Trasmissione Impossibile. Omaggio a Lou Reed

di Manu Bazzano

Per Colin ‘Stoner’ Bentley – artista, bassista supremo

Mi hai fatto dimenticare me stesso.
pensavo d’essere qualcun altro, qualcuno di buono
Lou Reed, Perfect Day

Seduto in zazen all’alba di lunedì 28 ottobre 2013, S. viene a dirmi che Lou Reed è morto. La notizia mi trafigge. Continuo a meditare. Qualcosa si frantuma. Un cuore infranto è un cuore aperto, e il vento continua a ululare. Per tutta la notte raffiche ruggenti qui a Londra e una tempesta al largo di New York. Arriva il tornado, corre lungo la costa / da sempre gli uragani squarciano il cielo Cremation, la canzone scritta per il suo amico e mentore Doc Pomus. Il tempo cambia, il mare rimane lo stesso. Il mare buio aspetta da sempre. La suoneranno al tuo funerale, gli disse un giornalista. Ma no, rispose Lou, suoneranno Walk on the Wild Side, e così fu.

Tutto cambia nel pellegrinaggio della mia vita – amici, amanti, città, credenze, passioni, i vestiti che indosso, la lingua che adotto – eccetto il mio amore per zio Lou e la sua musica. Nel corso degli anni cambiamenti nella sua vita e nella sua musica hanno influenzato alcune mie svolte tortuose. Un impulso verso il proibito e il proibitivo – sperimentazione sensuale o chimica, vivo interesse  nell’avanguardia e le minoranze nell’arte, nella musica e nella scrittura. Voler congiungere due metà lacerate: il remoto e il quotidiano, complessità e semplicità, massima espressione e minimo numero di parole e accordi musicali. Non c’è niente di meglio di due chitarre, basso, e batteria. Le varie band in cui ho suonato, soprattutto i Daedalo, con Colin Stoner e Tri Hadi, ispirati da zio Lou e dai Velvet Underground. C’era buona intesa fra me e Colin, punto d’incontro il nostro amore per Lou. Colin faceva sul serio, un musicista geniale che ha innalzato le mie canzoni e che durante i primi concerti con i leggendari Doctors of Madness metteva a dormire la sua bambina Lauren nelle custodie di velluto della chitarra.

La passione per gli allucinogeni e la letteratura. I giorni del gender-bending. Il kajal che mi piaceva usare e che infastidiva alcuni amici. L’amore di Lou per i trans: l’omaggio a Holly Woodlawn, Jackie Curtis e Candy Darling in Walk on the Wild Side, canzone originariamente scritta per un musical basato sul romanzo omonimo di Nelson Algren , l’amante di Simone de Beauvoir. La relazione di quattro anni di zio Lou con il transessuale Rachel negli anni settanta – ma tu sei davvero una regina, e io per te rinuncerei a tutto – che mi sveglió a un senso di solidarietà verso una minoranza oppressa dalla transfobia intorno a noi, dentro di noi.
La solitudine acuta dopo la morte di mia madre fino agli inizi del secondo anno d’università, via da borgo natìo e fidanzatina; il conforto nell’ascoltare She’s my best friend, she understands me when I’m feeling down, down, down. Gli amori transitori da campus, abbracci sinceri e confusi in maisonettes di cemento tra una lezione di filosofia politica e una barricata scarcassata. Quella volta in Spagna, a vagare solitario dopo la separazione da K., canterellando per giornate intere lungo strade e vicoli di città indifferenti quel verso della versione originaria di Berlin: you are right, and I’m wrong, you know I’m gonna miss you now that you’ve gone.
E non è forse vero che la fine di ogni amore calca e ricanta la prima?

J. Edgar Hoover, fondatore e direttore dell’FBI per 37 anni, esercita ancora un’influenza considerevole e nefasta. Un avatar del conformismo, fautore di quella peculiare estasi di obbedienza, all’interno del suo malsano reggimento di bigotti, che è oggi di gran moda, anche se in abbigliamento casual con jeans e maglietta. Hoover inventó un sistema di schedatura per ogni dissidente politico negli Stati Uniti – pacifisti, socialisti, leader sindacali, anarchici, scrittori e artisti ritenuti devianti. Adorava la mamma, era orribile con suo padre perché soffriva di depressione e non sopportava il nonno perché era mentalmente instabile. Era intollerante verso chiunque manifestasse una forma di imperfezione e di fragilità umana.
Irreggimentare una montagna di dati è adesso uno degli aspetti chiave dell’ideologia dominante. Inquietante, tuttavia, venire a conoscenza del fatto che catagolazione, statistica e raccolta dati sono alle origini intrecciate con la classificazione razziale e l’eugenetica. I pionieri della statistica (Ronald Fisher) e di interi settori delle scienze sociali (Francis Galton) erano eugenisti e ‘ottimatizzatori razziali’. Ció che viene prodotto dalla resa statistica e ‘oggettiva’ dei ‘tipi’ è una fusione di una media astratta – l’artista Hyto Steyerl la chiama mediocrità allucinata, un’espressione adatta allo spirito del nostro tempo.
L’altro motivo per cui l’ex capo dell’FBI è modello della nostra epoca violenta e bizantina ha a che fare con la sua presa di posizione rispetto all’esistenza, riassunta così dal biografo Curt Gentry: evitare l’apparenza di cattiva condotta è più importante che evitare la cattiva condotta. Zio Lou incarnava la propensione diametricalmente opposta, da me ingenuamente adottata fino a poco tempo fa, vale a dire: coltivare l’apparenza di cattiva condotta è più importante che evitare la cattiva condotta. L’aspetto irriguardoso ha il suo fascino, ma attrae un’indesiderata caterva di proiezioni biliose se l’indossi – sgraffi, pugnalate e vituperi (cortesi in Gran Bretagna, sgarbati o esplicitamente violenti altrove) contro la tua fragile ossatura, non più umana adesso per gli astanti ma bambola voodoo, effige da bruciare al canto unisono della morale militaresca stile Immanuel Kant.

Nel caso di zio Lou, la “natura selvatica” ha assunto diverse forme, fra cui la glorificazione baudeleriana e maledetta dell’eroina e le anfetamine. Nel mio caso sono stato fortunato, con un approccio da toccata e fuga verso la roba. Ma ho conosciuto alcuni che ci hanno rimesso la pelle, e altri che sono scampati ma non sopportano le canzoni di Lou Reed a causa di tali associazioni. Ma le sue geniali improvvisazioni su temi di Poe, Burroughs, Sacher-Masoch, Joyce e Hunter S. Thompson meritano attenzione. Vorrei esser nato mille anni fa … aver navigato per mari buii su un veliero in abito e berretto da marinaio. Giocare con il fuoco. Avvicinarsi alle fiamme, la pelle perpetuamente maculata e in corpo l’odore infernale di zolfo. Il mio modesto tip-tap tra il bene e il male, a ventun anni, a marinare il corso di Lam Rim in un monastero tibetano sulle colline pisane per il concerto di Lou allo stadio di Firenze. E il giorno dopo in autostop a Napoli a vedere zio Lou di nuovo a presentare la sua routine di vecchie canzoni accanto al suo set di brani semi-psicoanalitici da un album così-così, Growing up in public, e iniettarsi di anfetamina sul palco. Diede un occhio nero alla sua compagna Betty che glielo restituì prontamente. Scaricava gli amici in un batter d’occhio; interruppe un concerto per urlare al suo manager in platea “Dove sono i miei fottuti soldi?”

Negli anni a venire, l’apparenza malefica divenne sempre più di moda oltre che redditizia. Jeans costosi strappati, capelli accuratamente spettinati, limata trascuratezza. Il dispensatore di omelie new age Nick Cave, poeta di corte all’incoronazione di re Carlo; o l’haute couture di celebrità mediocri quali Vivienne Westwood e Malcolm McLaren.
Per trovare la tua cosiddetta anima, devi prima perderla e strascicar la spira mortale verso una qualsiasi salvezza. Allora sì, la strada dell’eccesso magari conduce al palazzo della saggezza, ma attenzione, l’eccesso ti rende stupido e finisci per votare per la Meloni. Il palazzo in questione poi potrebbe rivelarsi un semplice rudere senza storia. Alcuni finiscono per abbracciare modelli e simboli antichi. Un crocifisso di diamanti nell’orecchio per scongiurare la paura d’aver lasciato l’anima nell’auto a noleggio di uno sconosciuto, com’ebbe a dire zio Lou.
C’è una gran differenza fra i buoni e i santarellini. Il buono è in grado di fare il male ma sceglie il bene. Avendo riconosciuto i propri torti, è capace di correggerli. Sembra facile, ma ci vuole coraggio per fare il male, e ancor di più per riconoscerlo e correggerlo. Un santarellino non ha il coraggio di sbagliare. Si rimpinza invece d’una ‘virtù’ la cui radice è paura, l’identità vittimismo, e il compenso una fragile rispettabilità sociale.

Zio Lou ebbe mentori formidabili. Delmore Schwartz, suo insegnante di scrittura creativa alla Syracuse University, autore di un capolavoro, la novella Nei sogni cominciano le responsabilità. Delmore paragonó la loro amicizia e discepolato  a quella di Leopold Bloom (Delmore) e Stephen Dedalus (Lou), giocosa rievocazione dell’Ulisse di Joyce, personaggi a loro volta rievocazioni di Odisseo e Telemaco, a loro volta rievocazioni di personaggi antichi nella notte dei tempi. Il sogno dell’intelligenza: voler infondere a una canzone di tre minuti lo stesso vigore poetico e d’intelletto, il medesimo impatto di un dramma di Shakespeare o di un racconto di Joyce.
Un altro mentore fu Andy Warhol. Un’amicizia difficile, intensa, e l’apprezzamento per l’arte di Warhol documentati in Songs for Drella, un omaggio di Reed e John Cale a Warhol, il cui soprannome Drella era un amalgama di Dracula e Cinderella (Cenerentola), descrizione non del tutto fuori luogo forse nel descrivere aspetti della personalità di Reed.
E poi il grande musicista Doc Pomus (autore di Save the last dance for me), morto di cancro e a cui è in parte dedicato Magic and Loss, l’album del 1992: Le radiazioni non sanno differenziare: uccidono sia le cellule buone che quelle cattive. Per guarirti devono ucciderti, la spada di Damocle pende sopra la tua testa.
Il discepolato è un fenomeno singolare. Lou fu generoso mentore ad altri fra cui Antony Hegarty, ora Anhoni (Anhoni and the Johnsons), un nom de plume la cui etimologia in hindi allude all’impossibile, all’evento improbabile. Nelle performances di Anhoni con Lou, la corrente di profondo affetto mi commuove, discepolato socratico dell’amore, trasmissione cellulare di maestrìa, conoscenza, e folle saggezza, oggi impensabile a causa delle sensibilità contemporanee, suscettibili alle manovre ideologiche di un’industria del trauma che si è rapidamente trasformata, da iniziale tentativo di adeguata risposta alle realtà del trauma, a traumatizzazione dell’intero panorama psichico collettivo.

Nonostante sofismi e raffinatezze, Socrate non seppe riconoscere il transfert, e ció gli fu fatale. Non scorse l’odio che spesso vi si nasconde. Non se la passerebbe affatto meglio oggi in un’atmosfera di vittimismo persecutorio – di fatto, l’unica forma ammissibile di azione, allo stesso modo in cui l’unica azione politica oggi consentita è quella di elemosinare compensazione per il danno subìto, che classifica individui e comunità esclusivamente in base alla loro sofferenza e al sorpruso subìto, ignorandone aspirazioni e desideri. Nel clima attuale, l’unica trasmissione possibile per un mentore – tramite l’insegnamento, la psicoterapia, il counselling ecc. – è quella di procacciare un mucchio di dati appassiti, abbinati a una manciata di luoghi comuni. Ho trovato utile per tale motivo evocare a volte lo spirito e l’arte di zio Lou. “Sii te stesso” è un comodo cliché, ma metterlo in pratica richiede coraggio, il coraggio necessario nel fare scelte (personali, professionali, artistiche) che non sian né popolari né redditizie. Zio Lou l’ha fatto diverse volte. Dopo il relativo successo di Transformer, l’album del ’72 prodotto da David Bowie e Mick Ronson, Reed venne fuori con Berlin, la cronaca della discesa di una coppia nella dipendenza, l’abuso e il tentato suicidio.

Di quella volta in Oregon quando, a una seduta di “vite passate” diventai, durante la fantasticheria indotta, una giovane madre single dell’Europa dell’est che si toglie la vita. A seguito di quell’esperienza giurai di non ascoltare Berlin, un capoloavoro di malinconia, disperazione, e angoscia esistenziale. Inutile dire che a quel magnifico album sono ritornato più volte da allora.
La seconda decisione audace e impopolare di Lou fu l’opera avanguardista Metal Machine Music, un’ora intera di feedback di chitarre stridenti. Poi l’uscita finale, Lulu, registrata con la band Metallica, un album che persino per il sottoscritto è difficile da ascoltare, con testi basati sulla tragedia in quattro atti del 1895 Der Erdgeist (Lo spirito della terra) di Frank Wedekind. Un colpo d’addio, un atto di ribellione verso la luce che si estingue, un’opera che un giorno troverà, lo so, la strada del mio cuore. I tre esempi descritti furono disastri commerciali e gradualmente e cautamente salutati come pietre miliari.

L’arco della vita di zio Lou è di un uomo trasformato dall’amore. Un nucleo tenero era lì da sempre, celato dietro la pellaccia ruvida. Ho notato spesso, nel mio lavoro terapeutico individuale e di gruppo con gli uomini, la presenza di un cuore vulnerabile. A proposito, esiste forse una canzone più toccante di Pale Blue Eyes?
La sua traiettoria esistenziale raggiunse l’apice della fioritura umana e artistica. Ė passato attraverso il fuoco, come registra l’ultima canzone di Magic and Loss. Sopravvivere alla propria guerra. Passare attraverso il fuoco, attraverso l’idea che ‘sono migliore di tutti voi’, e scoprire che il fuoco è passione e che di fronte a te c’è una luce, non un muro.
Nella sua canzone recente Sliver of Ice, Anhoni descrive la sua ultima conversazione con Lou. “Un giorno una badante gli aveva messo una scheggia di ghiaccio sulla lingua; era una sensazione per lui così incredibilmente dolce che lo fece piangere di gratitudine”.
Nel suo omaggio, la sua compagna da 21 anni, l’artista Laurie Anderson, ha parlato della meraviglia e della gioia della loro relazione, della loro pratica comune di buddhismo tibetano. Cantare, litigare, stringere amicizie improbabili, volersi bene e proteggersi a vicenda. Ha menzionato la malattia di Lou, diventata terminale, e di come ha lottato per sopravvivere fino all’ultima ora quando improvvisamente ha accettato la morte. Lo fece dimettere dall’ospedale e una volta a casa, nonostante la forte debolezza, zio Lou insisteva per uscire nella luce del mattino. Laurie Anderson descrive l’ultimo istante:

Non ho mai visto un’espressione altrettanto piena di stupore come quella di Lou mentre moriva. Con le mani eseguiva la ventunesima forma del tai chi, l’acqua che scorre. Aveva gli occhi spalancati. Stavo tenendo fra le braccia la persona che più amavo al mondo, le stavo parlando mentre moriva. Il cuore si arrestó. Non aveva paura. Mi era stato dato di accompagnarlo fino alla fine del mondo. Alla vita – così bella, dolorosa e abbagliante – non si puó chiedere nulla di più. E la morte? Credo che lo scopo della morte sia il rilascio dell’amore.
Al momento provo solo la più grande felicità e sono così fiera del modo in cui è vissuto ed è morto, della sua incredibile forza e grazia.

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