Eugène che parlava con i tetti


di Jean Porto

Queste persone hanno voci tristi, comprano regali e si ubriacano. Eugène era in un angolo, davanti alla banca, dove arrivava un po’ di sole; si percepiva la sua forza, la voglia di entrare nel nostro mondo. Benvenuto, disse, entra pure nelle arcate. Grazie, rispose il sole.
Quel calore era piacevole come una stufa accesa dietro le sue spalle. I raggi gli davano fastidio agli occhi, ma si trattava di un fastidio più sopportabile del freddo e della fame che arrivavano puntuali ogni sera. Col freddo e con la fame, Eugène non ci aveva mai parlato.
Il direttore della banca lo vide attraverso le vetrate e urlò a bassa voce, sorridendo con molti dei suoi denti: appena quel matto avrà finito di parlare con i tetti, invitatelo ad allontanarsi. Il direttore era un uomo discreto; quando mangiava il pollo allo spiedo non si sporcava mai le mani. I tetti dissero a Eugène che lui e il direttore non si somigliavano molto: lui aveva una bella barba, aveva anche la pancia di uno dopo vent’anni di prigione, mentre il direttore non aveva nulla di diverso dagli altri direttori.
Allora Eugène, che fai qui il giorno di Natale? gli chiesero i tetti. Davvero oggi è Natale? Sì, Eugène, è proprio Natale, non dovresti essere qui, sotto gli archi, ma con la tua famiglia, lo sai, ogni volta che arriva il Natale c’è sempre qualcuno che parla con noi, sotto questi archi. Questi sono gli archi del Natale? chiese Eugène. Il Natale è un momento di gioia e di solitudine. Puoi capire da che parte arriva il sole a Natale.
Chiacchierava con i tetti quando il direttore della banca fece uscire le sue belle impiegate per allontanarlo in maniera discreta. Erano due ragazze sottili, con una gonna di lana e le scarpe rosse.
Eugène era stato un vecchio amico del direttore, avevano giocato a scacchi insieme al Parc Imperial, non era sicuro che si ricordasse di lui, ma non voleva chiederglielo; non era davanti alla banca per quella ragione.
Allora, perché sei qui e non sei con la tua famiglia, oggi che è Natale? gli chiesero. Siete molto belle, ragazze, siete belle come la rugiada sulle violette fresche del giardino. Le ragazze della banca si guardarono e nascosero il loro rossore. Andiamo Eugène, ti offriamo un caffè, dal lato opposto c’è il bar italiano che ti piace tanto, fanno un ottimo cappuccino laggiù. Ma, ragazze, l’altro lato della piazza è all’ombra! disse Eugène, devo restare qui, stavo parlando con i tetti di una cosa molto importante riguardo al Natale. Le impiegate avevano freddo, una corrente imprevista passò tra le loro gambe avvolte dalle calze sottili. Sorrise, le fece avvicinare al sole e le presentò; parlava con qualcuno lassù che loro non potevano vedere: queste sono le ragazze che lavorano nella banca. Sono belle Eugène, hanno gli occhi dolci dei bambini, e la bocca compita delle persone educate. Nel volto di Eugène si leggeva il suo Paese e la sua nostalgia; aveva le mani di cartapesta, levigate dal tempo. Sui tetti della piazza i gabbiani abbaiavano, facevano la guardia ai camini e ascoltavano con la parte migliore delle loro orecchie. Un po’ di vento invisibile gli sollevava le piume rendendoli meno immortali. Sul gradino di Eugène c’era un libro aperto a metà.
Da’ ascolto alle ragazze, Eugène, non vorrai trascorrere un altro Natale da solo!
Era il mese di dicembre del 1880. Il pianista di rue Ségurane incominciò a suonare la sua canzone, la stava provando da mesi e non gli era mai riuscita così bene. Quello era il momento perfetto per le sue note leggere. Le luci sul Mont Boron si spegnevano quella sera, una alla volta, in ogni casa brillava l’amore del Natale. E il mare educato del porto restava immobile mentre le donne sole della città gli raccontavano i propri segreti, sedute sulle panchine del mercato delle pulci. La città quella sera era gialla e tiepida. La muffa bianca delle pareti cadeva sotto i passetti di Eugène, quei passetti piccoli come i vecchi o come i matti, nell’ombra delicata. Il rumore delle fontane all’interno delle case e i corpi della gente lungo le pareti, le loro flebili risate, gli fecero scrivere al buio la sua poesia.
Perché fai il poeta Eugène? gli chiese una delle ragazze. Lo guardò con un miscuglio di disprezzo e curiosità. Con le spalle controllò le porte della banca e con il suo volto giovane controllò gli occhi di Eugène, in attesa delle parole. Il poeta può vivere due volte, può sentire l’odore delle barche e il suono degli alberi, rispose. E non t’importa che il direttore ti cacci via dal suo marciapiede? No, non mi dà fastidio, lui è dolce come quegli operai che passano la scopa dopo aver finito di rompere le mura.
Lo stomaco di Eugène era ubriaco fino alla sua parte più profonda, vi si rivoltava dentro il morbido fumo della pipa, compiendo abili giravolte, e la testa gli girava come sull’orlo di un precipizio o davanti a una donna tremante. Nei suoi occhi grigi si riflettevano i mattoni chiari delle case.
Hai ancora mal di testa Eugène? Sì, mie care, ogni giorno mi fa più male perché tutti si odiano e comprano regali per odiarsi di meno; essere un poeta mi ha condannato alla più abietta forma di solitudine, e questo non l’ho detto ai gabbiani poco fa, quando il sole è entrato sotto gli archi. Perché mai? Ragazze… lasciatemi stare, tornate dal direttore, si starà preoccupando, vi prometto che andrò via appena il sole scenderà dietro quei tetti lassù, li vedete? Certo Eugène, li vediamo ma sono troppo bassi, il direttore ci licenzierà e passeremo anche noi il Natale da sole.
Eugène le guardò, poi guardò le nuvole per un momento, il calore del sole si sentiva contro le pareti della banca, li teneva inchiodati l’uno contro l’altro, permetteva a quella gente di comprare regali e ubriacarsi. Eugène sentiva le loro voci tristi.
Me ne andrò a passeggiare lungo il porto, disse, a cercare qualche altro poeta con il quale chiacchierare, dite al vostro direttore che non ha mai vinto una sola partita di scacchi in vita sua… Scacchi? chiesero le ragazze. Parlavano sempre insieme come due pulcini che avevano appena lasciato la chioccia e si riscaldavano a vicenda. Lui capirà…
Le baciò sulla fronte, non lasciò segni sulla loro pelle delicata, la sfiorò e loro sentirono il sapore del vino e del pastis, delle antiche sigarette, dopo la vita spesa in quei bar, sotto gli archi della piazza, e gli sorrisero, gli dissero di badare alla sua salute e altre fantasticherie della gente normale. Eugène le guardò ancora, erano così belle che il fumo nella sua pancia riprese a girare più forte dal dispiacere. Si chiese per quale ragione dovessero tenerle rinchiuse lì dentro con quelle calze sottili e le scarpe rosse coi tacchi alti. Avrebbe voluto domandarlo ai tetti, gli piaceva chiacchierare con loro, ma il sole stava già scendendo dietro le loro spalle, e avevano smesso di ascoltare già da un po’.
Sono rimasto di nuovo solo, si disse. Poi si avviò lungo rue Ségurane. Il pianista stava ancora suonando, gli alberi perdevano le foglie sotto la volontà dell’inverno nizzardo, preciso e improvviso. Gli altri poeti erano da qualche parte in quella strada. Superò la sua casa, era una casa fredda di fronte al cancello dello Château. I suoi vicini lo conoscevano bene, sapevano che fino a tardi girava per il quartiere alla ricerca di rime, e lo lasciavano stare perché in fondo sapevano che perdeva soltanto il suo tempo e che le rime non gli avrebbero dato da mangiare. Prima o poi, anche Eugène avrebbe dovuto arrendersi e diventare come loro, che adesso sedevano davanti a una portata fumante di pollo imbottito. Sotto i loro alberi sempre verdi giacevano tristi i sacchetti appena portati in casa, avevano ancora la neve che gli scivolava lungo i cappotti nuovi.
Eugène ascoltava la musica del pianista e proseguiva nella traversa verso il porto, era una stradina stretta e la musica riecheggiava con una certa magia quotidiana, come l’oro sui banchi del pesce o le campane della chiesa di Sainte Marie.
Quelle ragazze sono giovani e hanno la voce dolce dei bambini, si disse, è vero quello che ha letto il sole nei loro volti, e mi chiedevano come mai io sono un poeta, ma non è forse un poeta quel postino che sorride alla gente mentre consegna le lettere? o quel macellaio laggiù, che suona la sua affettatrice come l’arpa dell’orchestra dell’Opéra e tiene incollato l’orecchio ascoltando la sua melodia? chi di loro non è un poeta che sta scrivendo la sua poesia? Sotto i passetti veloci di Eugène, una morbida neve scricchiolava come gli aghi di pino della foresta; nelle vecchie mani di cartapesta stringeva il suo libro ancora a metà.


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