Elogio del tran tran

Poche figure del mito appaiono più benigne dei Re Magi. Guidati da un prodigio nel firmamento, portano doni al pargolo divino. Ma per quale specifico portento hanno intrapreso il lungo viaggio? La versione dominante, tutta sbalordimento e giubilo, presenta la nascita stessa come l’evento meraviglioso. In una poesia del 1914, I Magi, il poeta anglo-irlandese W.B. Yeats esprime il suo dissenso:

Nei loro freddi abiti dipinti, inappagati e pallidi;
nel blu profondo del cielo appaiono e poi scompaiono
coi loro volti antichi, sferzati come pietre dalla pioggia,

coi loro elmi argentei di luogo in luogo erranti, coi loro occhi fissi,
nella speranza di trovare una volta ancora,
inappagati dalla turbolenza del Calvario,
l’inscrutabile mistero sul suolo animalesco.

In tale versione, i Magi sono delusi dalla scena ordinaria che gli si presenta nella grotta; la loro sete di turbolenza rimane inappagata, e per un attimo dubitano di ciò che avevano oscuramente presagito: un’altra scena, altrove, fuori dalle mura di Gerusalemme: la “turbolenza del Calvario”, l’oscurarsi del cielo e il terremoto al momento della fine rovinosa di un giovane inchiodato a una croce. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, disse il cronista Matteo, prima di aggiungere, sopraffatto dall’impeto declamatorio: i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. Soltanto poco prima (questo Matteo non lo dice), il bacio sulle labbra a Maria Maddalena, prima della promessa Sarò Re, e tu sarai Regina, e avrai potere sui démoni, bisbigliata dall’esecrato fra insulti e grida e le scommesse della folla come sempre a caccia di diversioni. Con la mascella contratta in una smorfia d’orrore, la vittima innocente rabbrividisce, le giunture del corpo magro e bello esplodono, il sangue cola dalle ferite, le labbra pallide si dischiudono a rivelare la lingua e i denti insanguinati.

“Una volta ancora”, scrive Yeats, i Magi sperano di trovare un altro mistero: espressione infausta, inverosimile. I Magi desiderano un altro cataclisma, come se il lama sabachtani che sigilla la fine d’ogni vita non fosse abbastanza. I Magi sono assetati di notizie, non dissimili da chi nel tepore di un soggiorno sonnecchia al ronzio rassicurante della televisione o si distrae con il fiume di annunci orrifici e fulmineamente scialbi sui social, echi di catastrofi remote, sempre altrove, immagini di invasioni e guerre come diversioni nel mezzo dell’ansioso giubilo d’un pranzo famigliare. Le buone notizie, si sa, non fanno notizia.

“I Magi sono i nostri pensieri congelati – commenta Michael Wood in Yeats and Violence – freddo e continuo appetito per la disgregazione dell’appetito umano”. Rimarranno soddisfatti i Magi da un’altra catastrofe futura? Saranno mai soddisfatti? O sono invece la personificazione stessa dell’insoddisfazione, simile alla nostra vorace brama di notizie? Se tale ipotesi è valida, i Magi mutano da savi innocui in Erinni (le Furie o “Eumenidi”, le benevole) della tragedia greca. Se l’ipotesi è valida, ciò che i Magi smaniano di vedere sul suolo animalesco è l’inverosimile, l’incontrollabile, l’eccesso di violenza che ansima nelle pieghe del quotidiano.

I Magi esprimono il nostro voyerismo di fronte all’orrore, l’aspettativa di una apocalisse costantemente differita, una passione per un’attesa infinita che finisce per aumentare la suspense di fronte alla possibilità di diventare testimoni di un orrore. Anche noi non facciamo che aspettare notizie che sappiamo non possono che essere violente perché viviamo in una condizione storica in cui solo la violenza fa notizia.

Tra parentesi: un tempo avrei detto che il Natale celebra il miracolo di ogni nascita. Ora mi viene da dire che ogni nascita crea una nuova morte, e che il sesso è in questo senso un vicolo cieco. Il sesso riproduttivo in particolare, artificialmente disaccoppiato dal piacere nei dettati religiosi, ci mostra tale realtà ed è tale riconoscimento essenziale, consapevole o no, che rende la sessualità umana possibile. Se è vero che la pulsione di morte spesso sovrasta il desiderio di più vita, sarà bene ricordare che il desiderio di morire è uno con il desiderio sessuale.

È comodo pensare che la brama collettiva di notizie scaturisce unicamente dalla cagnara fantasiosa manovrata dai media. Ma da dove attingono i media se non dal quotidiano alienato e colonizzato, dalle strade anonime dove circolano la chiacchiera e la maldicenza? La Fama in Ovidio dimora in cima a una roccia, e da una miriade di pertugi vibra e rimanda gli echi del sentito dire; un luogo senza pace, senza silenzio, pieno di un brusìo simile al fruscìo delle onde del mare udite da lontano, o al brontolìo che precede i tuoni. Un posto affollato, un continuo viavai di gente insulsa e ferocemente affaccendata. Fra le notizie veritiere, una miriade di voci false e parole insensate. Ad ogni rimbalzo, con l’aggiunta di ogni nuovo fronzolo e imbruttimento cresce la prurigine e la calunnia. La Fama, conclude Ovidio, vede tutto quel che succede in cielo, in mare e in terra e in tal modo tiene il mondo intero sotto processo.

Soltanto quando l’anonimato, la banalità e la noia del quotidiano vengono trascritti e propagati, quando diventano oggetto di propaganda, solo allora, ci fa notare Blanchot, essi vengono investiti di un’aura di dramma tra il sublime e l’abietto dove tutto diventa annuncio, denuncia, immagine. Prova forse che la dimensione “neutra” del quotidiano non è poi così neutra ma è invece intrisa di violenza. Una fuga momentanea da tale stato ci è data da lampi di chiarezza, il “gran momento”, il miracolo. Ma la brama di un’irruzione del meraviglioso e dello straordinario nel bel mezzo del tran tran tradisce il placido terrore dell’ordinarietà, la noia che affiora inesorabile quando il quotidiano va in primo piano, un’esperienza comune a chi per esempio partecipa a un ritiro intensivo di meditazione zen. Ci si aspetta il cosiddetto miracolo mentre il miracolo ordinario sempre presente ci sfugge ad ogni istante. Mi fa venire in mente un famoso dialogo. Un monaco chiede al maestro Joshu, “Cos’è l’illuminazione?” Joshu gli risponde con una domanda: “Hai pranzato?” “Si” risponde il discepolo. “Benone, ora lava la scodella”. Non solo: presta attenzione all’ordinarietà. Ma anche: hai fatto esperienza di un momento di chiarezza, estasi, intuizione? Lavala via, dimenticala. Ricomincia da zero. Ritorna al quotidiano.

Manu Bazzano

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