Cesare Pavese alla ricerca disperata di Euridice

di Marisa Paladino

Sede romana dell’Einaudi, siamo nella seconda metà degli anni ’40. Cesare Pavese e Bianca Garufi si conoscono, tra il consulente editoriale della casa editrice torinese e l’aristocratica siciliana, segretaria nella sede di via degli Uffici del Vicario, si stabilisce subito una particolare intesa pur nella diversità dei loro caratteri. Hanno in comune la passione per la letteratura e per la psicologia analitica, il sentimento amoroso, invece, non riesce a vivere di certezza quotidiana e di progettualità; questo limite, unitamente alle irrequietezze e al disagio emotivo di lui, che si acuirà proprio nel quinquennio della loro frequentazione, radicalizzeranno una condizione di solitudine di Pavese che sfocerà nella prematura morte per suicidio nel 1950. Lei è una donna colta e solare, nativa di Letojanni, a pochi chilometri da Taormina, che riesce a fare breccia, seppure temporanea, nell’introversione e nel livido carattere dello scrittore, brumoso come le atmosfere delle Langhe, sua terra d’origine. Lui in quel periodo si sentirà meno “fallito” rispetto a quanto non aveva annotato nel 1937 nel Mestiere di vivere, diario che lo scrittore tenne tra il 1935 ed il 1950, pubblicato postumo nel ‘52. Pavese scriveva a tal proposito: “Il vero ratè non è quello che non riesce nelle grandi cose – chi mai c’è riuscito? – ma nelle piccole cose. Non arrivare a farsi una casa, non conservare un amico, non contentare una donna: non guadagnarsi la vita come chiunque. Questo è il ratè più triste”. I motivi delle sue insicurezze, cioè l’insuccesso nella sfera affettiva e le difficoltà nell’affermarsi professionalmente, sembrano però mitigarsi negli anni di frequentazione con Bianca Garufi, ora che il lavoro è stabile e il rapporto con la donna è di grande complicità. Si tratterà, purtroppo, di una breve parentesi, forse il senso della perdita vissuto nell’infanzia, a sei anni muore il padre e la madre è costretta a vendere il casale di Santo Stefano Belbo, mitico luogo dei primi anni di vita dello scrittore, non lo abbandonerà mai, fino ai conti finali con il suicidio. Cesare Pavese dedica a Bianca nove poesie scritte a partire dal 1945 contenute nelle raccolte La terra e la morte e La morte e la vita, ma concepisce anche un’opera in chiave dialogica Dialoghi con Leucò, un lavoro originale per forma e per temi trattati, solo in apparente diversa direzione rispetto ai precedenti lavori. L’autore, infatti, nell’introduzione al testo chiarisce “Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo
temperamento. Non c’è scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si è ricordato di quand’era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge”.

La passione per i classici accompagna lo scrittore dai banchi del liceo, le infinite reinterpretazioni dei miti lo affascinano, mentre il loro valore simbolico si presta ad indagare la realtà e le vicende umane. Nella Leucò dei Dialoghi difficile poi non riconoscere Bianca, Leucotea ed il diminutivo affettuoso riconducono, infatti, alla trasposizione greca del nome Bianca, mentre i racconti in forma di dialogo, a sfondo mitologico e simbolico, sono un utile grimaldello per riflettere su temi universali quali il rapporto dell’uomo con la natura, le sue eterne angosce, il senso della vita e della morte, la sessualità, ma anche l’inconciliabile dissidio tra l’aspirazione alla libertà ed i limiti impressi dal destino. Cesare e Bianca, poi, non arretrano di fronte alle analisi interiori, si cimentano infatti anche in una scrittura a quattro mani con il libro Fuoco grande rimasto incompiuto e pubblicato solo nel ‘59. Bianca Garufi lo riprende e lo pubblica a nove anni di distanza dalla morte dello scrittore, in una struttura di capitoli scritti in modo alternato tra i due, a lui toccano i capitoli dispari, a lei quelli pari, una lucida ed interessante testimonianza del sacrale mistero che avvolge il loro rapporto. Le loro vite distanti, pur non potendosi donare nella quotidianità, diventano esempio di una bellissima coppia discorde. E proprio nel suicidio di Pavese, non a caso, si ritrovano coincidenze dal sapore junghiano e prove di quel rapporto così significativo, lui lascia le sue parole di addio, non a caso, su una copia dei Dialoghi. Un ulteriore trait d’union lo si rinviene nella scelta di quel luogo per il definitivo congedo, il nome dell’albergo rievoca infatti quello della città che seppe essere destino comune in quei cinque anni d’intesa, profonda e insostituibile. Sul frontespizio dei Dialoghi lasciato sul comodino della camera dell’Hotel Roma di piazza Carlo Felice a Torino, infine si legge “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. Cesare Pavese”, una frase che ricalca il biglietto di addio del poeta russo Vladimir Majakovskij, morto anche lui suicida a trentasettenne nell’aprile del 1930, dopo avere appuntato “A tutti. Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi”. Anime tormentate e vite costellate da grida e disturbi emotivi, forse più semplicemente dal dolore di un “mestiere di vivere” del tutto mai imparato. Lo scrittore, del resto, proprio nel suo Il mestiere di vivere lascia costanti indizi che aiutano a comprendere il suo tormento di uomo e letterato, divenuto per i posteri un “personaggio” teso all’inseguimento di un ideale, quasi impossibile, sul che cosa fare di sé e della propria essenza umana, rispetto ad una realtà sovente sorda ai desideri e all’esigenze più profonde dell’essere.

I Dialoghi con Leucò pubblicati nel 1947, invece, sono ventisei brevi racconti strutturati in forma dialogica, il tentativo di Pavese di riscoprire quel sostrato culturale comune a ogni uomo e che ha che fare con il mito; inteso, quest’ultimo, non solo come studio dei classici ma anche come conoscenza delle teorie psicanalitiche di Carl Gustav Jung, cui la complicità sentimentale e culturale con la Garufi ne sugella la scelta di scrittura estremamente originale. Nei Dialoghi ogni frammento ha come protagonisti personaggi della mitologia greca, solitamente presentati a coppie e intenti a dialogare su temi quali l’amore, l’amicizia, il rimpianto, la morte e il dolore, il tragico destino umano, in essi c’è tutta la frequentazione dei testi della grecità ma si combinano anche gli studi di etnologia, di analisi del mito, di storia delle religioni e di psicanalisi cui Pavese si era dedicato agli inizi degli anni ’40. Edipo, Saffo, Orfeo, Odisseo, Teseo, Esiodo o Dioniso, ritornano al lettore con un volto più complesso, in una luce contemporanea, mentre angoscia e disperazione drammatizzano il destino di ognuno; quel destino fortemente sentito da Pavese, che agisce oltre la volontà umana e trasforma ognuno in un semplice esecutore. E tra i miti classici, di particolare intensità, troviamo quello di Orfeo ed Euridice, dove il primo viene ucciso dalle Baccanti, donne seguaci del dio Bacco (Dioniso) sempre in festa, dopo aver rifiutato di seguirle in quanto dolorosamente legato al ricordo di Euridice. Nel dialogo L’inconsolabile Pavese lo reinterpreta con una moderna sensibilità, capace di esprimere compiutamente il dramma dell’uomo contemporaneo.

“Che farò senza Euridice! Dove andrò senza il mio ben! Euridice? Oh Dio! rispondi: io son pure il tuo fedel. Euridice! Ah, non m’avanza più soccorso, più speranza né dal mondo né dal ciel. Che farò senza Euridice! Dove andrò senza il mio ben!” così canta Orfeo affranto alla scomparsa di Euridice nella celebre aria dell’opera lirica di Christopher W. Glucks di metà del ‘700, ma dalla cultura latina, con Virgilio delle Georgiche ed Ovidio delle Metamorfosi, passando per Angelo Poliziano, fino ad autori recenti come Salman Rushdie, la triste storia dei due innamorati separati dalla morte non ha mai smesso di ispirare l’arte. Orfeo è l’amante disperato che canta mentre cerca Euridice nel regno dei morti, vorrebbe riportarla al mondo dei vivi, ma Ade gli pone la famosa condizione, non dovrà mai voltarsi indietro e non dovrà parlare finché Euridice non sia arrivata alla luce del sole. Sappiamo bene cosa accadrà, mentre la rielaborazione in chiave moderna di Pavese, cui non è peregrino cogliere anche una sovrapposizione tra Orfeo e l’autore stesso, conferisce un doloroso nuovo fascino al mito stesso. Intanto perché mai Orfeo, pure uomo terribilmente addolorato dalla perdita di Euridice, non è riuscito a non voltarsi? Nel dialogo avesiano Orfeo, il cantore che piega al suono della sua lira gli animali e tutta la natura, è intento a raccontare a Bacca di quando oramai prossimo con Euridice a rivedere il cielo, non si trattenne voltandosi. L’interlocutrice prontamente lo soccorre: “Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito”. Non è il destino, né un errore né un capriccio, spiega invece Orfeo, piuttosto era il passato che cercavo “L’Euridice che ho pianto è una stagione della vita (…) cercavo un passato che Euridice non sa. (…) Ho capito che i morti non sono più nulla”. All’incredulità di Bacca, restia a comprendere come non prevalga su tutto il desiderio della donna che si è amati, Orfeo aggiunge ancora: “Capiscimi Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide sé stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai”.

Cosa allora era successo? Euridice, morendo, era diventata altra cosa, mentre Orfeo comprende che si tratta, soprattutto, di una ricerca di sé stesso e di un destino, e con ferme parole cariche di una lacerante tensione chiarisce: “O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo”. Orfeo augura poi alle cieche Baccanti di godere della festa, perché: “Tutto è lecito a chi non sa ancora. È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte”. Ma il destino non tradisce, è dentro ognuno di noi, più profondo del sangue ed oltre ogni ebbrezza, e nessun dio può toccarlo. Bacca nel finale del dialogo spiega, a sua volta, perché mai le donne di Tracia seguano Orfeo, per loro è come il dio che canta versi d’amore e di morte … sempreché, però, non sbranino prima questo dio. L’esito della catabasi di Orfeo è certamente inaspettato e dirompente, fervido di una sensibilità novecentesca carica di un nichilismo, mentre Bacca incarna più fedelmente il mito classico, in cui l’amore incontenibile per la donna amata è del tutto predominante. Il nuovo Orfeo abbandona Euridice quando ne apprende l’irrimediabilità della morte e l’abbandona nello stesso punto in cui la perde; nel mondo dei morti, infatti, ha appreso la vanitas vanitatum e che il passato non può rivivere, mentre è possibile salvare sé stessi grazie alla nuova consapevolezza che il viaggio restituisce in termini di conoscenza. E donne di Tracia perché sbraneranno Orfeo? Orfeo nel mito classico decide di non amare altre donne all’infuori di Euridice, nella versione pavesiana, invece, questo sentimento d’amore cessa di essere valore assoluto, restituendo ad Orfeo l’autosufficienza, seppure dolorosa anch’essa, in quell’interrogarsi continuo sul difficile mestiere di vivere che prostrerà lo scrittore sino a morirne.
Orfeo cerca sé stesso arrivando ad accettare il proprio destino, l’autore lo sente vicino, pure lui più volte è sceso nel proprio inferno e più volte è stato morso dalla solitudine e dalla mancanza d’amore, ma sempre più lucido sul conto di un destino, consapevole altresì che “ogni vita è quel che doveva essere”. Il 1947 si apre con una amara riflessione vergata nel proprio diario, lo scrittore così annota: “Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?”

Alla fine del 1949 Pavese incontra l’attrice americana Costance Dowling, la cui sorella in Italia aveva recitato in Riso Amaro del regista Giuseppe De Santis, se ne innamora perdutamente, per lei scrive i celebri versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ma ancora una volta non è contraccambiato. Il cerchio sembra chiudersi, una nuova e cocente delusione come quella di quando a diciassette anni aveva atteso, inutilmente, una ballerina e cantante di varietà ad un appuntamento per ore sotto la pioggia, ammalandosi quindi di pleurite. L’assenza dell’amore femminile e, sicuramente, il profondo male di vivere sono ancora le sue più dolorose mancanze o sentite manchevolezze, dell’assillo di trovare “il mio posto nel mondo” del resto lo scrittore ne scriveva già in una lettera del 27 giugno 1942 a Fernanda Pivano.


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