L’astronomo


di Enrico Ferratini

Nella casa della mia prima infanzia avevo questa fantasia ricorrente. Immaginavo che dalla mia camera si aprisse un passaggio, conosciuto solo da me, che per ripide scale conduceva in cima a una torre, dove all’insaputa di tutti viveva, insieme alla figlia, un vecchio astronomo. Era mia abitudine la sera, quando mi sentivo triste o turbato, immaginare di salire quei gradini e rifugiarmi in quella stanza circolare, tutta piena di oggetti strani sparsi alla rinfusa, carte, mappamondi, disegni. Ogni notte, dall’ampio davanzale della torre l’astronomo puntava il suo cannocchiale ai corpi celesti, e se mi trovavo con lui mi rendeva volentieri partecipe di ciò che osservava. La figlia invece se ne stava quasi sempre sulle sue, silenziosa, in disparte; per questo mi sentivo un po’ intimorito da lei. Ma le volte che si univa ai nostri incontri poteva capitare che rimanessimo insieme a parlare per ore, noi tre, guardando il cielo stellato.
Arrivò il giorno in cui la mia famiglia dovette trasferirsi in un’altra città. L’ultima notte che trascorsi nella mia camera immaginai dunque di dover dire addio per sempre ai miei due amici. Entrai nella stanza dell’astronomo senza far rumore. La figlia quella sera era assente, non avrei potuto salutarla. Domandai all’astronomo se sapeva del nostro trasferimento, mi disse di sì. Poi cambiò subito argomento: non voleva parlare di quello, voleva che tutto fra noi si svolgesse come d’abitudine. Mi mostrò certi suoi disegni di Urano…
“Lo sapevi che Urano fu scoperto solo nel 1781 da un astronomo-compositore?”, mi disse. “Una vita bellissima. Scriveva musica e scopriva pianeti”.

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