La musica amara e dolce del ritorno

di Manu Bazzano

Maryia sta spiegando la legge di probabilità. Siamo allo Dzyga Art Center in Via Virmenska a Lviv. Un gruppo jazz esegue un brano astuto e tentacolare. Tengo un ritmo distratto con l’unghia dell’indice sull’orlo d’un bicchiere di rosso quasi vuoto. Una cosa è probabile, improbabile, o impossibile, dice Maryia. Mi sembra di notare un’enfasi sull’ultima parola e mi rattrista. A me interessa solo l’impossibile, dichiaro come un liceale mentre la band finisce il primo set. Ho letto un libro una volta, continuo ostinato, L’impossibile. Chi l’ha scritto? chiede Yana doverosamente. Georges Bataille, lettere bianche, pagine nere. Maryia, Lera, e Yana sorridono cortesi. A questo punto la Madonna di un dipinto modernista dell’Annunciazione entra in scena con il conto. I musicisti riaccordano prima del secondo set. Tempo d’andare. Scusatemi, ho un volo domattina presto. Promesse di futuri incontri.
Solo e a mille miglia da casa la strada echeggia con voci d’innamorati della domenica e una versione atroce di Satisfaction. M’affretto finché dal vicolo accanto emerge clemente il suono della kobza, il liuto ucraino, nelle dita esperte di un giovane musicista mentre il cielo s’abbuia di rondini.

Leopold von Sacher-Masoch fu illustre residente di Lviv, nato qui al tempo in cui la città si chiamava Lemberg, capitale della Galizia. I corsi di psicoterapia sarebbero più completi, m’azzardo a suggerire a un pubblico ricettivo di trecento terapeuti ucraini, se assieme a Freud, Laing, e Rogers, si studiasse Venere in pelliccia, il romanzo di Sacher-Masoch. Le relazioni umane variano all’infinito, e nessun amore è più giusto d’un altro. Strike dear mistress and cure his heart, nella versione dei Velvet Underground. Lo psichiatra Kraft-Ebing commise il grave errore di sensazionalizzare Sacher-Masoch nella sua Psychopathia Sexualis coniando il termine “masochismo”, additando Sacher-Masoch come il suo poeta, egli stesso afflitto dalla cosiddetta anomalia. Ci vorranno gli scritti di Deleuze sessant’anni più tardi per un riscatto del romanzo come esempio sfolgorante dell’erotismo come teatro dove sono messe in atto vicendevoli promesse votive.
La porta socchiusa all’ora convenuta, eco del mare in fondo al viale e strepito di gabbiani, l’empireo silenzio dell’ingresso, i miei passi lenti verso la stanza consacrata dove siedi in penombra in abito da cerimonie, la tua bellezza nobile amore mio la tua infrenabile ritrosia le labbra tremano al tocco delle mie dita nel riverbero della luce marina in un pomeriggio eterno uno di quelli in cui cantano le ossa e canta pure il midollo e perdo il biglietto di ritorno. Un ricordo intenso e meraviglioso, dici due anni dopo, uno dei momenti più belli della mia vita, il ricordo dei tuoi passi vivo ancora e quanto mi sentii viva nel presentire la tua prima carezza ed ogni carezza da quel giorno.

In viaggio verso l’aeroporto per le strade assonnate di Lviv nell’alba piovosa d’estate, un addio silente mormorato ad ogni cosa animata e inanimata, ai vivi e ai morti che attraversano le strade di questa bella città, ignara dell’invasione che la minaccerà due anni dopo. Dormono i miei cari e fortuiti amici. Sasha che con pazienza e competenza ha tradotto ogni mia parola e che mi ha portato in Via Tarkovskij, spiegandomi le origini del film L’infanzia di Ivan. E Maryia che ballò con me nel frastuono della festa dopo una mia versione pacchiana di Walk on the Wild Side accompagnato da un’orchestrina ucraina da ricevimento di nozze. Come si innamorano le persone nella lingua ucraina? Cadono come dicono in inglese? O rotolano, si librano, oppure trafitte dal sole di mezzanotte s’eclissano? Fatico a udire la risposta e ritorno al tavolino a sorseggiare Lvivska, la  potente vodka ucraina distillata a Lviv fin dal 1782. Sasha mi lancia uno sguardo d’intesa, si liscia i baffi, propone un brindisi. “Al dio ignoto!” ma so bene che la divinità in questione è Dioniso Zagreo. Restiamo in silenzio per un po’ mentre rimugino se l’amore è a conti fatti un sintomo, da syn (insieme) e piptein (cadere). Cadere insieme.

“Ciao, sono preoccupato. Non è chiaro fino a che punto è arrivata l’invasione. Stai bene? Quello che sta succedendo è sconvolgente. Non prego mai, ma prego per te. Fatti sentire al più presto!”
“Molto felice di sentire la tua voce. Al momento qui è tranquillo, ma c’è pericolo di attacchi. Abito in una casa vecchia dai muri spessi, oggi abbiamo dato un’occhiata al seminterrato, forse utile come rifugio. La situazione è terribile a Kiyv, ci sono bombardamenti, la gente trova riparo nella metropolitana e nei parcheggi sotterranei. Hanno colpito edifici residenziali, ospedali. Speriamo per il meglio ma ci prepariamo al peggio. Ti abbraccio”.
“Ciao, tutto bene? Il notiziario dice che la città di D. è in pericolo. Sei ancora a D.? Ti penso. Per favore fammi sapere”.
“Bello ricevere il tuo messaggio. Sono qui con mio figlio. S’era pensato di andare in Polonia ma ho appena sentito che al momento la linea di confine è inaccessibile. Oggi c’è stato un attacco missilistico, una persona è stata uccisa, hanno sparato nelle zone residenziali. Situazione surreale. Oggi ho parlato con un mio cliente che vive a Kherson. La città è stata occupata dall’esercito russo. Hanno sfondato la porta e hanno fatto irruzione nell’appartamento accanto al suo per allestire una postazione. Mi ha chiamato e abbiamo parlato durante questo orrore. Lì per lì sono rimasta calma ma ora provo molta ansia. Nella palazzina dove abito hanno sfollato quasi tutti; solo cinque appartamenti rimangono abitati. Con altri colleghi sto cercando d’organizzare assistenza psicologica per la popolazione, per i profughi, i feriti, i soldati. Lavorare m’aiuta. Un forte abbraccio”.
“Spaventoso, terribile. La BBC ha mostrato un filmato dove mostrano un edificio in fiamme nella tua città. Mi rassicura un po’ sapere che per ora siete al sicuro. E che hai trovato il modo d’essere attiva e presente. Ti abbraccio”.

Camminiamo sulle ossa dei morti. Oltre sei milioni di ucraini furono decimati nel 1932 e 1934 durante l’Holodomor, la carestia provocata dal regime stalinista come rappresaglia contro il loro desiderio d’indipendenza. Come per l’olocausto e il genocidio armeno, il trauma persiste nelle generazioni attuali. Ci vorrebbero cinque generazioni per iniziare a metabolizzare un dolore e una perdita inimmaginabili. Frammenti della tragedia sono inaccessibili alla mente cosciente ma emergono nei sogni e nei sintomi. Un urlo muto di terrore e sgomento riecheggia nelle strade.
Avevo un metodo un tempo: avvicinarmi alle fiamme, ritrarmi, tener viva l’intensità, il crepitìo di un’idea. Ma è duro perseverare con le ali ustionate.
Solo in albergo l’ultima notte a Lviv leggo della morte solitaria di Prince nel cuore della notte, al capriccio di voler negare la morte, alla sete per il sublime. Penso a Joni Mitchell, A Case of You, strana e maestosa nella versione orchestrale. You are in my blood like holy wine. You taste so bitter, and you taste so sweet. La canzone mi accompagna nel viaggio di ritorno.

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