È nei passi che si fanno da bambina, bretelle rosse, quelle perse in qualche scatolone, o forse regalate a una nuova vita. Prende forma nei sorrisi bucherellati, sdentati, quelli che si conoscono prima del dolore. È quando si saltava per la casa, tenendo in mano un giocattolo inventato. Gorgheggi, prime poesie, la prima volta che si dice mamma, la prima in cui ci si dice ad alta voce innamorati. Un bel voto a scuola, l’ammirazione degli altri. Il primo bacio che sapeva di salato, la prima notte fuori con la valigia a fare muro contro la porta. La prima nuotata senza braccioli, la corsa veloce nelle braccia della nonna. I suoi capelli neri come la notte, i riccioli che le si facevano accarezzandoli con le dita. Le ore piccole a fantasticare sul futuro, la prima stella cadente appoggiata ai piedi del mare. Il viaggio improvvisato con la valigia che scoppia, la musica in macchina, i suoi occhi, le sue mani e poi… Una luce tutto tondo, una costruzione concava che lascia spazio nel mezzo, una risata che scorre e arriva ai piedi di un letto. Pelle intrecciata, quattro sorsi di cappuccino, mentre ci si addenta la pelle, sentendo un po’ male e un po’ bene. Le braccia che accolgono, autostrade di baci. La corsa mattutina in un campo deserto, fili d’erba che sporcano i bordi bianchi delle scarpe. Una madre che in piedi lascia indietro lo sguardo severo, ti accarezza la fronte, tiene il conto dei tuoi respiri per assicurarsi che tu sia felice. La carta da regalo a Natale che scricchiola come fuoco sottile, i nastri sparsi per casa, le lucine intermittenti da tenere in testa come una corona. L’odore di buono, di una casa che vive e sforna pasta frolla. Il guizzo di due pesci rossi che in una boccia quadrata hanno imparato a fare l’amore. Le domeniche passate a letto, quando fuori piove, gli sbadigli contagiosi, i gomiti che si toccano, i piedi che si cercano. Quel ti amo che Tenco teneva fra i denti, rimbalza su un muro d’arancio. Le corse lungo le scale per abbracciarsi forte, le bugie imbellettate per godersi ancora un’ora a guardarsi. Le giornate di sole dopo lunghi inverni di neve, la luna che di sbieco illumina strade di draghi. Zampilli d’acqua, fontane da bere. Mille e mille ore passate a tenersi per mano, la potenza di due labbra che si toccano e sfidano il tempo. Pelle che si mescola insieme in scaglie dorate, coriandoli di persone sparpagliarsi in una piazza chiassosa. Nuove note alla radio che sembrano parlare di due che si amano, una codina festosa, due occhi profondi, un leggero salto sulle ginocchia, una sfera infuocata che ti dorme addosso. Il profumo del mare, la salsedine dentro. Quattro piedi che si rincorrono e finiscono alla deriva. Una giornata d’inverno, coi cappelli che coprono i brutti capelli del mattino, una pelle chiara che si infiamma per l’imbarazzo, un tocco, due, e poi niente è più lo stesso. Un ventitré che a voce alta finisce un po’ dappertutto, come le caselle di un puzzle, a ricordarti qual è la strada giusta. Un nome cucito sul cuore, un profumo martellante, un pizzico di sogni, due occhi verdissimi, e una brocca e mezza d’aria di mare. Ecco come nasce la gioia.
Scopri di più da Articoli Liberi
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

…e la gelosia? come nasce? 🙂 <3
Nessuna gelosia, ci scusiamo per l’equivoco, era stato un refuso della redazione…