e con naturalezza, soprattutto lo è stato senza quei sensi di colpa che hanno spinto parecchi eccellenti scrittori nostrani al martirio abbracciando una delle due chiese – quella cattolica e quella comunista – depositarie intransigenti in questo paese per decenni di una rigidissima morale. Così quegli stessi eccellenti scrittori – alcuni dei quali ho ammirato e dei quali riconosco ancora oggi il valore – hanno fatto dell’essere ciò che erano una professione ideologica loro malgrado, accogliendo una venerazione fatta di compatimento anche quando all’interno di quelle chiese venivano lanciati strali nei loro confronti o messe in pratica autentiche epurazioni. Non sguazzando tra sensi di colpa e pentimenti che tanti applausi spesso strappavano ai poco morigerati moralisti alla moda di turno, Piero Santi forse ha pagato la sua gioia di vivere, le sue pensose malinconie esistenziali e il grande talento con cui ha espresso il suo mondo privo di ricatti ideologici con la condanna perenne all’oblio da parte di un mondo editoriale sempre più distratto e in cerca della griffe all’ultimo grido. Certo Santi non è il solo autore del ‘900 a essere stato lasciato da parte. Certo altri ce ne sono stati e per ragioni diversissime rispetto a Santi, tutt’oggi restano dimenticati. Fino a qualche anno fa avrei fatto i nomi di Curzio Malaparte e Giuseppe Berto, quest’ultimo tra gli autori che ho più letto e amato. Oggi però sia a Malaparte e che a Berto sono stati conferiti gli onori che meritano, il primo riportato alla luce dopo un articolo di Kundera apparso in Francia e il secondo restituito ai lettori grazie a un attento lavoro editoriale. Dunque, mi chiedo di nuovo: Piero Santi? A detta di molti esisterebbe anche in Italia una potente lobby gay che detta legge nel mondo della cultura. Benché io non ci creda affatto. Se così fosse, cosa sta aspettando questa lobby a riportare l’opera di Santi nelle case editrici e quindi nelle librerie? Nell’attesa che ciò possa accadere, chi dovesse trovare sopra qualche bancarella di libri usati un libro di Piero Santi lo compri al volo. Apprezzerà le pagine di un autore che per lucidità, melanconia e raffinata ironia echeggia un Christopher Isherwood d’annata o un Arbasino prima maniera o ancora quello straordinario autore purtroppo sempre per troppo pochi che è ai nostri giorni Gilberto Severini. E se quel qualcuno si trovasse a Firenze potrebbe fare un passaggio al Gabinetto Vieusseux, che conserva in un fondo a lui dedicato le carte personali e i manoscritti editi e inediti di Piero Santi. La sua modernità risiede forse nelle parole del suo Marco ne Il sapore della menta:

Non ho saputo, come tanti altri, invecchiare. Ragiono come un giovane di venticinque anni.

Alex Marcolla

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