Vivi

di Debora Vitulano

Un ronzio le riempiva le orecchie, impedendole di dormire come avrebbe voluto. O meglio, come avrebbero voluto. Lentamente il ronzio si trasformò in rombo e, senza che lei potesse avere alcun controllo su ciò che stava succedendo, il rombo si trasformò in un canto. Un profondo, lugubre canto sacrale, intonato da innumerevoli voci. Impossibile distinguere le parole. Il canto cresceva di intensità e pervadeva ogni angolo del suo corpo. Lo sentiva dentro di sé. Nelle orecchie, nel cervello, nello stomaco. Roboante, spaventoso, le pareva quasi che rimbombasse in ogni singola cellula del suo corpo. Ma non era così. Rimbombava fra le pareti di una caverna.
Ora la vedeva con chiarezza. Era apparsa dinanzi ai suoi occhi in modo improvviso, quasi come se tutto a un tratto si fosse sollevato un sipario. Si trattava di una caverna enorme, dal soffitto altissimo e le pareti… Come descrivere le pareti? Sembrava che della cera bianca fosse colata su di esse e ne avesse ricoperto l’intera superficie, per poi cristallizzarsi. Erano di un bianco candido, immacolato, innaturale. Ma all’improvviso una copiosa quantità di sangue rosso vivo cominciò a sgorgare da una fonte impossibile da localizzare, tingendole del colore della morte. Eppure, non si percepiva l’odore del sangue. Non si percepiva nessun odore in quel luogo surreale. Ma, ciò nonostante, lei si sentiva soffocare. Un senso di oppressione la schiacciava, la nausea la attanagliava, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da quel lugubre spettacolo.  Senza riuscire a profferire parola, si rese conto di avere iniziato a muoversi. Eppure, non aveva alcun controllo sul suo corpo, era come paralizzata, non riusciva a muovere un solo muscolo. Quel che era peggio, però, era che i suoi piedi non toccavano terra e le sue gambe non si muovevano. Non stava camminando. Stava come fluttuando. Non era in grado di abbassare lo sguardo per verificare di persona, ma doveva per forza essere così. Lentamente, avanzava in quella misteriosa caverna, di cui non si scorgeva la fine, mentre tutto intorno a lei mani invisibili iniziarono a issare enormi croci vuote, intagliate in un legno scuro. Il canto cresceva sempre più d’intensità e lei avanzava, avanzava, avanzava. Quando a un tratto si fermò, come in risposta a un muto ordine. Ed ecco che in quel momento, proprio davanti a lei, cominciò a sollevarsi, quasi muovendosi di moto proprio, una croce completamente bianca, immensa, molto più grande delle precedenti. Lei, stregata, non poteva fare altro che guardarla. E, quando infine fu completamente dritta, le voci smisero il loro lugubre canto e lei aprì gli occhi.
Una luce bianca la accecò. Li richiuse. Sbatté le palpebre due o tre volte e li riaprì. La luce bianca era ancora lì, solo che ora si muoveva. Inizialmente si sorprese, poi capì. Non era la luce a muoversi, era lei. Si stava muovendo   e ancora una volta non lo stava facendo volontariamente. Anzi, con orrore si rese conto di non riuscire a muovere un muscolo, proprio come nel suo sogno. Lentamente, iniziò a prendere coscienza di ciò che la circondava. Era sdraiata su una barella, che qualcuno stava spingendo lungo un corridoio.
Bianca la luce, bianche le pareti del corridoio, bianca la tunica che qualcuno le aveva fatto indossare. In un primo momento non fu in grado di percepire alcun suono, ma poi l’udito ritornò e iniziò a sentire delle voci. Due voci maschili che provenivano da dietro di lei. Capì che appartenevano a chi stava spingendo la barella, così cercò di parlare. Voleva chiedergli dove si trovasse, dove la stessero portando, perché non riuscisse a muoversi  e che cosa stesse succedendo. Ma, soprattutto, voleva chiedergli per quale motivo non riuscisse a ricordare nulla. Niente di niente. Nemmeno il suo nome. Quando, però, aprì la bocca, non ne uscì alcun suono. Ci provò un’altra volta e poi ancora due, tre volte, ma niente. Era muta come un pesce.
“Guarda, cerca di parlare”.
“Povera sciocca”.
“Pensi che dovremmo dirle qualcosa? Ha lo sguardo di un animale ferito, mi  fa quasi pena”.
“Ok. Ciao tesoro, oggi giocheremo al dottore e alla cavia, sei contenta? Ma non temere, non saremo soli a giocare, io avrò il mio caro collega qui a darmi il cambio e tu avrai per compagno di squadra un… mostro! Allora, cosa ne pensi? Ti piace l’idea?”
Un’ondata di terrore la pervase. Avrebbe voluto saltare giù da quella maledetta  barella e scappare quanto più lontano possibile. Avrebbe voluto prendere a  calci quel bastardo psicopatico. Avrebbe voluto, ma non poteva fare nulla.
Non poteva muoversi, non poteva gridare. Poteva solo guardare e ascoltare,  assistere immobile alla sua tragedia, come una spettatrice a teatro. Era intrappolata nel suo stesso corpo.
In quel momento, la barella si fermò. Erano arrivati dinanzi a una porta. Uno dei due uomini le passò di fianco, senza degnarla di uno sguardo, e andò ad aprirla. Ma, quando stava per appoggiare la mano su una delle due maniglie, si bloccò.
“Sei sicuro che sia ancora fuori gioco?”
“Più che sicuro. Gliene ho iniettato una dose da cavallo”.
“E sei sicuro che sia sufficiente? Lei è già sveglia”.
“È già sveglia, ma è completamente inoffensiva, che è ciò che interessa a noi. E poi, a lei ho somministrato una dose minore, non potevo mica rischiare di ucciderla. Ci servono entrambi vivi, lo hai dimenticato?”
“No che non l’ho dimenticato, ma non voglio che quell’animale mi salti addosso non appena aprirò la porta”.
“Non succederà. Hai visto anche tu come dormiva beato mentre lo portavamo  qui. Significa che l’anestetico funziona. Ora apri quella maledetta porta e vattene. Non vedo l’ora di mettermi al lavoro. Tu aspetterai il tuo turno”.
Zittito, l’uomo si decise ad aprire la porta.
Entrarono così in un grande laboratorio illuminato e pieno di strumenti di ogni genere. Mentre ne varcavano la soglia, lei strinse istintivamente il lenzuolo della barella su cui era distesa. Si era trattato di un gesto istintivo, dettato dalla paura che la stava consumando e subito non ci fece caso. Poi, mentre la facevano girare per sistemarla di fianco a un tavolo da lavoro, si rese conto di cosa significasse. Le stavano tornando le forze. Stava riacquistando il controllo del suo corpo. Forse ora sarebbe anche stata in grado di parlare. Ma  decise di tenersi tutto questo per sé e di non dare nulla a vedere ai suoi aguzzini.
Nel mentre, i due uomini si erano separati. Uno aveva preso un mazzo di  chiavi da un cassetto ed era uscito dalla stanza.
“Bene, io vado a casa. Buon divertimento. Ci vediamo stasera”.
“A dopo”.
L’altro, invece, aveva indossato un camice ed era andato dalla parte opposta  del laboratorio. Girato di spalle, aveva iniziato ad armeggiare con alcune provette. Stava preparando qualcosa per lei. Per loro. Accanto a lei, infatti, di là  dal tavolo da lavoro, c’era un’altra barella, sulla quale era disteso un uomo.
Non aveva mai visto nessuno come lui. Indossava soltanto un paio di pantaloni bianchi, dello stesso tessuto della sua tunica, il che le fece pensare che non li avesse indossati volontariamente, proprio come lei. La sua pelle era chiarissima, praticamente del colore dei pantaloni e così i suoi capelli. “Dev’essere albino”, pensò. E proprio mentre formulava questo pensiero, senza riuscire a smettere di guardarlo, lui, che fino a quel momento era rimasto immobile e con gli occhi chiusi, si voltò di scatto nella sua direzione, aprì gli occhi e la guardò.
Forse la guardò soltanto per un secondo, o forse per cinque minuti buoni, questo non avrebbe saputo dirlo. Si perse nel suo sguardo, come catturata da quegli occhi color del ghiaccio, profondissimi. Per quella che le parve un’eternità il suo cuore smise di battere, il suo respiro si fermò e un travolgente senso di calma la pervase. Per tutta la durata di quello sguardo smise di percepire il contatto con la dura barella sotto di sé, di sentire la ruvida tunica sfregarle la pelle e di udire il rumore delle provette con cui armeggiava il suo aguzzino. Smise di avere paura.
Poi, proprio quando sembrava che tutto il suo mondo si fosse ridotto a quell’unico, profondissimo sguardo, lo sconosciuto rigirò la testa e richiuse gli occhi. Il mostro. Le avevano detto che con lei ci sarebbe stato un mostro. Non poteva che essere lui. Il mostro. Doveva averne paura, chiunque avrebbe avuto paura di un mostro. Ma non lei. Lei non lo temeva. Anzi, chissà perché sentiva di potersi fidare di lui, di potergli affidare la sua stessa vita. E, prima ancora di rendersene conto, si sollevò a fatica su un gomito, quindi si girò a pancia in giù e si trascinò fino a lui. Era ancora molto debole, ma fortunatamente il tavolo che li separava non era eccessivamente largo e lei riuscì nel suo intento. Dopo averlo raggiunto, si chinò su di lui    e gli sussurrò: “Ti prego, aiutami, non voglio diventare una cavia da laboratorio”.
Pronunciare queste poche parole fu per lei uno sforzo così grande che crollò sul petto dello sconosciuto, stremata. Lui, per tutta risposta, le fece vedere un bisturi, di cui evidentemente si era impossessato di nascosto, e le disse: “Non permetterò che ti facciano del male”.
Quindi, scivolò silenziosamente giù dalla barella e con cautela si avvicinò al loro aguzzino. Quando gli fu alle spalle, sollevò il braccio e, prima che l’altro si rendesse conto di ciò che   stava per succedere, gli conficcò il bisturi in gola per metà della sua lunghez za. Poi rapidamente lo estrasse e fece un passo indietro. Quello cadde a terra con un rantolo, mentre il sangue zampillava copiosamente, senza che la  mano tremante che si era portato alla ferita potesse fare nulla per arrestarlo. Morì dissanguato nel giro di pochi istanti.
“Coraggio, ti porto via da qui” le disse, mentre la aiutava a scendere dalla barella. Ma non appena si fu alzata sentì le gambe cederle e sarebbe caduta se lui  non l’avesse sostenuta, cingendole la vita con le braccia.
“Tranquilla, ti tengo io” e così dicendo la prese in braccio e uscì dal laboratorio. Lei si addormentò cullata dai suoi passi.
A svegliarla fu il rumore stridente dei freni di un’auto. Aprì gli occhi. Fece in tempo a vedere lo scintillio del sole su uno specchio d’acqua e un uomo scendere da una berlina grigio metallizzato. Era l’altro aguzzino. Quello che aveva lasciato il laboratorio, quello che non sapeva se parlarle o meno, quello  che aveva paura di aprire la porta. Ora non sembrava più titubante. Non sembrava più spaventato. Lo vide avventarsi nella loro direzione gridando. Poi sentì il suo salvatore sussurrarle una parola all’orecchio: “Vivi”.
E poi venne il freddo. Un freddo pungente, che le penetrò fin nelle ossa e la paralizzò. L’aveva gettata in quello che doveva essere un lago e probabilmente lo aveva fatto per salvarle la vita. Di nuovo. Lei, però, non riusciva ad arrestare la sua discesa. Continuava a sprofondare e la coltre d’acqua sopra la sua testa si faceva sempre più scura e spessa. Pensò che sarebbe annegata in quello che sembrava un baratro profondissimo, un abisso senza fondo. Non sapeva, infatti, il  suo salvatore, che lei, Cassandra, non era capace di nuotare. Un attimo… Cassandra. Cassandra! Cassandra era il suo nome. Finalmente era riuscita a ricordare qualcosa, a ricordare chi fosse.
Ora non era più Nessuno. No, ora era tornata a essere Qualcuno, a esistere. Le sembrava di essere rinata. Fu come se un fuoco si fosse acceso dentro di lei e il suo calore avesse pervaso le sue membra. Ma, soprattutto, fu come se una scarica elettrica l’avesse scossa dal suo torpore, restituendole la forza di lottare per la sua vita. Quella vita che le era stata strappata via, ma che ora era tornata a lei, come un elastico che, tirato, invece di spezzarsi ritorna alla sua forma originaria. Con una  rapidità e un’abilità che non credeva di possedere, Cassandra iniziò a nuotare verso la superficie, verso la luce. Una volta giunta a riva, si issò fuori dal l’acqua facendo presa sull’erba con le dita. Dopo aver respirato a pieni polmoni per alcuni istanti, si alzò in piedi, ma lo spettacolo che le si parò davanti agli occhi la fece stramazzare a terra con un groppo alla gola e la morte nel cuore. Steso sul prato c’era il suo salvatore, le gambe unite e le braccia perpendicolari al corpo come in croce. Lo straordinario biancore della pelle e dei suoi capelli dell’uomo era messo in risalto dalla pozza di sangue che si allargava sotto di lui. Fuoriusciva da una ferita al petto, che lo aveva trapassato da parte a parte, trasformandolo per sempre in una statua di marmo, con occhi di vetro spalancati a guardare il cielo, o forse qualcosa al di là di esso. Della mano che gli aveva inferto questo colpo mortale, invece, non c’era più alcuna traccia.
Impossibile capire per quanto tempo Cassandra rimase priva di sensi. Quel che è certo è che fu una voce a svegliarla. Un sussurro. “Vivi”. Riaprì gli occhi. Sotto di lei, un prato verde. Sopra di lei, un cielo azzurro, in cui splendeva  il sole. E dentro di lei quella voce, a ripetere ancora: “Vivi”.


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