Forse non saremmo una famiglia come tante, ma siamo una famiglia

Dammi una possibilità, lasciami entrare.

Scivolo spalle al muro finché sento il pavimento sotto di me. A terra, più giù di così non posso. Resto lì immobile, aspetto che si schiuda la porta, sono mesi che resto fuori, fuori dalla sua vita. “Non puoi, non ci pensare, niente in questo momento mi potrebbe sollevare. Nemmeno tu”. Mia figlia è cresciuta di colpo, passata dal sorriso enorme dei mesi in culla, agli abbracci che stritolano con le manine e la faccia imbrattate di mille colori, alle scarpe rubate, le risate strappate. Il silenzio di oggi dei suoi sedici anni. So che non ha un ragazzo, lo so perché capto discorsi o la sua eco a distanza di un muro. So che non le piace parlare, che non esce, che non vede che pochissime amiche, che ama la danza, e che io non l’accompagni lì come in nessun altro posto, se non raramente se salta il passaggio a una festa rarissima. La guardo, spio ogni tanto qualche telefonata e la vocetta nei messaggi, non oso, non posso varcare la soglia, quello è il suo regno lì la sua tana. Quella porta, la linea sottile che divide me da lei, lei dal mondo. Ricordo la mia adolescenza e questo è stato l’inganno, pensare che ogni schema fosse giusto per tutti.

Non è così e ognuno è sensibile alla sua maniera, pessimo alla sua maniera, dolcissimo alla sua maniera. Stanco alla sua maniera. Stanca come me, madre trottola che ruota intorno a mille cose per far quadrare i conti e che i conti non ha mai imparato a far quadrare. Madre odiatissima quando ha deciso che essere da sola, potesse essere meglio che con uno inutile.

Senza.
Senza fare i conti con i suoi occhi addosso, gli occhi di lei bambina che mi scrutavano per capire da quale angolo venissero fuori le decisioni dei grandi. E così si è tenuta le parole non dette tutte dentro, nascoste, pronte a scattare come una molla, come un proiettile che ti prende in pieno viso e ti lascia stordita esanime e sola e soltanto a pensare “Basta, cerca di capire” e non puoi, non ha senso, è tutto inutile.

Quello che sei quando decidi di essere due, cambia quando diventi tre, quando dal frutto di quel glorificato intensissimo amore, nasce il bene più grande, quello delle notti insonni, quello delle paure irrazionali, se un pochino scricchioli allora ti sfasci, ti laceri completamente perché, hai voglia a pensarla diversamente quando la piccola vita che portavi dentro, te la mettono in braccio, niente sarà più potente di quell’attimo in due. Ecco due, ma non più tu e un lui, i progetti, la casa, la capanna da vivere a due cuori, adesso no, il tuo cuore è allargato, spingere altro amore sarebbe un collasso. E tu resti occhi aperti al soffitto di notte, quando sai che ormai siete lontani, e che cercare un altrove non sarà mai la giustificazione per la tua assenza di donna. Anche se lui te lo vorrà far credere. E tutto si logora insieme a te e ti basterà lei, la tua piccolina, il calore del suo bacio leggero, le trecce inventate di fiocchi e farfalle, e nessuno più accanto se non te e lei. Ma non basterà, non basterà a lei. Lei ti odierà, e te lo pianterà nel cuore al momento opportuno.

Quando “Chiudi la porta” “Esci fuori” “Che cazzo vuoi” saranno le frasi da infilare al tuo vano tentativo di restare ad ascoltarla anche senza parole. Mia figlia è cresciuta, ha passato giornate da sola tra vicine di casa amiche a tenermela mentre cercavo di prendere in tempo l’ultima metro. E per questo covava il rancore, il dolore, la mancanza lacerante. E amava i suoi peluche, e il diario e i quaderni e gli stickers e la nonna, tutto il creato all’infuori di me. Colpevole di averle dato il suo babbo, a tempo, dal venerdì alla domenica dalle undici alle otto, o dal sabato e basta… e sguardi di fuoco, che incendiavano tutto. Era un’altra cosa da quella che avevo tenuto sulle gambe nelle estati leggere e tiepide, a sentire l’odore dei capelli dorati sul collo e disegni di mamma e papà e gambe appoggiate al bianco di un patio di sere bellissime. Quando eravamo noi e poi… Poi mai più un contatto, non sapevo nemmeno che forma avesse la sua pancia i suoi fianchi e che braccia o che gambe. Nemmeno d’estate, “io resto così” in maglietta e pantaloni solo per fare dispetto a me. Mai un sorriso, mai uno sguardo d’intesa. Studiava e danzava da che aveva cinque anni, la sua unica vera passione le punte, il tutù quel mondo di grande potente fatica. E poi, tutt’ a un tratto lezioni saltate e giornate passate buttata sul letto. Io e lei da sole, sempre più sole.

E fu solo per caso che durante una lite per il solito “Vaffanculo… studio quando mi pare” che l’afferravo per farmi ascoltare, e le mie dita facevano un giro completo intorno al suo braccio, e capivo che quello era stato quel braccio che fino ad allora ricordavo normale. “Ma che cavolo…” guardavo i suoi occhi cerchiati e il colore azzurrino come spento e velato di un nulla con cui mi ingoiava, le spostai d’istinto la maglietta e ritorcendosi, vidi con spavento il suo essere ormai diventata uno scheletro che neanche una bambola di quelle che teneva in bell’ordine sulla mensola della camera era così come lei. “Ma tu, da quanto non mangi, da quanto?” Sentivo le lacrime del mio fallimento scivolarmi sul viso e mentre gli occhi bruciavano la vidi afferrare lo zaino, sarebbe scappata lontano come ogni volta che c’era un litigio, ma no, questa volta non poteva sfuggirmi. “Dimmi che cosa succede, quanto hai perso, quanto pesi, che succede?” “Trentaquattro chili, contenta?” Trentaquattro chili, ed io non ci avevo capito nulla finora, trentaquattro chili e le ossa camminavano come in un orrido film, ed io che non avevo capito per tutto quel tempo. Le sere a mangiare da sola, perché lei se ne stava rinchiusa nella sua cameretta. La tenevo ferma con la paura di spezzarla a metà, e così mi dovette guardare, ascoltare per forza.

Mia figlia piangeva e per la prima volta dopo mesi di silenzio e parole di rancore, piangeva buttando la rabbia sulla mia spalla che inondava scuotendosi di singhiozzi, sembrava davvero una richiesta d’aiuto. Ed io non sapevo da dove incominciare. “Ti prego perdonami. Lo so che cos’hai. Succede di amarsi e poi di sentire che dentro qualcosa si è rotto e succede che” … “Che noi che restiamo qua in mezzo a voi, siamo un po’ bagaglio, in cerca di un posto dove essere noi. Io volevo soltanto essere figlia, ma se voi non siete più voi, io cosa sono?”. “Tu resti figlia di due persone che sono state vicine, che si sono volute bene, che poi hanno capito che non potevano proseguire. Hai bisogno dì aiuto, hai bisogno di un medico ci faremo aiutare”. E il suo odio non fece che un giro più largo per poi ripiantarsi di fronte ai miei occhi “Non voglio”. “Non voglio” fu un muro tenace che non riuscivo ad abbattere, non voleva ospedali, e cure, il terrore di medici e sondini e letti e coperte che puzzano di disinfettante. E ogni volta che provavo a smontare ogni sua reticenza mi odiava di più. Finché un giorno tornando dalle amiche di danza qualcuno le disse che non avrebbe potuto danzare ridotta così “neanche il saggio a fine anno, dove vuoi andare se non riprendi peso?” Io lasciavo il lavoro ad ogni squillo di telefono e anche quella volta mollai tutto per correre via. A casa, la vicina che a volte restava con lei, le stava davanti cercando di calmarle i singhiozzi. “Non danzerò più, e non voglio, non voglio”. Non voleva saperne di cambiare, e nemmeno di farsi aiutare, non voleva saperne di smettere di danzare, ma il suo corpo affaticato dai troppi chili persi, non reggeva a nessuna delle prove. “Ti prego lasciati aiutare, ti prego, danzerai ancora, torneremo ad essere…” “Cosa? La famiglia che adesso non esiste più? Io e te? Ti sembriamo una famiglia io e te?” “Si, possiamo essere una famiglia anche io e te, se tu smettessi di farmi la guerra, se cercassimo di aiutarci a vicenda, potremmo sembrarlo”. E tutta la stanchezza si tramutò in rabbia sì, lo ero, ero arrabbiata anch’io e per una volta non guardai quella piccola donna come l’unica vittima di una vita che in fondo non avevo deciso dovesse essere così. “Lo amavo, va bene? Abbiamo avuto te, ti amavamo e ti amiamo ancora ma tra me e lui non sarà mai come prima. Basta è finita, tuo padre ama un’altra, io me ne sono fatta una ragione, fattene una ragione anche tu. Alzati, sollevati, e fai la cosa che più hai amato al mondo, riprendi a danzare, riprenditi la vita da dove l’hai mollata, smetti di fare la mocciosa, piantala di comportarti come se mi odiassi, lo so che non mi odi, e se proprio vuoi, odiami più in là ma adesso, adesso lasciati aiutare ti prego”.

Piangemmo insieme disperate, per poi decidere che non potevamo farcela da sole, che un medico capace e il centro che ci consigliava ci avrebbero salvate entrambe. Dovevamo farlo e farlo insieme. Mia figlia mangiucchia, sposta di qua, e sposta di là la forchetta, ma mangia, ingoia e ingoia davvero, uno sforzo dopo l’altro, a volte riesce persino a sorridermi. A giugno il saggio l’ho ripreso dalla prima fila, e ogni tanto mi è sembrata quasi felice. Forse non saremmo una famiglia come tante, ma siamo una famiglia, due che lottano ogni tanto, ma che sanno che la forza e la voglia di vivere dipendono da noi, che sanno che il rancore e la punizione che infliggiamo a noi stessi ci impedisce di crescere, dandoci l’illusione di poter rimanere bambini bisognosi di cure nonostante la potenza che vorremmo mostrare, e vorremmo restare così, perché forse crescere è la prova di forza più grossa che si possa tentare. Quasi come amarsi.

Stefania Castella
(foto: Patrizia Burra)

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