di Oscar Francioso
Il dottor Evan Langstrom – un uomo di mezza età, rigido nel carattere così come nel modo di esprimersi – entrò nella camera d’albergo, poggiò a terra la valigia pesante e si guardò attorno. Notò con fastidio le lenzuola, che non erano perfettamente tirate sul letto. “Evan Langstrom” non era il suo vero nome, ma era questo il nome che gli avevano detto di dare per ottenere la camera. Non era neanche un vero dottore. “Dottore” era un nomignolo che si era guadagnato negli anni grazie all’esattezza e alla precisione del proprio operato. Aveva dedicato l’intera vita al lavoro, ritenendolo per la maggior parte del tempo più importante di sua figlia, che nel frattempo era cresciuta e aveva avuto un bambino. Langstrom aprì la porta del bagno, poi ispezionò gli armadi. Soddisfatto si tolse il cappotto di Burberry e lo adagiò sul letto. C’era un cioccolatino sul cuscino. Non era nel centro esatto, ma un po’ spostato a sinistra. Infastidito dalla poca precisione del personale, Langstrom si aprì la giacca, prese la busta e la aprì. Dentro c’erano una foto – una giovane donna paparazzata a una festa – e un appunto. Diceva “Ore 11:50”. Langstrom annuì tra sé e sé, rimise le istruzioni in tasca e tornò verso la valigia che aprì con uno scatto rapido. Conteneva un treppiede e un fucile di precisione modello K-440 smontato, che venne assemblato meccanicamente.
L’obiettivo era nell’albergo di fronte al suo, comodamente seduta nella sua stanza e circondata da guardie del corpo. Dal mirino Langstrom la vide bere del FourthJackass da un tumbler. Erano le 11 e 43. Non era ancora il momento. Lanstrom la teneva sotto tiro. Non provava un particolare piacere nell’uccidere le persone. La morte era una conseguenza. Il piacere gli derivava dalla precisione che quel lavoro richiedeva. La scelta degli strumenti, il calcolo del vento. C’erano centinaia di variabili e a lui veniva naturale tenerle tutte a mente. Era talmente bravo che in 35 anni di lavoro non aveva mai sbagliato un colpo. Squillò il telefono. Erano le 11 e 45. Rispose senza perdere di vista l’obiettivo.
“Sì”.
“Papà? Ho ricevuto i fiori”.
“Come sta il bambino?”
“Sta, uh, bene”.
Il bersaglio si alzò, uscendo dalla visuale di Langstrom.
“Devi smetterla papà”.
“Di fare cosa?”
“Devi smetterla con i regali. I fiori. Stai fuori dalle nostre vite, papà”.
“Possiamo parlarne?”
“Perché, pensi di riuscire a trovarmi un buco nella tua agenda?”
“Questa sera. Vengo a prenderti alle otto”.
“Non lo so, papà”.
L’obiettivo rientrò nella visuale. 11 e 49.
“Per favore, ho bisogno di parlarti”.
11.50. Langstrom eliminò tutto quello che non gli serviva per fare centro. L’odore della stanza, sua figlia. Spostò l’indice sul grilletto, pronto a fare fuoco, poi un dolore improvviso lo colpì al petto lanciandolo all’indietro. Atterrò sulla moquette. Il telefono finì da qualche parte vicino al battiscopa.
“Papà? Tutto bene?”
Langstrom si portò una mano al petto. Sangue. Gli avevano sparato. Doveva esserci un’altro cecchino, uno molto più preciso di lui. Il proiettile lo aveva passato da parte a parte, fracassando ossa e polmoni. Che peccato non aver chiuso il lavoro, si disse. Poteva essere un capolavoro. Pulito, ordinato. Rimase steso lì, pensando al cioccolatino e al lenzuolo e a sua figlia. A quando era piccola e giocava in giardino. Almeno, credeva che giocasse in giardino: era sempre fuori per lavoro e praticamente non l’aveva vista crescere.
“Papà, ci sei?”
Forse quella sera le avrebbe comprato dei fiori.
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