Forse sarebbe cominciata una nuova vita, anche se James ne dubitava

di Alex Marcolla

Il bicchiere di whisky puntava James con insistenza. Lui vi aveva già sciolto i sonniferi e tergiversava nell’attesa di un diversivo. Una sorpresa qualunque che gli facesse guardare alla vita con stupore, lo stesso che gli si leggeva negli occhi al suo arrivo a Los Angeles parecchi anni prima. Non era la paura a fargli procrastinare quell’ultima sorsata. Cosa era rimasto da fare? James se l’era chiesto spesso negli ultimi tempi. Aveva smesso di scrivere da un pezzo. Gli amici? Quei pochi che valeva la pena di ritenere tali erano ormai morti. I conoscenti invece li aveva liquidati James in fretta o si erano liquidati da soli quando la sua fama come scrittore aveva cominciato a declinare. Nessun compagno in vista, quel treno lo aveva perso in un certo momento della sua vita, quale fosse però non era mai riuscito a stabilirlo con precisione. Le promesse della sua giovinezza si erano rivelate utopie senza senso. La disillusione seguita alla vivacità degli anni ’60 era stata troppo forte per James, benché fingesse il contrario davanti agli altri. Cosa restava da fare, dunque? Porre fine al viaggio. Un bicchiere di whisky, una forte dose di barbiturici e via. Forse sarebbe cominciata una nuova vita, anche se James ne dubitava. La soluzione che aveva adottato gli sembrava la migliore, nessuno ne avrebbe sofferto. Nessuno se ne sarebbe accorto. Un modo indolore di far calare il sipario. Un modo assai pratico che gli piaceva. Mentre sorrideva a quest’ultimo pensiero, James tornò per un istante ai suoi genitori. Gente pragmatica a cui doveva molto. In particolare, quella sua abilità nell’essersela sempre cavata malgrado tutto. James arrivava da una famiglia operaia di Detroit. Soldi per studiare non c’erano mai stati, James si sarebbe dovuto arrangiare. Si arruolò nella Marina a guerra quasi finita, giusto in tempo per usufruire delle sovvenzioni per i reduci. Non ancora ventenne e con una mente brillante, James poté frequentare il college e laurearsi a pieni voti. Non gli era ancora del tutto chiara la strada da seguire, sapeva solo che la sua casa sarebbe stata la California. Quando mise piede a Los Angeles per la prima volta, James Leo Herlihy aveva da poco compiuto ventitre anni. Una miriade di sogni a occhi aperti e infiniti desideri da realizzare. Strinse i pugni e si buttò nella mischia.

Quando James lo conobbe, Thomas era già uno scrittore affermato. Malgrado i molti anni di differenza, tra i due nacque una fortissima amicizia. Parlavano di teatro, poiché soprattutto quello era il campo di Thomas. Non disdegnavano però tutte le altre arti. Parlavano anche dei ragazzi che frequentavano e la franchezza con cui Thomas affrontava la questione, liberò James da ogni forma di ritrosia in merito. Non avendo ancora compreso quale poteva essere la sua vocazione, James accettò un’offerta di lavoro arrivata tramite Thomas. Avrebbe calcato le tavole del palcoscenico come attore. Le timidezze di James si andavano smussando un poco alla volta e i bronci che piantava sul suo bel viso erano in fondo in linea con le espressioni di rivolta di una nuova generazione di attori che andava per la maggiore. Dopotutto quello era il tempo dei Brando e dei Newman. James Dean cominciava a spopolare. James aveva su per giù la loro età e ne condivideva l’irrequietezza. Tutti loro animati da un’ansia sconosciuta in attesa di una nuova età aurea di libertà mai sperimentata prima. Quella del teatro però non sembrava la giusta via per James. Per il momento gli dava da vivere, ci poteva pagare la stanzetta che aveva preso in affitto nel distretto di Silver Lake. Ogni tanto Thomas gli dava una mano, gli procurava altri lavori, lo portava con sé in Florida in vacanza. La comunità di artisti che si radunava intorno all’amico faceva sentire James come a casa. Si trattava di una famiglia inaspettata nella quale l’affetto non mancava mai. Non che i suoi genitori non gli avessero voluto bene. Erano poveri diavoli però, costretti a turni massacranti in fabbrica per portare qualcosa in tavola. Il cibo era la principale dimostrazione di affetto che potevano permettersi. Le carezze, le parole dolci certo c’erano state. Poche e ben distribuite. Il resto delle energie era riservato alla sopravvivenza. Ora James di tenerezze ne riceveva in abbondanza e osservando Thomas alla scrivania, cominciò a pensare che forse anche lui avrebbe potuto scrivere. Il lavoro come attore metteva a dura prova la sua innata riservatezza. La scrittura lo avrebbe nascosto per bene e raccontando le vite altrui sarebbe riuscito a far passare tra le righe anche un pezzetto di quel che lui era. Si mise all’opera di buona lena. Una insolita gioia lo prese mentre metteva sulla carta le prime parole di un racconto. James si era appena scoperto scrittore.

Al principio degli anni ’60 il nome di James aveva cominciato a farsi conoscere anche fuori dai ristretti ambiti letterari. Lui da tempo aveva abbandonato la stanzetta dei suoi primi anni californiani. Ora aveva una casa. Non una reggia, certo. Un piccolo nido tutto per sé che aveva riempito di libri e di piante, circondato da un ampio giardino rigoglioso. Un luogo di pace nel quale ricevere gli amici, far addormentare gli amanti, praticare con discrezione il naturismo. Era rimasto a Silver Lake. James si era affezionato a quel tranquillo sobborgo metropolitano. Lo commuoveva vederlo cambiare pelle a ogni nuovo decennio. Ora per esempio si era popolato di figli dei fiori e qua e là cominciavano timidamente a fare capolino i primi insediamenti di quella che sarebbe stata la comunità gay a venire. James sentiva di respirare nel mondo che aveva sempre desiderato. Un’ombra però condivideva la vita con James e pareva non volerlo lasciare in pace. La consapevolezza che quel poco che aveva scritto fino a quel momento non lo soddisfaceva. Niente di lui trapelava dalle pagine che gli avevano portato l’effimera popolarità di cui stava godendo i frutti. Una storia gli premeva sul petto e gli tempestava le tempie destandolo al mattino in un bagno di sudore. James temeva di narrarla. James temeva di non rendere giustizia alla persona che gliela aveva ispirata e nella quale si nascondeva la radice della sua inesausta fame d’amore. Da quanto tempo non lo vedeva? Da quanto non si abbandonava tra le braccia di Joe? Quando era stata l’ultima volta che gli aveva sentito parlare con spudorata arroganza dei suoi numerosi clienti? James aveva incontrato Joe una notte di qualche anno prima su un marciapiede di Los Angeles, uno di quei posti in cui i ragazzi aitanti appena arrivati in città in cerca del successo nel mondo del cinema si vendevano per sbarcare il lunario in attesa della loro grande occasione. I loro incontri si era succeduti con regolarità. Joe si era rifiutato di andare da James. Andare da lui avrebbe significato condividere una intimità che non era prevista nel suo lavoro. O in albergo o per strada, appartati in qualche vicolo buio. James doveva capire che era uno dei tanti e niente di più. Accettando a fatica questo patto, James si era fatto raccontare la storia di Joe, la vita come tante altre di chi allora batteva le strade confidando nel riscatto della fama. Quando James commise l’errore di dirgli che lo amava, Joe si limitò a un sorriso tirato. Dopo quella sera Joe sparì nel nulla. Così com’era comparso sotto la luce di un lampione, fu inghiottito dalle tenebre della metropoli. La disperazione di James ebbe pace soltanto quando capì che la storia di Joe era la storia di molti. Era la storia di James. Accantonando i suoi timori, James fece propria la spavalda libertà di rappresentare che illuminava le opere di Thomas. Trasformando Joe in un anti eroe tragico, James scrisse il romanzo della smarrita innocenza di una intera epoca. Ispirandosi a quelle pagine, il film che di lì a poco arrivò nelle sale diede a James fama internazionale. A lui però tutto quel clamore non sembrava affatto importare. La storia di Joe l’aveva prosciugato del tutto. Gli aveva mostrato la disillusione nascosta dietro a quel tempo di rivoluzioni mancate. Appiccicate agli occhi di James restavano le immagini della disperazione che avrebbero marchiato i decenni a venire. Smise di scrivere un poco alla volta. La memoria di lui e di quel suo formidabile romanzo andò perduta. Ciò che di lui trapelava da quelle pagine non esisteva più. In quella storia lui era ancora vivo. Ora si apprestava a morire. Guardò di nuovo il bicchiere colmo di whisky e sonniferi. Adesso basta. Così sussurrando, lo afferrò e lo buttò giù tutto d’un fiato. E ripeté quel gesto fino a quando non si addormentò una volta per tutte.  

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