La visione allegra e funerea della vita di Augustin Gomez Arcos

Quando Augustin poggiò il piede sul suolo spagnolo per la prima volta dopo più di due decenni, si accorse che era a corto di parole. Strano, pensò quasi sorridendo tra sé, dopotutto sono uno scrittore. Tuttavia, la lingua nella quale aveva ottenuto i massimi riconoscimenti non era quella che aveva acquisito alla nascita. E quando la dittatura che lo aveva obbligato a recidere i legami con la sua cultura si era dissolta, Augustin non si era precipitato in aeroporto a prendere un volto per tornare a casa. Quale casa, si chiedeva? Viveva a Parigi da così tanto tempo che se mai ci fosse stato un focolare, questo sarebbe stato di certo nella capitale francese. Un luogo avvertito come casa però non esisteva già da molto tempo nella sua mente, per questo motivo aveva atteso anni dopo la fine del regime franchista prima di rientrare nella terra che gli aveva dato i natali. Gli avevano chiesto di presenziare alla prima di un suo spettacolo. A Madrid e non nella cittadina andalusa dove la sua famiglia aveva vissuto e pagato in prima persona per aver combattuto sul fronte opposto a quello di chi aveva vinto la guerra civile. E sottoposto il paese a una feroce dittatura militare. Dalla parte dei vinti era stata la sua famiglia di anarchici repubblicani. Da quella parte era stato anche lui per tutta la sua vita trascorsa in esilio. Le poche ore che precedevano la messa in scena alla quale era stato invitato, Augustin scelse di passarle vagabondando per la Madrid della sua giovinezza, il luogo nel quale a metà degli anni ‘50 aveva assaporato una sconfinata libertà clandestina. Lì era arrivato dalla provincia subito dopo aver conseguito a pieni voti il diploma di scuola superiore. Ricordava ancora il momento della partenza, i genitori sempre più miseri ma fieri di quel loro figlio che sarebbe stato il primo a frequentare l’università, i fratelli maggiori desiderosi che almeno il più piccolo di loro scampasse agli oltraggi a cui erano sottoposti per via della loro ostilità al potere autoritario che soffocava la Spagna. E poi c’era Celia, la professoressa che gli aveva trasmesso l’amore per la lettura, la donna che lo aveva incoraggiato a scrivere, colei che aveva intuito la natura di Augustin prima ancora che lo facesse lui e gli aveva suggerito discreta di studiare per essere libero e di andare all’estero per non morire. Li avrebbe rivisti poco, tutti loro. E quando dopo tre anni scelse di abbandonare lo studio della legge per dedicarsi alla scrittura teatrale, ancora non poteva immaginare quanto lontano quella decisione lo avrebbe condotto. E quanto vicina quella scelta fosse al sé incandescente che ancora teneva sottochiave e che presto avrebbe lasciato libero di correre in mezzo a quel mondo di bellezza e macerie in cui si era ritrovato a vivere la sua giovinezza. Di giorno accettava qualsiasi lavoro per potersi mantenere, di notte riempiva febbrile pagine su pagine di dialoghi e note, dando una forma concreta alla sua personalissima idea di teatro. Frequentando gli scrittori della sua generazione si era accorto presto della profonda frattura che animava i loro dibattiti. I più ritenevano il teatro un mezzo per vivere, la poesia era infatti per questi la forma suprema di espressione. Da qui il loro teatro, puro intrattenimento che non si doveva occupare di politica, con il solo scopo di divertire e far guadagnare soldi facili a chi aspirava a diventare un grande poeta. Poi c’erano quelli che ritenevano inutile e perfino dannoso il tentativo di andare contro le autorità infarcendo i testi da mettere in scena con esplicite denunce politiche. Si potevano rispettare i limiti imposti dalla censura e far passare ugualmente messaggi forti di critica senza finire in galera. Ultimi e in stretta minoranza ma audaci nella loro eloquenza, si trovavano quelli che intendevano il teatro come il mezzo più potente per risvegliare le masse popolari dal torpore nelle quali ormai da tempo immemore erano precipitate. E ridestato, il popolo spagnolo avrebbe potuto riprendere le armi e tramite queste, la propria libertà. Augustin ascoltava in silenzio ognuno di questi punti di vista, assorbiva indicazioni tecniche che gli potevano tornar utili e annotava veloce sul suo taccuino quelle intuizioni che gli arrivavano fulminee dopo aver udito osservazioni inaspettate. Il suo teatro sarebbe stato politico, ma nel senso più ampio del termine. Avrebbe messo in scena l’orrore e il desiderio, la morte e la decadenza, la passione e il rifiuto. Avrebbe espresso un sentimento grottesco dell’esistenza adoperando un umorismo rituale e sinistro. E avrebbe spopolato. Non considerava Augustin che le sue idee sulla scrittura fossero troppo in anticipo sui tempi, non lo sfiorava neppure per un momento il sospetto che la censura franchista mai avrebbe lasciato passare una così a un tempo allegra e funerea versione della vita, tale da rimpiazzare la tradizionale immagine retorica della società cara ai franchisti, obsoleta e noiosa agli occhi di Augustin. Dopo l’ennesimo testo bocciato dalla inflessibile commissione che giudicava quali lavori potessero andare in scena e quali no, Augustin prese la decisione di lasciare la Spagna una volta per tutte. Se devo morire di fame, meglio farlo altrove. In un paese libero, si era ripetuto per giorni mentre rimuginava sulla sua scelta. E il mese dopo che Parigi era stata messa a ferro e fuoco dagli scontri tra polizia e studenti in quello che era parso a troppi ingenui come il preludio a una nuova rivoluzione, Augustin giunse nella capitale francese con l’intento di imporre la sua idea di drammaturgia e di vivere senza timori o pudori di sorta la sua vita. In quel momento Augustin non poteva sapere che a dargli una fama imperitura non sarebbe stato il teatro, bensì un romanzo partorito per un puro caso della sorte. Cominciò a mettere in scena i suoi testi nei teatrini di avanguardia del Quartiere Latino. Scriveva ancora in spagnolo. Rachel, l’attrice che si innamorò subito del suo teatro e gli divenne amica per il resto della vita, traduceva il suo lavoro in francese e insieme a lui si occupava di ogni aspetto della messa in scena. Augustin aveva ripreso la vita che conduceva a Madrid, di giorno faceva il cameriere per sbarcare il lunario, di notte scriveva e lavorava ai suoi spettacoli o andava a vedere quelli degli altri autori che ammirava. Finché una sera seduto in mezzo al pubblico, si ritrovò qualcuno che avrebbe cambiato il suo destino. Al termine dello spettacolo, un uomo si presentò nel camerino che Augustin divideva con Rachel. Si trattava del responsabile di una grossa casa editrice, uno dei più importanti nel variegato panorama culturale francese. Gli propose di scrivere un romanzo capace di riprendere i temi del suo teatro, gli disse che lo avrebbe aiutato economicamente fino a quando non avesse portato a termine il libro. E poi lo avrebbe pubblicato. Accettando, Augustin lasciò per breve tempo la città che lo ospitava e immerso nella quiete di una isola greca, scrisse per mesi pagine nelle quali rilesse alla luce bizzarra delle sue amarissime esperienze una vicenda claustrofobica che ben esprimeva tutto ciò che sentiva per il proprio paese di origine. Per riuscire in quella impresa avrebbe impiegato la sua lingua di adozione, solo il francese infatti gli avrebbe potuto conferire quella libertà che ormai non traspariva più dalla sua cultura, nemmeno dalla sua lingua madre. Così facendo, si liberò di un terribile fardello per gli anni a venire. E di ogni sentimento nei confronti della patria matrigna che lo aveva condannato a vivere altrove.

Ignacio nacque improvviso nella fantasia di Augustin poco prima di partire per la Grecia e fu una esplosione di irrefrenabile energia. Era appena venuto al mondo Ignacio e già aveva imposto una scelta perentoria a tutta la casa su cui avrebbe comandato: i suoi occhi si sarebbero schiusi soltanto quando lui lo avrebbe deciso. Carlos, suo padre, se ne fotteva delle scelte del suo secondogenito appena nato. Carlos era sempre stato indifferente alle sorti di chiunque, tranne a quelle dei clienti del suo studio legale e solo perché lo pagavano a caro prezzo per i suoi servizi. Matilde, sua madre, si era innamorata fin da ragazzina di se stessa di un amore esclusivo e impetuoso nel quale non trovava posto nessun altro, nemmeno Dio. Matilde concedeva spazio solo agli uomini di Dio, da sincera esibizionista adorava lo spettacolo quotidiano delle messe e delle processioni. E venerava le regole che la religione imponeva. La fede era questione di secondaria importanza, cibo che aiutava i poveri a tirare avanti e niente altro. Lei povera non lo era mai stata, del sentimentalismo della fede non aveva necessità. Ancora non sapevano, Carlos e Matilde, che il loro nuovo nato avrebbe ripagato la loro mostruosità con una moneta ancora più pesante, lo scandalo. E come un agnello carnivoro, li avrebbe divorati fino all’ultimo osso. Antonio, il fratello maggiore di Ignacio, attendeva che il bambino si decidesse ad aprire gli occhi su quel mondo asfittico e tetro che era la loro dimora. Accanto lui, Clara. La governante che accudiva senza parlare e osservando intuiva la calamità che si stava per abbattere su quella famiglia. Clara, la luce fioca alla quale si aggrappava ancora Antonio per sfuggire alle tenebre, fino a quando Ignacio non aprì gli occhi e il destino dei due fanciulli e di tutti gli altri fu segnato una volta per sempre. Non guardavano il mondo curiosi, gli occhi spalancati di Ignacio. Non prestavano attenzione a nulla e a nessuno, a parte Antonio. E in quel primo sguardo rapito sarà racchiuso un amore destinato con il passare del tempo a farsi desiderio carnale, una passione lacerante e totale vissuta dai due fratelli, tanto esclusiva da essere difesa senza pietà da chiunque la minacci anche solo in segreto. Isolati dal resto del mondo, rinchiusi in casa per evitare che quel sentimento incestuoso possa distruggere la fragile reputazione borghese della famiglia, accuditi con amore dolente da Clara, i due ragazzi vivranno uniti consumandosi a vicenda, fino a quando il tentativo di separarli non scatenerà una reazione inconsulta e letale.

Augustin stava ancora pensando al successo clamoroso che quel romanzo gli aveva regalato tanti anni prima, quando il sipario calò sulla messa in scena di uno di quei suoi pezzi teatrali che in gioventù non avevano visto le tavole del palcoscenico per via della censura. Si godeva gli applausi ora, Augustin. Non c’era in lui alcun risentimento per la sorte che gli era toccata, quel suo romanzo aveva avuto il merito di drenare qualunque odio o rancore e al contempo, anche ogni residuo affetto nei confronti del suo paese. Era desideroso di rientrare presto a Parigi, soprattutto ora che sapeva gli sarebbe rimasto ben poco da vivere. Il suo medico era stato chiaro sulla natura del suo male, lui l’aveva intuito ben prima che gli venisse detto fuor dai denti. Quello a Madrid sarebbe stato l’ultimo viaggio, sarebbe morto in Francia. Desiderava essere sepolto a Parigi, nella terra che gli aveva dato la libertà. Lasciò il teatro, e prima di rientrare in albergo si risolse a fare un’ultima passeggiata per le strade di Madrid. Passando davanti ad un cinema si fermò di colpo, una locandina aveva catturato la sua attenzione. Si proiettava un film del nuovo astro nascente del cinema spagnolo. Augustin decise di concedersi un film nella sua lingua madre, pagò il biglietto e si accomodò in sala. E quando la proiezione cominciò, sgranando gli occhi per la meraviglia, sorrise di gusto. Il suo immaginario era lì su quello schermo, tutto ciò che aveva espresso attraverso le parole, quel cineasta lo stava esprimendo per immagini. Fu con grande gioia che poco prima di uscire da quel cinema si segnò mentalmente il nome del giovane che aveva realizzato quel film. Pedro, ripeté tra sé Augustin. Devo ricordarmi di parlarne ai miei amici quando sarò tornato a casa. E così ripetendo a se stesso quel nome a fil di voce, Augustin rientrò in albergo e si addormentò in pace.

Alex Marcolla

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