La Francia nell’immediato dopoguerra ha grandi personalità della cultura che dominano la scena sociale e incidono sull’opinione pubblica per il grosso seguito accordato alle loro idee, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Albert Camus ne sono gli insuperati interpreti. In Italia un fenomeno di saldatura fra cultura “alta” e cultura popolare caratterizza, invece, soprattutto la Milano degli anni ‘50, motore indiscusso e trainante del miracolo economico italiano. Molti gli artisti e intellettuali che accettano di collaborare con il mondo della finanza e dell’industria per un grande progetto di rinascita illuminata della società. Questa grande euforia, però, agli occhi più attenti non è per nulla scevra da contraddizioni e ambiguità, infatti sul finire degli anni ’60 già si registra l’affievolirsi dell’ottimismo tout court a favore di critiche e amare disillusioni. Mentre menti più colte, allenate anche a un giornalismo d’inchiesta, non si esimono dal raccontare il rovescio della medaglia. Nel ‘56 una di queste menti è Luciano Bianciardi, nato a Grosseto, figlio di una maestra elementare e di un impiegato di banca, studente modello con una laurea in Filosofia, professore prima e bibliotecario poi, che scrive a quattro mani con Carlo Cassola il saggio-inchiesta I minatori della Maremma, puntando i riflettori sul grave incidente di lavoro accaduto nel 1954 alle miniere di Ribolla dove morirono quarantatré minatori. Critica e denunzia sociale sono nelle corde di questo intellettuale, sensibile ai temi della scarsa sicurezza sul posto di lavoro e della ‘disattenzione’ padronale, ma nella rossa Grosseto il nostro, autodefinitosi “anarchico individualista”, sente una sorta di insofferenza, lui che detesta le liturgie di partito e i funzionari di apparato, a favore di una giustizia sociale non diretta dall’alto ma basata sul consenso. Gioca così d’azzardo trasferendosi a Milano, lasciando la sua terra e un matrimonio che pure gli sta stretto, attratto invece dalla nascente capitale industriale del Paese che segnerà il passo del grande boom economico italiano. L’inquieto grossetano – sotto le vesti di un suo personaggio – nutre un progetto radicale e riparatorio, sogna di distruggere con un ordigno il Torracchione, l’imponente grattacielo della Montecatini dove siedono i proprietari della miniera, ma l’utopica vendetta non si consuma. A catturarlo è la nascente “grande impresa culturale” incarnata dall’ambizioso e ricchissimo Giangiacomo Feltrinelli che gli offre di lavorare al progetto dell’omonima nascente casa editrice milanese. Milano quindi diventa per lui una concreta opportunità, con un brulicare di opere pubbliche e progetti industriali, ma anche di cultura in senso ampio, case editrici, giornali e agenzie di pubblicità nascono senza sosta e tutto sembra un perenne divenire di ricchezza e condizioni di vita più agiate. Luciano Bianciardi ne è fortemente attratto e, nonostante l’avventura nella famosa casa editrice s’interrompa presto, porta avanti un’indomita e serrata attività freelance di lavori di traduzione, giorno e notte, tutta questa frenesia però è per sopravvivere, mandare giù i soldi a Grosseto, pagare affitti e cambiali, con la domenica che resta il tempo per scrivere. Il suo tagliente e attento sguardo non si lascia intimidire dai vorticosi ritmi di una crescita che gli rivela nuovi conformismi, sente che la società dei consumi avrebbe fagocitato il vecchio mondo e ci si sarebbe consegnati alla nuova religione del profitto e dell’arrivare a ogni costo. In questi presagi c’è la durezza di un capitalismo a venire con nuove forme di oppressione, di sfruttamento e di precarizzazione sociale. Il tempo gli avrebbe dato ragione. La sua parabola esistenziale di intellettuale lungimirante e anticipatore, mai davvero integrato perché mai arresosi all’incanto delle nuove religioni, ha i suoi punti chiave nei tre romanzi Il lavoro culturale (Feltrinelli 1957), L’integrazione (Bompiani 1960) e La vita agra (Rizzoli 1962) che costituiscono la trilogia della rabbia, opere edite da distinte grandi case editrici, a riprova della disinvolta libertà che il suo autore ha cercato sempre di ritagliarsi. Il primo, sicuramente, uno dei primi resoconti critici della generazione del dopoguerra, storia di due personaggi, opposti ma complementari, ha la voce narrante in Luciano Bianchi, calciatore mancato e antifascista, che ripercorre la formazione culturale del fratello Marcello, un intellettuale militante di provincia, mettendo in risalto la vanità dello sforzo e dell’entusiasmo profusi per l’emancipazione sociale della piccola Grosseto. L’autobiografismo è ispirazione costante dello scrittore che vuole parlare di ciò che vive, vede e conosce, con occhio dissacrante e consapevole che la cultura, posseduta per privilegio di classe, ha un senso se aiuta a comprendere e a soccorrere i più sfortunati. Il lavoro culturale segue la traccia di un’intera generazione di intellettuali, antifascista e di sinistra, senza trascurare quel bagno di realtà, al di fuori delle professioni ideologiche di un dirigismo culturale che non può reggere di fronte al nuovo contesto industriale, secondo l’esperienza di vita a Milano dopo il licenziamento dalla Feltrinelli a metà 1956. Un vissuto nella sua stanza milanese in affitto dove l’intellettuale traduce a cottimo libri di diverso genere per varie case editrici, nutrendo una sincera insofferenza verso gli ambienti intellettuali milanesi, consapevole che tutto questo lo pone ai margini dell’ingranaggio dell’industria culturale stessa. Insomma il sapore di una vita agra che lo spinge ad approfondire lo sguardo sul nuovo mondo milanese traendone ispirazione per gli altri due romanzi L’integrazione e La vita agra. Il primo racconta la vita dell’intellettuale nell’industria culturale dove sono occupati diverse categorie di lavoratori, il secondo è insieme satira, invettiva e ironia per quel mondo troppo spesso anche cinico. L’ossessione di un ritmo di lavoro che deve mantenere standard di produttività, la disillusione nella forza emancipatrice dell’azione, la stessa vita privata e forse anche l’anima assumono così il colore grigio metallico della “città labirintica”. Questa trilogia offre una visione meno ottimista del miracolo italiano, che in sé ha le sconfitte dei minatori maremmani e delle lotte contadine, con emarginazione ed emigrazioni pagate a caro prezzo. Spostando il punto di osservazione ai nostri tempi, si comprende che quelle sfide si ripropongono, perché la nuova transizione epocale si nutre di precarizzazione e frammentarietà, senza più nemmeno il sogno del miracolo. La crescita di oggi, infatti, ha le sue nuove precarietà e solitudini esistenziali “scordando, pare – e qui torna illuminante la scrittura senza sconto di Luciano Bianciardi – che i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana) (…) I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi. Ė aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti (…) Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tuti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” (La vita agra, Universale Economica Feltrinelli, 2013, pp. 159,160).
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