Il successo letterario in epoca consumistica: una chiamata alle armi

di Glenda Dollo

“Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata la calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro. Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore”.

Nominare il mondo per ricrearlo in un ordine di necessità e ragione è operazione salvifica da cui può nascere letteratura. Scandagliare il dolore è azione spesso preliminare affinché tale impresa abbia successo. Ah, successo! Che parola abusata! Che parola accarezzata, bramata, implicitamente presente in tanti momenti di solitudine, in tanti sogni indotti da una società consumistica che mira consapevolmente a svalutare la letteratura e il suo carico scandaloso per trasformare l’arte in un mercato di prodotti scaduti e avariati dissacrandone il tempio costruito con amore e pazienza di generazione in generazione, dissacrandone il corpo tenuto saldo e integro in ciascuna epoca passata! Perfino durante il fascismo esistevano gli intellettuali dissidenti. Oggi sembriamo tutti fagocitati all’interno del medesimo meccanismo di espressione e pensiero. Lo scrittore veramente libero di esprimere la propria individualità, la propria esperienza e lettura del mondo con una voce che aderisca al contenuto e alla persona, una voce unica ancorata al presente, ma che dialoghi con il passato e costruisca il futuro, è sempre più raro.
Il successo letterario dovrebbe avere la letteratura come unico metro. Ma: cos’è la letteratura? Credo sia necessario porsi questa domanda e avere il coraggio di rispondere restando fedeli a sé stessi.
Inizio subito con un’affermazione perentoria su ciò che la letteratura non è: la letteratura non è un gioco. Non è sudoku, né messaggini sgrammaticati, né sfoghi su un quaderno. La letteratura è un’arte: l’arte della parola scritta. Come ogni arte, essa possiede un codice che si è sedimentato nel tempo ad opera di scrittori il cui successo non è stato decretato da lettori resi inconsapevolmente acritici dalla pubblicità e schiavizzati da un potere subdolo che li rende meri attori di un mercato in cui vince la ricerca di un superficiale godimento, di un superficiale benessere finalizzato all’oblio, ad un annichilimento che funga da contraltare a una quotidianità asfissiante. No, il successo letterario è stabilito dalla letteratura stessa. Cosa significa questo? Fino a pochi decenni fa, agli albori del consumismo, coerentemente a quanto avveniva in precedenza, erano gli addetti ai lavori a fare letteratura. Una ristretta élite di editori e scrittori, critici e intellettuali dibatteva sulle nuove proposte o sulle presenze più consolidate. Quella cerchia di addetti ai lavori oggi non esiste più. L’amore per la letteratura è stato sostituito dalla venerazione del denaro.
Prima di entrare nel merito della convenienza o meno, per la letteratura, della scomparsa di tale élite, vorrei spendere qualche parola su chi, oggi, detiene il potere di fare letteratura. Da un lato ci sono gli editori, che il tempo ha trasformato in semplici imprenditori. Schiavi del mercato, cercano il tornaconto commerciale accontentando un lettore imbonito da beni di consumo. La letteratura, ormai, si consuma come ogni altra merce. Dura un soffio, un alito di vento; anzi: uno sbadiglio. Dall’altro ci sono gli scrittori. E qui veniamo alla nota che davvero mi duole. Se da un lato essi sono forza lavoro sfruttata dall’impresa editoriale, dall’altra sono depositari del potere creativo e dell’intrinseco fare letteratura. Sono gli scrittori a sporcarsi le mani, a fare di un magma in continuo divenire un’opera cristallizzata che sia il più possibile espressione del sé e della società di cui fanno parte. Il vero problema, a mio modo di vedere, è che spesso essi non si pongono minimamente il problema politico – sociale e storico: esiste l’accettazione passiva dello status quo come qualcosa di esteriormente presente a livello di destino subito. Spesso, tanti scritti contemporanei hanno natura solipsistica. Mettere per iscritto il proprio dolore e condividerlo è pratica diffusa che certamente aiuta a sublimare la sofferenza e a creare un certo sentimento di fratellanza e solidarietà, ma che naturalmente, da sola, non crea letteratura in senso stretto. Tutti attraversiamo il dolore, non tutti siamo letterati. Talento a parte, è lo studio che tanta parte gioca in letteratura. Studio serio, appassionato, indipendente e guidato da una buona dose di sensibilità. Il problema è che spesso leggiamo ciò che il mercato propone e propina come alta letteratura. Ci accontentiamo. Non sbattiamo le ali, non sbuffiamo, siamo supini sotto il giogo dello spacciare per arte ciò che arte non è. La letteratura è consolazione solo a un livello molto profondo: prima essa scuote, fa crollare certezze (simboliche, linguistiche, politiche e culturali), crea interrogativi spesso insanabili, parla alla mente e al cuore che sovente sono in disaccordo. Dov’è questa letteratura? Cerchiamola con le unghie e con i denti, che sia nel passato (molto probabile) o nei testi di qualche amico scrittore. Solo lettori consapevoli possono divenire scrittori consapevoli. Altrimenti siamo ingranaggi di un meccanismo volto solo a reiterare se stesso.
Ed eccomi all’ultimo punto da affrontare, cui accennavo in precedenza. La scomparsa di quell’élite depositaria dei destini della letteratura è stata salutata diversamente dagli scrittori degli anni Sessanta a seconda del diverso temperamento e del differente grado di fiducia nel futuro e nelle nuove generazioni. Per alcuni si trattava di un mondo che tramontava definitivamente. Così Lucio Piccolo, ad esempio, cantava le esequie della luna come simbolo del perire della poesia. Altri, invece, nutrivano la speranza che le nuove leve di scrittori avrebbero trovato una cifra stilistica in grado di esprimere voci che nella letteratura non avevano trovato spazio. Non immaginavano certo, questi scrittori, che tutto sarebbe divenuto mercato, che ai giovani sarebbe interessata la marchetta sui social più della qualità del proprio lavoro. L’individuo è schiacciato dalla massa, ma è solo l’individuo che crea arte.
Siamo i primi critici e lettori di noi stessi. Forse dovremmo essere un po’ più esigenti. Nella vita come nella letteratura, che ne è espressione.


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