Vincere la vergogna

di Lara Carbonara

Si specchiò a lungo. I segni sotto l’occhio sinistro erano viola scuro e delle escoriazioni le segnavano il collo. Poco male avrebbe potuto indossare un foulard. Mentre per l’occhio ancora gonfio avrebbe dovuto usare molto fondotinta. L’aveva già fatto ma non era sicura che fosse sfuggito alle colleghe. Mentre provava a coprire quei lividi pensava a cosa avrebbe potuto dire. Assentarsi un’altra volta sarebbe stato deleterio. Il suo capo l’avrebbe licenziata. Forse anche con qualche commento. Pensò, la cosa che la gente non capisce è che quando vorresti essere invisibile, proprio allora diventi visibile per tutti, visibilissima, come quando una trottola gira così forte da sembrare ferma: c’è sempre qualcuno che tenta di distinguerne i colori. Ecco, si sentiva proprio come quella trottola, e non voleva che qualcuno si soffermasse sui colori. Sul colore viola del suo occhio. I movimenti erano lenti e accurati, soprattutto, sapeva di non poter rimanere con la luce accesa in bagno a lungo. Se ne sarebbe accorto. Si bloccò per un attimo, trattenne il respiro per fare meno rumore possibile. Lo sentì muoversi sotto le coperte. Forse non aveva ancora molto tempo. In realtà non aveva nessuna voglia di ritornare nelle lenzuola impregnate del respiro di lui. Respiro di tabacco e liquirizia. Ricordò com’era incominciato tutto. Erano appena sposati. Lei stava scrivendo un articolo, aveva una consegna importante, non aveva sollevato neanche gli occhi dallo schermo quando aveva sentito chiamare il suo nome. Lui all’improvviso le aveva tirato addosso un libro. Una sferzata infuocata sulla fronte. E forse solo allora si era resa conto che sotto la patina di perbenismo da imprenditore, sotto le cravatte impeccabili, i fazzoletti di seta e i calzini ricamati, le camicie inamidate e gli anemoni blu innaffiati ogni giorno, le torte di limone preparate ogni domenica, l’aroma di albicocca del deodorante per la casa, c’erano anche scarafaggi, da qualche parte.
Tesoro dove sei?
Il respiro le si bloccò. La voce acuta di lui la sorprese come una pila di piatti che va in frantumi.  Sono qui, in bagno, vengo tra un minuto.
Mi piace quel “tra un minuto”.
Lo so, rispose lei, continuando a rimanere seduta.
Il buio ascoltava i suoi respiri profondi, accompagnati dal sollevarsi rapido del petto. Avrebbe dovuto calmarsi, non è niente, ripetette a se stessa. Il suo sguardo si soffermò sul polso annerito dai lividi. Pensò alle sue colleghe che prima la invitavano spesso a pranzare con loro. Dopo hanno dimenticato la sua esistenza. Hanno dato per scontato che a lei non piacesse uscire, che non amasse la compagnia. Si ricordò dell’unica volta in cui aveva reagito ai suoi divieti. Dopo averla insultata lui aveva provato a strozzarla con la cravatta. Non si ricordava nemmeno perché si fosse fermato, subito dopo, a chiederle scusa, mille volte scusa. A prenderle la testa tra le mani e a riempirla di baci. Le ripeteva che era malato e che lei l’avrebbe fatto guarire.
Lui apparve sulla porta come un fantasma. Lei non aveva sentito i suoi passi e sussultò, la boccettina di fondotinta che si stava spalmando sui lividi le scivolò dalle mani. Sul pavimento la crema rosa dispersa insieme ai pezzi di vetro sembrava il lato oscuro in cui molte donne si rifugiano. Lui la prese per la vita e la baciò chiedendole se si fosse fatta male. Vieni a dormire con me adesso, ti avevo detto che mi piaceva quel “tra un minuto”. Guarda un po’ l’occhio in che condizioni… scusa ho perso la testa, non succederà più, te lo giuro. D’altra parte avrebbe potuto dire che era caduta dalla scala mentre spolverava, succede. Ma chi le avrebbe creduto? Certo, lei era impacciata, inadeguata, sempre fuori tempo.
Guardava il soffitto e non riusciva a dormire. Lui la teneva abbracciata a sé, troppo vicino, le faceva male tutto. Si era addormentato mentre le diceva che la amava, che prima o poi sarebbe diventata qualcuno, che sua madre si era sempre sbagliata nel giudicarla una nullità. Potresti sempre riprendere a studiare sai? Magari da casa, non potresti stare con ragazzi più giovani di te. Ti vergogneresti, ti conosco. Non è bella la vergogna sai? Sei una donna in gamba tu. Per questo mi salverai.
Lei invece avrebbe voluto respirare sempre più lentamente per non sentire dolore al torace. Avrebbe voluto fermare il battito del cuore, trasformarsi in pioggia, avrebbe voluto che gli occhi le si sciogliessero insieme ai lividi.
Si guardava intorno abituandosi all’oscurità, le venne in mente quando aveva provato a parlarne con una sua amica, mi dispiace, pensavo che potesse cambiare. Ci credevo. Aveva detto che non l’avrebbe rifatto. Poi le amiche dimenticano, prese da altro, dalle proprie bellissime vite. Si soffermò su una crepa all’angolo della parete del letto che non aveva mai visto prima. Si era considerata integra fino ad un momento, non ricordava precisamente quale. Ripensò alle parole urlate, ai consigli imposti, alle strette sul braccio, poi ai pugni, ai calci, alle mani sul collo ad impedire il respiro. Una crepa nel muro e poi avrebbe ceduto tutta la struttura. Abbassò lo sguardo sui suoi piedi, sulle scarpe da raggiungere, la porta semiaperta probabilmente non avrebbe fatto rumore. Non se ne sarebbe accorto. Sarebbe stata già al sicuro al suo risveglio. Si guardò ancora intorno, la stanza arredata con tanta cura e amore non le sembrava più neanche la sua. Osservò di nuovo i suoi piedi. Sembravano così lontani.


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