Per prima, a staccarsi dal tavolo fu la teiera. A seguire, le tazze, i piattini, la zuccheriera. Qualche secondo più tardi, fu la seggiola su cui sedeva mia nonna, con le maglie del ricamo sparse sulle ginocchia, a prendere il volo: levitò dapprima con un dondolio sonnacchioso e quasi imbronciato; poi, ruotando su se stessa, salì fino al soffitto. Mia nonna, con la sua aria arcana e inalterata sul viso fitto di rughe, sotto il fazzoletto bianco, continuava ad agucchiare, placida e ignara – impassibile. Accadde tutto con una tranquillità muta, folgorante, a pochi centimetri dai miei occhi. Avevo sette anni.
Stordita e incredula, ero rimasta ad assistere a quel fenomeno, inchiodata ai braccioli della seggiola, i piedi ben piantati in terra: convinta che adesso, a spiccare il volo, saremmo stati io e il tavolo su cui ero china e i fogli su cui andavo trascrivendo i compiti. Invece, non accadde niente. Mia nonna disse, come intercettando il guizzo d’un pensiero taciuto, nicchiato in fondo alla mente: “Stai tranquilla, che tanto fin quassù non ci arrivi. Non tieni la strummola“.
E rise, della sua risata gracchia; poi, sul palmo della mano tozza e scura sputò un pugno di molari: gli unici denti che le fossero rimasti.
“Se ne sono andati pure questi,” biascicò, e nell’ombra cupa della stanza, scoprì la bocca dalle gengive nude e opache, gli occhi ciechi sotto le palpebre gonfie e grigie.
La strummola era allora la parola con cui generalmente in paese s’indicava un’attitudine alla follia: il sangue pazzo, deviato, infetto, avvelenato. Il sangue delle masciare – lo chiamava mia nonna – che infiammava le viscere e intorbidiva le vene nelle notti di venerdì, che imbrigliava i pensieri, confondeva le parole, che contorceva i sensi. Mia madre con sgarbo mi sollecitava a non dare adito a certe credenze: lei mai ci aveva creduto. Che non lo facessi neanche io. In sordina, però, mia nonna, resa curva e bitorzoluta, con gli occhi stregati e la bocca mostruosa, lasciava intendere che la promessa di quella sorte serpeggiasse dentro mia madre già da molto tempo e in maniera ineluttabile: presto o tardi si sarebbe rivelata. Mia madre di nuovo scrollava le spalle con indifferenza, in fretta s’inacidiva, mandava un verso rauco, mi strattonava perché m’allontanassi… Ma si allarmava per niente: io ero al sicuro, asseriva ancora mia nonna. Io, la strummola nel sangue, non la tenevo. E per un motivo ben preciso, asseriva la vecchia, dal momento che il giorno in cui venni alla luce – una sera di luglio – mia madre non aveva avuto la premura di chiudere gli scuri; allora gli uomini che passando di lì la videro, madida e sbattuta dalla fatica del parto, con le vesti slacciate e le mammelle lucenti, la sbranarono con gli occhi allupati. Fu così che le rubarono il latte: da quel giorno, ogni volta che strizzava i capezzoli, mia madre non ne faceva uscire che due gocce magre – il resto, se l’erano bevuti gli uomini con i loro occhi da satanassi, affermava mia nonna. Il veleno del corpo di mia madre io dunque non l’avevo saggiato: ero scampata a quella sorte.
“La strummola appartiene alle viscere,” diceva mia nonna perentoria, masticando pugni di polvere che raccoglieva dalla trave maestra – da tempo non si cibava di altro che di polvere e radici rosse. “Ti dà la chiaroveggenza”.
Ma ormai io non ero più l’eletta: non avrei mai conosciuto l’effetto della follia che scardina gli ordini e serpeggia tra le trame dei sogni. Mia madre, sdegnosa, di nuovo scrollava le mani, borbottava qualcosa, sgarbata mi faceva segno di non sentire… Si faceva peccato a dare ascolto a certe diavolerie.
Il giorno in cui mia nonna prese a sollevarsi nella stanza del soggiorno, con la semplicità d’un soffio, mi disse, sputando gli ultimi denti, di non preoccuparmi: a me di certo non sarebbe accaduto di prendere il volo per volontà divina, ma ben presto sarebbe accaduto a mia madre, e allora avrei dovuto farmi vigile e accorta.
“Quella, tua madre, tiene il sangue come il mio, ma non ha il coraggio di accettarlo. Ha assistito a tutto, ma non ha mai voluto guardare. Guardare, piccirella, chiede troppa fatica e tua madre è ‘na povera fessa. Verrà, però, il giorno, e allora dovrai ricordarle che certi destini nascono, muoiono e si purificano nel sangue. A chesta sorte nun se pot’ scappa’ “.
Detto ciò, rise, con un verso miope e oscuro; poi, così com’era salita, lentamente scese – con lei, scesero pure la teiera, le tazze, i piattini, la zuccheriera. Tutto riassunse il suo ordine consueto. Col solito dondolio sonnacchioso, la seggiola toccò il pavimento; mia nonna non disse più niente: trasse un respiro, aprì il palmo della mano: i denti che aveva sputato poco prima rotolarono a terra, sparirono sotto il tavolo. Era morta. Con il corpo trasfigurato e irriconoscibile. Fu allora che mia madre entrò nella stanza…
Più nessuno avrebbe potuto liberarmi da quella visione; e a lungo mia madre si crogiolò nel terrore di ciò che aveva visto e a cui io avevo assistito per mancata premura. Da quel giorno, parve dunque cambiare. Non solo nell’umore – che ora era più acceso e nervoso, brusco e inquieto – ma anche nel corpo: il viso le si infittiva di rughe legnose e verticali; le palpebre si arrossavano gonfiandosi fino a coprire gli occhi; i capelli cascavano incanutendosi a velocità incredibile; il corpo si incurvava ogni giorno di più… Era lo stesso declino infame e degenerativo che aveva seguito mia nonna. E io lo riconoscevo bene. Tuttavia, se mia madre attribuiva le cause di quella consunzione a una qualche forma di vaga malattia ereditaria, io avvertivo invece un sospetto più smodato, e di nuovo ripensavo alle parole di mia nonna, pronunciate in punto di morte. La strummola – io lo sentivo – con la sua ferocia cieca andava ora consumando mia madre prorompendole dalle viscere, facendosi largo dentro di lei attraverso lo spirito e la voce, intorbidendole il sangue e prendendo possesso della sua linfa. Ma se provavo a farne parola, mia madre s’inalberava, cacciava un grido, furibonda e rauca ordinava di tacere. Intanto, sempre più s’affievoliva… Negli occhi grigi e quasi ciechi ora le brillava come una luce vaga e misteriosa; le labbra si prosciugarono; perse appetito: non riusciva a mangiare quasi più niente – solo polvere e radici rosse. Un giorno, mentre sedeva davanti alla finestra, ebbe un colpo di tosse, sputò un pugno di molari che si schiantarono contro il vetro: stava perdendo i denti. Allora in un attimo si volse, storta, a guardarmi attonita e sgomenta, e lesse il suo destino alla luce di quella verità incontrovertibile. Non riuscii a fare per lei praticamente niente. Il corpo di mia madre andava via via disintegrandosi come polvere rancida; già più non si sentiva il suono dei suoi passi e della sua voce, fioca come quella d’un lume. Sotto le spoglie di quella mostruosità, lei riusciva tuttavia ancora ad orientarsi perfettamente evitando gli spigoli, e metteva mano ai ferri con la stessa svelta agilità con cui lo aveva fatto mia nonna. La tradiva solo il suo spirito: era rabbiosa, furiosa, tremenda…
Fu qualche tempo dopo, un pomeriggio – finiva l’estate – che mia madre si staccò dalla seggiola in cui era seduta e prese a volteggiare nel vuoto. Accadde all’improvviso: non se l’aspettava neppure lei. E, presa dalla sorpresa, si spaventò: prese a gridare. Nera e furibonda, gettava versi terribili e agghiaccianti; e, in quella ferocia, anche gli oggetti nella stanza ebbero uno scatto: tremarono, si scossero e, con sussulti aggressivi, schizzarono dai loro posti, presero ad agitarsi confusamente, si schiantarono contro il soffitto, presero a roteare senza ordine. Tutto strepitava come una fanfara. Il corpo di mia madre, minuscolo e incorporeo, si stinse, scomparve, come un’ombra diafana, nella carta da parati: le pareti se l’erano inghiottita. Non rimaneva, di lei, più niente. In un attimo, allora, gli oggetti che si erano librati in aria, si fermarono per poi precipitare a terra, frantumandosi in mille pezzi. Rimbombavano, nella casa, ancora i versi straziati di mia madre. Ero sola, adesso.
Seguirono, ricordo, giorni vuoti, muti, desolati. Però accadeva qualcosa, adesso, ed era strano: giorno e notte giungeva, da quella casa – dalle sue mura, dai cardini, dalle tubature, dal pavimento – come un sinistro cigolio, un borbottio spazientito e quasi cagnesco: un ringhio. Capitava che, in un momento qualsiasi, il tavolo o i mobili sussultassero, spostandosi in avanti. Aprendo i rubinetti, non usciva acqua limpida, ma un composto grigiastro tra il bianco e il rossigno, denso e vischioso, che s’incollava alle dita… Portandomela alle labbra, una volta, scoprii che sapeva di sangue e di latte. Dalle pareti, si faceva strada non una muffa, ma una lanugine muschiosa e attorcigliata, una matassa ruvida e spugnosa che prorompeva persino dai tagli del pavimento… Ne tagliai una manciata con un colpo di forbici: erano i capelli di mia madre che, come serpenti, guizzavano strisciando squamosi. Mandai un grido. Segretamente, ora riconoscevo i suoni del suo corpo e della sua persona e per una viziosa e arcana malia assecondavo quella tremenda circostanza. Qualcosa di urgente e malsano, nel mio sangue, prendeva voce e turbinava. Resa folle e allucinata, ora mi attaccavo ai rubinetti: mi abbeveravo del latte di mia madre che scrosciava nell’acquaio; mi accoccolavo nella conca del suo grembo, accanto al camino rosso di viscere nella cucina affumicata, e intanto sentivo la sua carne, con nervi e filamenti, allargarsi sulla mia persona. Quella casa di travi e mattoni e porte schiavate portava così i segni della sua presenza: sentivo il suo sangue pazzo e folle ribollire dietro le pareti, sotto il pavimento, zampillare dai rubinetti rotti che si aprivano all’improvviso… Ero tornata a confondermi con la carne di mia madre, a nutrirmi della sua linfa come non era accaduto quando era stata in vita. Essa mi stanava e rincorreva con il suono degli oggetti, con la voce occhiuta e sotterranea delle cose. Seduta sulla seggiola dove avevano seduto prima mia nonna e poi mia madre, ora sentivo il mio corpo restringersi in mille grinze, le palpebre gonfiarsi, le gengive indolenzirsi… Ferma davanti a quel destino, la mia vista si diradava, scompariva; alle mie spalle, sentivo tremolare i cassetti della madia, la credenza vibrava, borbottava il vecchio tavolo…
Per una misteriosa trama del destino, la strummola, adesso, era dentro di me.
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