Il Colibrì

Il Colibrì è il nome di un bistrot che conoscevo, a Parigi, ed è anche il titolo di un racconto pubblicato sotto pseudonimo ad agosto del 2018, all’interno de La meccanica dei sentimenti.


Nella camera 408 del decaduto Hotel Majestic, appena declassato da cinque a quattro stelle dopo i controlli annuali degli organismi di ispezione turistica, Galatea Gubernatis e Gio Marealto stanno progettando la vita. Che cosa siamo io e te, si chiede Marealto davanti al corpo perfetto di questa donna, siamo folli, cinici, stupidi mentecatti, furbi manipolatori di coscienze, strafottenti esseri umani senza salvezza? “Quando abbiamo incominciato ad andare a letto insieme?” le chiede. Gli uomini come lui si dimenticano di tutto, anche delle promesse, che sono la cosa peggiore che si possa dimenticare.
“Quella volta nell’albergo vicino casa. Il neon era rotto e ci siamo infilati dentro come due ladri. Non è tanto per dire, ma non ho mai avuto questo con un altro uomo”, indica i loro corpi per stenderci sopra un lenzuolo immaginario, “è come se mi leggessi nel pensiero. Sarà questa la meccanica?”
“No, non si tratta di questo. Tu credi che se io sapessi davvero che cos’è, mi sbatterei tra una camera e l’altra di una città ridotta una merda in cambio di un po’ di soldi per tirare a campare fino a fine mese!”
“Sì”, risponde Galatea. “Comunque dirò a Carole di darti di più, ha investito tempo e fatica per mettere su quest’operazione di copertura. Alla festa dell’Indiano verranno compratori e ricettatori da mezza Europa. Pur di riuscire, venderebbe sua madre”.
Gli ritorna in mente Eda, ha la tentazione di tirarsi su, vestirsi e correre da lei, ma ci rinuncia subito ripetendosi che Eda si merita uno di quelli con la polo bianca, come dice il Direttore. Galatea cambia argomento, intuisce che un’altra donna è appena entrata nella sua testa e la scaccia via nel modo migliore che conosce. “Riguardo a Armine, hai indovinato. Sapeva che tra noi ci sarebbe stato qualcosa e che questo qualcosa avrebbe coinvolto anche lei, da molto prima che lo capissi io. È stata lei a dirmelo dopo quella volta alla Civette, vedrai, mi ha detto, vedrai. Armine è una donna molto intelligente, ed è anche molto bella, è difficile guardarla negli occhi, specialmente per uno come te. Se non fossi attratto da lei, non saresti un uomo! Ha il potere di affascinare chiunque, è il suo modo di fare. Quindi è solo perché sei uno in grado di capire le donne, che ho pensato che fossi attratto da lei. Tu le donne le sai leggere bene, Gio”.
Marealto ride, “Me lo hai già detto, ma se fosse vero, a scuola non mi avrebbero mai bocciato, considerando che le professoresse erano tutte donne. Sei una bellissima bugiarda, mi eccita sentirti dire tutte queste bugie”.
Le prende una mano e gliela porta sul membro, che sta già cambiando forma, e il miracolo avviene di nuovo. Mentre fanno l’amore forte degli amanti lei gli sussurra, “Tu mi leggi nella testa, mi fai paura, mi leggi nella testa”. Marealto oggi è più violento, ma non le fa male, anzi, è delicato anche mentre le urla gli ordini che lei esegue alla lettera. Galatea, nel frattempo, si sta dedicando al piacere di entrambi, in attesa di chiedergli ancora una volta di terminare dentro di lei, non ne sarà sazia finché non raggiungerà il suo scopo e quel piacere non cesserà di essere così vicino alla morte, come sfiorarla e poi tornare indietro su quel letto cadendo dall’alto in un incolmabile vuoto. E pensa, a sua volta, Una parte di me capisce il perché Eda non accetterebbe l’idea di diventare genitori tutti e tre insieme. Il resto del pensiero lei stessa non lo sente perché si confonde con le urla monotone di Marealto, che le sta mordendo la bocca con gli spasmi convulsivi del piacere.
Nella conciergerie, il Nano parla al telefono con il Direttore, si arrotola il filo attorno a un dito, sembrano due vecchie pettegole. Quando passa Marealto, lo guarda e gli fa un cenno con la mano. Si sono già messi d’accordo per la festa dell’Indiano, al Majestic, dovrà parlare della sua scoperta, tutto è addobbato di rosso, è disgustoso, sembra che le mura sanguinino, pensa Marealto uscendo, ma non gli procura alcuna reazione. Vogliono che parli dei crisoberilli, che racconti dei loro poteri eccezionali. E hanno promesso di fare del male a qualcuno che gli sta molto vicino se lui o Galatea fanno un altro scherzo come l’ultima volta, quando l’hanno beccata in aeroporto con le pietre.
Quello che Marealto non capisce è chi intendano per “vicino”, Eda o Resi? Per loro dev’essere chiaro, è lui ad avere un grosso problema di definizioni.


Per strada fa freddo, non piove da un paio d’ore almeno, ma i parigini corrono con i cappotti addosso e si infilano nei bar e nelle brasserie per mangiare nella pausa pranzo, un’ora per tutti, nessun privilegio per i figli degli impiegati, diventati impiegati anche loro. Ma chi sono io per giudicare questa gente?, pensa Marealto mentre cammina verso l’incrocio con Clichy. Gli eleganti lampioni neri e brillanti non illuminano sufficientemente i marciapiedi. Si sforza a guardare dove mette i piedi, come se scansando la merda scansasse anche i problemi. Deve parlare con Eda, e prendere le sue cose, liberare l’appartamento, fare posto a qualcun altro.
Tutto è successo troppo in fretta, da quando ha fissato la lampada dei dentisti alla parete sulla scrivania e su quella scrivania ha fatto l’amore con lei fino alla fine, seguendo un impulso folle e perverso. Sono passati sette mesi. Sta per nascere, ed io ho evitato di pensarci fino ad oggi, si chiede, come è possibile che i pianti di Eda non mi abbiano provocato alcuna reazione?
Gli riviene in mente il sogno di ieri notte, non gli capita spesso di ricordarsi dei sogni perché appena apre gli occhi e capisce che è ancora qui si sente inutile per il resto della giornata.
In questo sogno lui e Galatea erano in aeroporto, dopo una settimana come quella appena trascorsa, su quel letto, tre, quattro, cinque volte al giorno, vino rosso, lenzuola stropicciate, la cornetta del telefono penzolante accanto al comodino come lo yo-yo dei bambini. Dentro di lei forse stava già succedendo il miracolo, lo avevano fatto tante volte e ogni volta fino in fondo, senza fermarsi, con l’ossessione e la frenesia che lo prendono quando sta per finire e lei gli sussurra di farlo, lo prega di farlo subito, eccitandolo ancora di più. Nel sogno erano davanti al Gate delle partenze, loro tre, c’era anche Armine, si abbracciavano, prima lui sussurrava all’orecchio di Armine, “Abbi cura di loro”, e la baciava, era la prima volta, un bacio tra amici, che suggellava il loro patto.
Se ne rende conto adesso ripensando al sogno, non gli basta sapere che Armine le sarà vicina, questo lo dicono tutti. Lui vorrebbe guardarla bene negli occhi e poi guardare quelli più tristi di Galatea, prima di lasciarle in qualsiasi aeroporto con un pezzo di sé. Ecco cosa aveva in mente quando le ha proposto di telefonare a Armine e lei li ha raggiunti in quella camera.
Si sono abbracciati a lungo. Una gioia che rimarrà dentro quelle due donne e poi passerà nel loro bambino. La sera in cui ha fatto l’amore con loro, Marealto era ubriaco, avevano bevuto prosecco e mangiato frutti di mare offerti dal Direttore (a sua insaputa). Galatea cantava i suoi monosillabi sforzandosi di sembrare a suo agio. Armine non diceva una parola, si lasciava dare ordini e rispettava i ruoli, la sua donna è lei, pensava, io sono qui solo per il loro piacere, e lo ha lasciato fare, sapeva che sarebbe stato lui a fermarsi in tempo e ritornare dentro la sua amica, che intanto beveva, beveva, beveva. E mentre il jazz di Armine Petrossyan girava nelle loro teste, Can love be as warm as the Ruby?, i loro corpi sudati emanavano l’odore della palestra dopo la partita di pallacanestro.
Tira fuori il telefonino e la chiama di nuovo. Lei risponde con l’accento satirico degli svizzeri e ride perché è la prima volta che la richiama subito dopo essere andato via, come fanno quei mariti premurosi che ti chiedono se vuoi qualcosa dall’alimentari sotto casa. Marealto le dice, “Un’ultima cosa, poi magari la smettiamo di parlare di altri. La mia foto, sono sicuro che gliel’hai mostrata”.
“Hai indovinato ancora”, risponde Galatea. Non lo contraddice mai. “Stavo dormendo quando mi hai chiamata, sono esausta, oggi resto a letto tutto il giorno. Chiederò al Nano di portarmi da mangiare e un pacchetto di sigarette. Stavo sognando. Vuoi sapere cosa c’era nel mio sogno?”
“Mi siedo da qualche parte, fa un freddo cane. Mentre me lo racconti prendo da bere per riscaldarmi”. Marealto entra nel Colibrì, boulevard de Rochechouart, il bistrot degli amanti, per bere tranquilli ci si nasconde al piano di sotto, e la scala a chiocciola al ritorno diventa più ripida. Le foto alle pareti iniziano a ballare. Si siede in fondo con un bicchiere di Ricard e la ascolta come l’allievo con la maestra mentre l’anice lo calma un po’. Anche lui è stanco, gli fanno male le gambe. “Dov’eravamo?” le chiede. Si è già dimenticato che stava andando da Eda.
“Su un’isola deserta, da soli, l’umanità non esisteva più, solo io e te a fare l’amore per tutto il giorno, con l’idea di ripopolare il mondo, ma un mondo diverso, migliore di questo, un mondo in cui tutto ciò che facciamo è dettato dall’amore e non dall’odio, in cui non esiste il denaro come metro di giudizio e nessuno ti impone chi devi amare e in che modo”. Marealto sa bene che è tutto inventato e non ha mai sognato nulla del genere. Galatea ha capito di avere a che fare con un individuo talmente deluso da arrivare dove sono arrivato, pensa, nella melma di cui fanno parte quelli come il Direttore, il posto degli ultimi disperati di una generazione di stupidi e romantici. “È una mia fantasia”, continua lei, “nudi, in riva al mare, le onde ci massaggiano i piedi e ti incoraggiano a entrarmi dentro, tutto, mi baci e mi lecchi dolcemente le labbra che sanno di acqua di mare, mentre io ti sussurro all’orecchio i miei pensieri.
Domani sarò nell’ufficio al piano di sotto, organizziamo la festa dell’Indiano, il pervertito fa serate a tema, quest’anno ha scelto la ricorrenza di Medin Doya, dovevamo aspettare la luna piena per celebrare la visita di Buddha a suo padre Suddhodana (o era il contrario?) e vuole che tutti si vestano di rosso. Perché non mi raggiungi lì, verso le sette?”
Dopo il secondo bicchiere, alterato perché non sa come capire se la sua intuizione è giusta, Marealto dice ancora una volta tutto ciò che pensa, “Quando mi vedrai comparire in quella sala, senza avvisarti, ti farò stendere sul tavolo dei microfoni per essere subito dentro di te, spingere forte e far barcollare tutto, schiaffeggiarti come piace a te, per finta, un colpo più profondo ad ogni spinta, lento e profondo, lento e profondo, e poi più veloce fino a farti urlare come stamattina, rossa in viso, i capelli spettinati, le mani aggrappate ai bordi del tavolo per tenerti sotto di me. Poi ti farò voltare e tu mi guarderai sorpresa, con gli occhi aperti del cinghiale scoperto nel buio, io continuerò più forte, piano e poi forte, piano e poi forte, facendoti abbassare di più sulle tue carte, quei documenti inutili che voi accademici vi divertite a riempire per non riempire sul serio nient’altro. I tuoi vestiti eleganti tirati su quel tanto che basta per farlo di fretta con tutta l’ansia e la passione possibili. Ecco, in quel momento penseremo all’isola deserta e a noi due distesi a fare l’amore dolce dei fidanzatini con tanti baci e carezze, e ci crederemo entrambi, che tra un tavolo sottosopra e la sabbia immacolata dei Caraibi non c’è alcuna differenza”.
La vecchia dell’angolo è rannicchiata nel tavolino di fronte al suo e sta bevendo il pastis, lo stesso ogni mattina, che i proprietari e poi i figli dei proprietari le servono da vent’anni, senza ghiaccio, accompagnato da due navettes all’anice di Marsiglia, e ha sentito quanto le basta per desiderare di ritornare giovane. La signora Marie Claire Duvigny ha i capelli pettinati con la lacca e porta una lunga collana d’oro su una maglia nera: una collana senza collo. Quando era ragazza, faceva la burattinaia, accompagnava suo padre nei paesi della regione per far ridere la gente. Erano mestieri che si imparavano per strada, si costruivano, si dipingevano e si dava loro la vita tirandoli su con tutti quei fili. Se dovesse spiegarlo adesso a uno di quei bambini annoiati che non alzano neanche gli occhi dall’apparecchietto elettronico dei genitori, e ordinano un succo di frutta con la serietà degli alcolisti, Marie Claire non saprebbe come fare. La curiosità si apprende con la curiosità, non si può insegnare. Marealto la guarda mentre è assorta nei suoi ricordi, lei gli sorride senza i denti, lui sorride a lei senza mostrarle i suoi e mette il viva-voce.
“Ti aspetterò già bagnata”, risponde infine Galatea, di nuovo cambiando tono, sembrano sospiri e non parole, tutto il locale si volta verso di lui, “ogni persona che varcherà quella soglia mi farà eccitare da morire al pensiero che si tratti di te. Facciamolo forte su quel tavolo, Gio, ti prego, facciamolo fino a farmi perdere i sensi, sto morendo dalla voglia, ti prego”.
Marealto fa l’occhiolino alla vecchia dell’angolo, i clienti ridono, ha regalato loro un attimo di serenità.


Eda sta aspettando, è distesa sul divano sul lato sinistro come le ha detto il medico e guarda i cartoni animati.
Prima di aprire la porta, Marealto si ferma sulla soglia perché c’è una bambina di due o tre anni dove finisce la parete, che lo osserva tirando fuori la testa. Parla piano come parlano i bambini, come se cantasse, e dice ai genitori, che non si vedono, “C’è un signore, c’è un signore”. È bionda, ha lunghi riccioli e un vestitino a fiori, il suo canto di vocali scoordinate rimbomba nel lungo corridoio del secondo.
Entra in casa senza badare al rumore della porta che stride stavolta, e chiede, “Come è andata la visita?”, lei risponde, “Un chilo e mezzo, un pollo allo spiedo”. Ridono, stanno parlando del loro bambino. Accarezza quella parte di testa di Eda che viene fuori dal bracciolo, lei l’assapora come se durasse un’eternità. Spinge il collo all’insù come il gatto.
“Sei tornato da noi”, gli chiede.
Marealto non sa come rispondere, è una settimana che ci pensa e per farlo si è rifugiato in una camera d’albergo in compagnia di una donna che gli sta chiedendo di concepire un figlio. Se lo raccontasse adesso a Eda, è sicuro che lei non capirebbe. Si vede nei suoi gesti che non capirebbe nulla al di fuori di quel prodigio che porta in grembo.
“Per mesi non ci siamo parlati, ho dormito fuori la metà del tempo, non lo facciamo da quella volta sotto la lampada, siamo diventati due spiriti bloccati qui dentro a causa degli affitti insostenibili di questa città. Potrei andarmene in qualsiasi posto al mondo, indossare un pareo e aprire un chiosco su una spiaggia della Polinesia, imbarcarmi su un cargo per la pesca dei gamberi, insegnare inglese ai bambini di un villaggio peruviano, invece sono tornato da voi”.
Eda risponde nella maniera più imprevedibile, chiedendo a sua volta, “Perché?”
“Perché ho bisogno delle persone che mi stanno accanto per trasformarle in materiale da ricerca. Sono un vigliacco, un opportunista, piegato continuamente al gioco della forma e della trama, un individuo destinato alla perpetua insoddisfazione. Io amo tutto, Eda, ogni singolo oggetto e ogni persona a questo mondo. Non sono in grado di provare l’odio, né il disprezzo, né l’invidia e la gelosia su cui si fonda l’Ingranaggio infallibile dell’umanità. Questo ti può sembrare bello, sorridi perché stai pensando che forse sono meno pazzo di quello che sembra. Ma non è bello, è una cosa schifosa, perché capire come funzionano i nostri sentimenti ti rende un mostro, una persona cinica, capace di qualsiasi bassezza”.
Il resto della canzone, Eda l’ha sentito mille volte in sette anni. “È a causa della ricerca”, gli ripete, “per te è più importante del tuo lavoro. Almeno per ora”.
“Che vuol dire, per ora?”
Stanno cambiando argomento scivolando su un abile circuito costruito da lei prima che lui iniziasse a sfogarsi. Lavorare nei negozi ha insegnato a Eda come far scaricare le energie di un cliente guardandolo negli occhi e aspettare il suo turno per trasformare qualsiasi lamentela in una promessa di fedeltà.
“Quando nascerà dovremo sistemarci in una casa più grande, cercarci un impiego stabile per garantirgli una vita dignitosa. Credevo che le tue presentazioni diventassero una specie di lavoro fisso, invece…”
Mentre Eda dice “invece”, lui la guarda con la delusione del bambino la notte di vigilia, ha appena scoperto che la persona che gli ha portato i regali ogni anno era sua madre: deve odiarla o ringraziarla?
“Ci penserà la tua famiglia a garantirgli una stabilità economica. Io non posso”.
“Che cosa significa, non posso?”
“Quando una moto non parte, una moto che fino a ieri non aveva nessun problema – mettiamo così – tu ti chiedi quale pezzo si è rotto e la fai controllare da un esperto. Ma che fai se tutto è al suo posto, se il meccanico la smonta e non trova alcun guasto? Io non funziono più, Eda, né come medico né come marito. Ecco cosa intende un uomo quando dice, Mi sono rotto”.
Eda si chiude nel bagno e piange, apre il rubinetto della doccia per non fargli sentire il rumore inarrestabile dei singhiozzi. Che cos’è quell’uomo?, si chiede, perché non me ne sono accorta prima?
Dalla sala si sentono i rumori delle grucce e della valigia. Se ne sta andando. Ma come può abbandonare suo figlio ancor prima di vederlo nascere?, non può essere vero, se ne renderà conto. La porta d’ingresso, intanto, sbatte delicatamente.

Franco Malanima

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